Alba Gnazi, A phone call

A un certo punto mi è venuta voglia
con questa pioggia che addestra al buonumore
come quel sogno che dentro ci stava lo specchio
con dentro me e lo specchio
e me che chiedeva allo specchio
Ma la poesia non è perfettamente inutile?

Con queste file sparite dal bordo degli incroci
una a una come la mole sguincia della Torre
storpiata dal grigio

mi è venuta voglia
scalando la marcia, pian piano
la curva
di chiamarla al telefono
per dirle quella cosa importantissima
che ora non ricordo, che ora la chiamo
ora la chiamo
quella cosa importantissima che è
sentirla rispondere
e sapere che sa.

(Da Verdemare – cronologia inversa di un andare, La Vita Felice 2018)

Adua Biagioli, Ogni accadimento sottrae qualcosa

Ogni accadimento sottrae qualcosa
porta in un limbo
al faro rotto e ai frantumi delle foglie
la svirgolata viola sopra l’occhio perde i sensi,
i pensieri furono intarsi del non so più chi sono:
le onde fisse nella notte di Munch
l’urlo silenzioso in volto – nessun messaggio –
solo il linguaggio muto del cercare vita.

 

(Da Il tratto dell’estensione, La Vita Felice 2018)

Cinzia Marulli, Il senso bianco delle nuvole

È la mia strada
che non conosco

ma non mi importa
mi piace il vento
e il suo trasporto.

Tu mi guardi come fossi nebbia
eppure sento una voce
una voce chiara
e la tua risposta
che fulmina il pensiero.

Dimmi.
Copri questa domanda disperata.
«Dov’è il senso del sentiero?»
Lo chiedo a te che stai lì
con le mani nella terra
e i piedi in aria come radici celesti.

«Il senso del sentiero» mi dici
«non è nel percorso
e neanche nell’arrivo.»
Poi la certezza:
«È nel ritorno.»

 

(Da Percorsi, La Vita Felice 2016)

Mariano Ciarletta, Il cuore dei numeri

Mangiamo in silenzio,
ogni giorno, alla stessa ora
lo stesso rito.
Guardo il tuo masticare
di sottecchi, come un ladro.
Tangibile si presenta la diversità,
tra il tuo pasto e il mio,
come sono io e come sei tu.
Tu hai i numeri
io le domande.
Ma se anche i numeri avessero un cuore?
Forse anche le addizioni sanno fare l’amore.
Covare emozioni tra prosa e calcoli.
Siamo rette parallele
l’abbraccio di numeri e lettere.

 

(Da Il vento torna sempre, La Vita Felice 2018)

Anna Toscano, Un giorno

Un giorno ho fatto il numero
di una casa in cui ho vissuto
e sapevo vuota buia chiusa.
Ho lasciato suonare a lungo
ma nessuna stanza rispondeva:
il salotto ha appena girato gli occhi
il corridoio ha sospirato un poco
la camera da letto ha tremato.
Una lacerazione mentre giravo
nelle stanze con quello squillo
impertinente, insistente, inutile.
Che qualcuno per dio risponda,
ma si sente solo un’eco di tomba.

 

(Da Una telefonata di mattina, La Vita Felice 2016)

Alice Serrao, Rinascita

La rinascita che attendo
è il lungomare,
l’andare cercando conchiglie,
la stella nera che mi tieni sui palmi
e camminarti a lungo,
sul pontile.
Manchi come se all’anima
che ti sceglie l’anima
oscurassero l’oriente,
e tutta la vita e tutta la morte
si porta dentro.
Io ti riconosco sempre
attorno ai compleanni:
è un’agnizione forte
della bocca sulle linee della mano,
o se ritorna un rigurgito dai gusci,
il desiderio smisurato
nell’atto sacro di tenerti
l’amore a lungo,
strapparti una poesia concava
e quel gemito.

 

(Da A piene mani, La Vita Felice 2016)

Raffaela Fazio, Notti mutile avare non capite

Notti mutile avare non capite
ma lasciate
che si riempia la mia bocca
dei suoi baci
perché solo
se trabocca questo affanno
(che è dolore)
più copioso
nel suo fiotto svuota il calice
di poco
lascia un dito fino all’orlo
una quiete
una pausa dentro il corpo
finalmente insufficiente
a un rimprovero
a un rimorso

 

(Da L’Ultimo quarto del giorno, La Vita Felice 2018)

Alice Serrao, Così tu non lo sapevi

Così tu non lo sapevi
che qualcosa di me e di te
sopravvive
come una stella
nel giro di luce dell’alba.
E sulla soglia delle sere
capita che alla dogana
ci controllino il sonno,
perché non si può più
allungare i piedi per cederti
il freddo
e tu cerchi riposo nei porti,
come una vela che smette il vento.
Ma qui non si sprofonda
trai tuoi riccioli, bruni
come la malinconia che soffia
un’eco calda
tra le foglie dei pini
in autunno.

 

(Da A piene mani, La Vita Felice Edizioni 2016)

Alberto Toni, Democrazia

1.

Hai un’idea dei morti? Il bollettino dell’una dovrebbe già parlarne.
Vuoi che in un’ora li contino tutti?
Non lo riveleranno mai, credi a me, mai.
Uno almeno di quei bestioni lo avranno abbattuto?

