Gabriel Del Sarto, Quell’uomo

Quell’uomo che cammina rasentando gli scaffali dell’ipermercato senza vedere chi, vicino e attorno a lui, vive gli stessi attimi, posso essere io: un venerdì sera d’inverno, col freddo fuori, la lista della spesa dentro un messaggio telegrafico nella memoria del telefono cellulare. E la fame di un lavoro fuori orario. Quell’uomo, nella frazione di tempo che lo separa dal prossimo atto compiuto per afferrare una confezione, potrebbe comprendere il significato delle distanze, le nude meccaniche di una solitudine. Un livello più profondo del dolore. È un attimo, però, che non coglie nel presente, circondato dalle luci e dai colori – oro, azzurro, toni solari – che emana il banco frigo, nel corridoio. L’occasione di quell’istante più denso, che forse a posteriori tornerà nella sua coscienza come il segno di un destino possibile, svanisce, perché quello che solleva e prende tutta la sua anima sono le forze del desiderio, percepito ad una quota superiore di possibilità. È questo che, subito dopo e ogni volta, genera in lui la privacy, le convenzioni urbane, una mente che si sposta da un’immagine all’altra, i dinieghi.

 

(Da Il grande innocente, Nino Aragno Editore 2017)

Daniele Baron, Nigredo

Nessuna corrente magnetica tira i miei pensieri che ristagnano come
acquitrino
e riluce il giorno in paesi che ignoro, mentre qui la notte si è fatta
perenne,
senza magnificenza di aurore boreali…
non penso e dunque non sono
nei recessi del mio corpo fermentano sordi i cattivi istinti:
hanno fessure e
antri ciechi e pioggia all’eccesso per lussureggiare come piante
in foreste tropicali
un’insana atmosfera come un ronzio cupo tutto ghermisce,
ricamando trapunte di febbre
il nero corteggia il verde turgido della vegetazione cieca,
divenendone linfa
colonne verghe di una cattedrale limacciosa
guardano in su
senza speranza di veder luce, tanto è fitta la cupola,
e creano l’abside vulva, dove il seme sparso abbondante
germina lo spazio per l’assunzione pluviale
attraverso l’abbassamento infinito…
e radici s’infittiscono e annegano nella terra ogni segno
chiaro e distinto,
marce radici – ebbre d’acqua,
soffocanti ramificate ripetizioni di ripetizioni…
e germogli immemori proliferano
sulla putrefazione precoce di ciò che nacque sempre rasente il suolo
demente abortito agonizzante fin dall’origine…
Cosa posso essere, se essere devo?
Ragno – segretamente laborioso –
che suscita ribrezzo solo a chi non si capacita
dell’inconcepibile osceno del creato –
intesso i fili delle voci che si avvitano nel mio cranio,
come spifferi che gracchiano tra le orbite vuote del mio teschio,
come filamenti luccicanti di stelle che tramano nel buio
intesso, intesso, un invisibile ordito – buono solo per filtrare polvere
e affamato rimango privo di prede
intesso, intesso, ancora convinto del possibile miracolo –
ma per ora sto immoto inespressivo come una maschera di scena,
abbandonata
dietro le quinte, risparmio i movimenti
guardandomi da fuori al rallentatore della noia
e sognando l’arsura silenziosa del deserto al meriggio,
la sua matematica precisione nel sottrarre liquidi e vitalità,
gioco a fare il morto
attendendo che una farfalla spensierata
nell’orrore del mio respiro intrappoli la sua gioia
e non penso e dunque non sono…

 

(Da Il cantico di Hermes, Controluna Edizioni 2018)

Guido Turco, Il piccolo pianeta n° 2817

Per G.P.

