Vittorio Sereni, Le mani

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

 

(Da Frontiera, in Tutte le poesie, Meridiani Mondadori 1994)

Milo De Angelis, Il cerchio

Un modo di violare la grazia
di questi abiti, tra le danze e il vino
e i volti fini:
non c’è. La nebbia entra dalla finestra
morbida, avvolge
ogni crudeltà, vellutandola. È un inverno già caldo
in cui ciò che manca annuncia il ritorno
e là dentro l’agonia degli animali compone un ordine
musicale.
Anche i buchi di morfina
nascondono il sangue.

 

(Da Tutte le poesie 1969-2015, Mondadori 2017)

Silvio Ramat, Amica tentatrice

Amica tentatrice, se rimuovi
cenere e macerie dall’edificio
di un’adolescenza fin troppo lunga,
sappi che nel ballo – malgrado avessi
un buon orecchio, dicevano – mai
vinsi nelle movenze una goffaggine
ch’era anche timidezza…
Consapevole
di questo limite, al cambio del disco
mi mettevo nell’angolo più in ombra
della sala (di solito eravamo
in casa di una compagna di scuola)
e lì, in piedi, atteggiandomi a infelice,
aspettavo qualcuna, un cor gentile,
che mi rinfrancasse, gesti e parole.
Feste così ormai non se ne dànno
ma, sotto un’altra pelle, la mia vita
è goffa come allora e ha quell’affanno.

 

(Da Elis Island, Mondadori 2015)

Valentino Zeichen, La mattanza della bellezza

All’avvistamento della Bellezza
appena una polena che fende l’onda,
e all’istante sull’occhio critico
cala la benda nera del pirata
affilata cortellessa tra i denti
e inizia l’allegra mattanza
della sirena nella tonnara.
Ma in ambito letterario
l’innominato pratica il volontariato!
E rianima sperimentalisti smorti.

 

(Da Poesie 1963-2014, Mondadori 2017)

Andrea Zanzotto, Vocativo

Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s’ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebetì nel muro.

 

(Da Tutte le poesie, Mondadori 2011)

Valentino Zeichen, A domande mal poste uguali risposte

Pur vantando verosimile
ed onorevole servizio
la verità non sopporta che per troppe volte
le si rivolgano le stesse domande.
E replica da guanto che sfilandosi
lascia che il suo rovescio
venga scambiato per il dritto.
Dovento soddisfare
in maniera diversificata
gli interrogativi di molte generazioni.

 

(Da Poesie 1963-2014, Mondadori 2014)

Maria Luisa Spaziani, Le parole oggi non bastano

Non chiedermi parole oggi non bastano.
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili
nei loro incastri, sono consunte voci.
È sempre un prevedibile dejà vu.
Vorrei parlare con te – è lo stesso con Dio –
tramite segni umbratili di nervi,
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.

Un fremere d’antenne, un disegno di danza,
un infinitesimo battere di ciglia,
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.

(Da Tutte le poesie, a cura di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia, Mondadori 2012)

Carlo Betocchi, Tra noi che vale

Tra noi che vale, se ti mando in dono
questi miei versi, o tu parli di me,
che vale il ricordarci quanti sono

i debiti che abbiamo l’un con l’altro,
ogni dedica è scritta, e non ce n’è
di migliori, né un lascito più scaltro

di quel che scrisse il reciproco amore
del fare insieme, senza chiedere conto
di nulla che a quell’opera maggiore

ch’era, non si sa come, amore insieme
operante, che gode del suo vivere,
e noi siam nulla, l’abolito seme…

È l’opera comune che ha valore,
dimenticami, guardami nel vero
di ciò che fai con lo spontaneo cuore

sempre in quel senso dov’è il più sincero
creder comune, fiamma di candele,
ex voto che favellano al mistero,

consumando il lucignolo e le pene
nel pensier generale, e qual si spegne
prima non conta, è la vita che tiene.

(Da L’estate di San Martino, Mondadori 1961)

Eugenio Montale, Il Primo Gennaio

 

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

(Da Tutte le poesie, Mondadori 1996)

 

Nelo Risi, Le Ville

Mecca, falotica meta di tutti segnata a dito
viola di sera viola del pensiero oh quanto violata
non hai più niente d’inedito.
Ogni giorno l’ultimo venuto
armeno cafro o solo cisalpino
come me scava nel tenero
si taglia una parte di livido e di Senna
numera i ponti si fa un po’ alla lingua
va sull’antenna della più alta torre di ferro
spazia e decide: qui staremo ottimamente.

Pubblicamente io ti ringrazio.

 

(Da Polso Teso, Mondadori 1956)