                      Beppe Fenoglio, Primavera di bellezza


Mettiamo che qualcuno sorprenda
il volo degli uccelli, il cielo, stizzito,
stremato, come le altre cose, una
corazza, carcassa a tenere il giubilo,
la fine dell’offensiva.

All’inizio sembrava il colore più certo,
un cremisi, ma adunco nel becco, o
un opale come l’ala o una soltanto
delle due. Di sotto, la sciarpa al vento,
il berretto.

Una vittoria, nelle strade non c’era
più quell’odore di stantio, rimanevano
a braccia aperte, una protesta, un’idea
finalmente qui scriviamo la parola
buona.

La bontà dedicata all’eroe nell’atto
supremo, il figlio che ritrova il padre,
con lui scrive la legge, la ritaglia a
misura d’uomo, come non mai, una
fonte.

La legge scritta, ma prima ancora
quell’idea di proteggersi,  alla luce,
prima ancora sorreggersi e poi per
gli altri rimasti indietro nella truppa,
radi.

Nel fango, esterrefatti, andiamo
a raccoglierli, vuoi vedere la mia
giacca a brandelli e ciò che resta
come in un museo di solitudine
e di guerra?

A turno, la parola, da nord a sud
in assemblea, anche le madri, ciò
che resta in un giorno qualsiasi
in una primavera appena cominciata
e bella.

Pulire la strada, rassettare, prendere
la parola, perderla, dividere, tacere,
il tonfo, la gamba che fa male, ora
mi fermo e ascolto, ora che tutto è
deciso.

Quando scende la notte sui tetti e
tutto è fermo, lì non basta, non
serve, non altro spirito che fermare
la diaspora e scendere a patti in
ombra.

L’ombra, così che dai raccolti non
sembri imminente il dolore raccolto
in conversazioni interminabili. C’è
ancora tempo, anche il braccio fa
male.

E’ soltanto un’abrasione, la fronte
scotta, qualcuno è fuggito, difficile
riprenderlo, poco importa, succede
spesso e il cielo è livido, forse sa
di noi.

Qualcuno diceva che la salvezza
ha bisogno del fuoco, le madri
in gesti di stizza verso i soldati
che non capiscono. Dentro la
tenda il puzzo è insopportabile.

Urina e filamenti di tabacco,
tentennamenti un sonno che
non ha fine, senza sogni particolari,
la scala per il paradiso, a questo
nessuno ha pensato.

Il grido sulla collina, nessuno è
salito per guardare, potresti dirmi
quanto manca alla stazione, ai
collegamenti, agli incroci, prima
che sia tardi?

I cartelli lo dicono chiaro: qui
nessuno può pensare che la  divisione
dei compiti sia eludibile, si tratta di
mettersi d’accordo tra le lacrime degli esclusi e i
giochi solari dei bambini, quelli, sì, sono veri.

L’acqua scarseggia, allora qualcuno diceva
di tirare a sorte, ma i più non hanno risposto.
Vedi di non restare indietro con i conti, ne
va della sopravvivenza se vogliamo essere
credibili.

Bussa alla porta la carta
vincente. Domani ci spostiamo,
ma è l’assemblea in ultimo che
decide, i malati non saranno un
problema.

 

(da Democrazia, La Vita Felice Edizioni 2011)

Francesco Lorusso, Stato Apparente

Sto lontano da chi ride sempre
per non finire tra i leoncini
che tiene nelle fossette.

Caparezza, Habemus Capa

I

Il cartello crea il ricordo che non legge nessuno
e lo regge solo un deserto colorato dal vetro
vi reclama il presente che si manifesta
come sistema attivo di puntini ottici
ti conta i passi sulla scacchiera e non t’appartiene
avanti l’aiuola del giardino vicino dove
una pomata mantiene lontano il sole
e si unge di luce alla fretta aperta sulle offerte.

II

Questo bianconero sbiadito dona ancora colore al
[ passato
un volto fermo sulla statura affogato sotto la calura
[ sintetica,
maschere riportano l’ordine ai magazzini piazzati
[ sulla via
dove un tempo il nome era un pegno sopra una
[ parola forte
senza l’inganno del suono che era un segno fedele
[ sulla pietra.

III

Sono troppi i nodi che non sappiamo cogliere
il piazzista riga il percorso alle nostre chiome
con la sacralità approvata dai riti ingiudicati,
perché tutto è solo movimento d’un loro gesto
di un pensiero adottato sugli slogan quotidiani,
dove diventa aggressiva e si sfibra persino la pace.
Il rinfaccio del balcone all’assenza del mestiere
ci conta che stanno lavorando per noi che abbiamo
cartellini lisi da strisciare lungo i provvisori giorni.

IV

Rannicchiato in un ristagno ordinario
tra gli ascolti scontati che si sgolano
sorvolo con i palmi le offerte fedeli
sul punto dove affoghiamo a voce bassa
il gracidare ossessivo delle loro campagne
gioca sempre con le falle delle onde alte
per legarsi ai consensi delle imposizioni.

 

(Da L’ufficio del personale, Edizioni La Vita Felice 2014)