Immagina un uomo che ti chieda di immaginare un uomo che ti sta guardando immaginare. Immaginalo alle prese con un palindromo di cinquemila lettere, nell’intento di scrivere un romanzo dove la lettera “e” non compare mai, o un romanzo dove la lettera “e” sia l’unica vocale usata. Figurati il rumore di fondo della vita, l’infra-ordinario come la radice di tutto ciò che è lecito apprendere, immagina qualcuno padrone di un segreto che nessuno vuole sapere ma che tutti devono indovinare. Pensa a qualcosa come il vapore che si condensa in nuvole, alla muta sospensione della pioggia sulla seta degli ombrelli, soffermati sui percorsi dell’altezza che diventa pozzanghera. Ora disegna uno sguardo, due occhi sorridenti, ripeti qualcosa come una rosa non è una rosa dunque è una rosa, ovvero le costellazioni si perdono chissà dove, i numeri dall’aria, i fulmini come scale a salire, gli alfabeti del cuore, la mano stesa affinché gli uccelletti ci arrivino a becchettare per poi volare più in là, da qualche parte, al 24 dell’Argine dell’Eternità.
Per dodici anni, alla stessa ora dello stesso giorno dello stesso mese, munito di una tabella bi-quadrato ortogonale di ordine 12 che gli aveva fornito un matematico indù, G.P. tornò a sedersi nello stesso luogo. Una volta sul posto, si soffermava a considerare la crescita di un albero, il via vai delle persone oppure in che modo la disposizione delle panchine fosse cambiata. E le scritte sui muri, le insegne dipinte ora tubi al neon, il pavé sostituito con losanghe grigie, una vetrina dove prima si trattenevano i riflessi diventata un muro con affissi gli annunci degli studenti. Una volta arrivato nel suo studio G.P. ripeteva a memoria lo stesso luogo, tirava l’acqua che il secchio del ricordo sapeva cavare da ognuno di quei dodici pozzi: il taglio di un abito, i colori del camion dei pompieri, la segreta complicità nell’incrociarsi dello sguardo di due passanti. Per dodici anni, nello stesso luogo, alla stessa ora dello stesso giorno, con la leggerezza dell’intonaco che cade da un muro, egli rinchiuse i Soli Loci in una busta, sigillandoli con la ceralacca, mittente e destinatario di un metafisico divertissement teso a scovare il carattere immobile della ripetizione, l’inebriante della vertigine della compiutezza.

 

(Inedito)

Giuseppe Nibali, Dal lato

Dal lato filtra l’acquenere nel cemento, passa rifugi antiaerei, tracce di ferrovia. Ai liquami arriva, alle ossa degli antichi. Di qua un nuovo cimitero: cavi molti, un prato. Per lo scopo i piedi premono sul vetro, le mani stanno in preghiera. Mio e comune il giorno in cui ho pisciato via dalla fica il flare, il colpo del sole sulle labbra. Un silenzio primitivo, il viso è morto, non vedi? Le strade, anche le strade, le gallerie come arterie di donna, le vedi? Le sorveglia un’altra volontà. Allora nulla si è sfatto da quanto siamo, non hai da cercare, né manca in TV di guardare i fiati sfiniti degli amanti, il collo che si curva di un airone. Così è fino alla matrice, allorché del maschio e della femmina farete un unico essere sicché non vi sia più né maschio né femmina. Così è fino alla matrice, alla prima carne strappata da uno stomaco.

Selenia Bellavia, Knockout

tempesta d’aria
questa luce spaccata
per la fame
darkroom
strafatta
et al piombo collimato
d’Alessandria
recordatio
per niente sobrio l’archipendolo

Traendo queste mani da ricordi, sotto un vento chiuso, a occidente, ingoiavo calde simmetrie come l’aneto giovane il suo prato. E un gran bagliore d’osso spalancava l’orizzonte. O mi sembrava.
Era il tifone sui gradini e diecimila urli nella macchina da gioco.
Era un fragile destino. La febbre nella lingua più rigonfia quanto un bulbo di giacinto respirato a nascere nel tonfo. Era d’azzurro indocile. Una metafora dal tempio. Sorvolava le fatiche amate, necessarie a perdonare il sole o un’altra stella d’obbligo caduta all’orizzonte per un nuovo olimpo d’alfabeto.
Un corallo orfano di dio
cadeva fra un rizoma e un occhio
la segreta luce, mascherava d’oro
il morso della Pizia mentre ingenuo un fiato apriva l’infinita gola d’universo battendo mille volte la corniola ematica più fonda sopra i corpi reclinati a disputarsi inverni, tornando a nascere nel blu dell’agapanto acceso in una stella organica più nova.
Era la parte umana impressa dalla nebbia a radicare i segni ininterrottamente dati mai e ridati in crespi vergini da traduzioni avite per gioire ai nomi o farne vulìo
scaldando al fuoco di un’ellisse ingorda
la lingua sacra dei rondoni
aperta d’una voglia rossa
a ricercare il punto di fenomeno o uno specchio
che lisciasse morbido un altrove
consumando l’ora sull’inciso più accudito per un altro vuoto, per il suo narciso.
Ma sorgeva il sole: ogni stele minima guidava la necessità compresa dell’aurora o forse rimontava una grammatica assoluta alla forza interminabile di questo possibile
dicendomi del kama
delle forme paniche
del mare
e avrebbe finto anche l’estate per un segno dato candido, copiosamente ignudo, spingendo la sua golosità miracolosa nel fogliame dei vernacoli quasi fosse un filamento d’anima capace di flautare una parola che significasse tutto, tutto come amandosi morire – ma sorgeva il sole. Indossavo
la sua pioggia onirica nel dare
nome a un fiore, a un corso d’acqua,
alla voce lieve dell’autunno
naufragando nella danza delle costole
il paesaggio d’una lacrima
battente contro i flutti della storia: al mormorio bucato dell’arteria
muoveva il più terribile, più dolce senso della tachicardia e qualche iddio spergiuro, più vero lui del trifosfato, avvicinava a un palmo le lontananze mitiche, la creta di Babele, il suo tracciato quantico, il fonema sullo iato e d’ogni fibra colma possedeva l’attimo narrato, narrato-come-nostro, l’orgasmica attitudine a tremare
per vivere
sorridere: questa fionda tesa
nel sorteggio cosmico

poi cademmo al solo sguardo simile d’azzurro per una qualche nenia
ci parlammo a forza d’ombre discorrendo con il mare
la ferocia delle rughe / un’onda sei sul grembo dei ricordi / indorando
carne e vino c’inzuppammo anche il midollo come ciò che pur essendo
pur non è sul mondo_ merce_ sintomo_ disegno come quella genesi
che ci contenne incontinendo il soffio di catarsi e ci mise in conto
gli idoli invadenti già avvolgendo una ribellità febbrile ai pesi
più inclinati dai riverberi a ritroso / un’onda sei che addensa
i vuoti d’aria / cancrizzando nostre parodie bevute in chiave di violino
a fingere misura e fingere colore e fingere la forma e fingere
di fingere l’assioma come cisterna infera e una schiuma
oppure il neuma sotto le forze incluse a una possibile mimosa o forse
l’organo, lo spirito, il senso dell’io nei bruscoli
di terra fitta di scommesse / un’onda sei nel folto a confonderci
le felci / tra un’urgenza e una ripercussione noi baciammo l’insistenza
dell’umore innato a rapinare senza un calcolo tutto l’idrogeno dal sole

tenemmo il freddo per un’edera
sanguigna al punto cronico
per consumare un vincolo

fu segnata eco e fu la goccia
dopo la goccia dopo la goccia
a fare un mondo senza il mondo

e una polvere di scanno _ in and out _ già vaga silenziosa rapida improvvisa, vaga pallida come la gomma d’acqua su la quercia e poggia la sua primula nel dosso _ in and out _ sfrenando la radice ressa nello sfamare il banco fradicio a una bocca: se ogni piuma poi nascesse ferma in quintessenza, se l’asfalto ruggine all’impatto di consciènzia ci sfibrasse la sua faccia _ in and out _ la sera strattonerebbe la medaglia indolenzita a conteggiare mandria in _ assieme out_ inchiodando il responsorio al suo knockout.