Diego Caiazzo, Cinquant’anni

Cinquant’anni

più che un’età

comincia ad essere un evo

un’era geologica

studio ora le complicazioni del tempo

le calcificazioni delle ossa

le ossificazioni dei pensieri e

provo a riconoscermi

lo specchio mi propone

un volto

forse non devo far altro

che confrontarlo

con la foto sulla patente.

 

(Da La via lattea, Lupi Editore 2016)

Federica D’Amato, L’ultima volta che ti ho visto eri vestita d’alloro

 

L’ultima volta che ti ho visto eri vestita d’alloro

una frase cadeva era la fine di febbraio

in un errore marzo si preparava alla pioggia.

Era l’ultima volta

poi dove ti avrei riconosciuta tra quali pietà

abbeverate nei boccioli in fiore

tra quanti volti usati dal lunedì al lunedì

successivo per usarmi l’abito dell’ultima volta.

 

La prima fu un pomeriggio di provincia

comprai doveleinonè di Roland Barthes e fu un presagio

tu parlavi del finimondo io perdevo gli occhi

nel sogno delle tenerelle astrusità agli angoli della bocca

c’era sempre una via di fuga che non era l’amore

ma la ragione più forte del nostro parlare.

Poi cosa venne se non la seconda la terza la quarta

l’ultima volta, cosa avvenne se tu eri una pazza

io una camicia, una ninnananna ti piangeva dalle mani

se l’ultima volta è il primo giorno da quando

non ti ho mai più incontrata.

 

L’ultima volta se infra gli affanni noi potessimo

contare i garofani di Celan che volano qui a sinistra

dove le sigarette la sera sbandano fiotti,

violano cercano qualcuno che entri dal sinistro occhio

di quella volta che fu la tua voce

una poesia per gli alberi caduti

il mio sguardo sarà l’addio

il nome delle icone

la lingua che ti cadeva tra le gambe

con la precisione dell’assolo.

 

Alla fine l’unica cosa buona che ho fatto

è stata volere bene a Mirù

amare i miei nipoti

salutare mia madre

perdonare mio padre

credere alla donna delle carte.

 

La prima era sempre il dispiacere.

 

(Da Avere Trent’Anni, Ianieri Edizioni 2013)

Roberto Agostini, Milano

Milano sapeva in quell’ora

di cominciare a sparire

-ricordi i pomeriggi

quegli antri piovosi del lago

nella caverna della lettura

con il tuo lume acceso

per essere dimenticato-

Neppure la filosofia sa

che crollerà nel vento

questa città indifendibile

nei semi magnetici.

 

(Da Onde del ritorno, Kolibris Edizioni 2012)

Stanisław Raginiak, Ti diedi la pioggia delle nuvole di settembre

Dałem ci deszcz wrześniowych chmur
i kilka piosenek zespołu Rainbow
Nie stać mnie było na pereł sznur
słonecznych promieni szukałem na darmo
Dałaś mi warkocz przed snem rozpleciony
i kilka spojrzeń przez jesienną szybę
Nie stać cię było na chwilę rozmowy
palcem usta zamknęłaś gdy szeptałem twe imię
Dałem ci liście wrześniowych kasztanów
i kilka pajęczyn łączących krople
Nie stać mnie było na żaden z pałaców
o których marzyłaś stojąc w oknie
Dałaś mi cień który odszedł na chwilę
szelest twego snu zatrzymał mnie w bezruchu
Z sypialni wybiegły różnobarwne motyle
rozebrały cię dłonie nagłego podmuchu
– Nie mogę doliczyć się gwiazd które upadły
w noc wrześniową w oknie rozpiętą
Mijam drzwi które w warkocz się wkradły
czyli w ciebie niepojętą

______________________

Ti diedi la pioggia delle nuvole di settembre
e un paio di canzoni dei Rainbow
Non mi potevo permettere una collana di perle
cercavo invano raggi di sole
Mi desti la treccia sciolta prima del sonno
e poi un paio di sguardi
dall’altro lato della finestra in autunno
Non ti potevi permettere un momento per parlarmi
chiudesti la bocca col dito mentre sussuravo il tuo nome
Ti diedi le foglie delle castagne di settembre
e un pò di ragnatele che univano le gocce
non potevo regalarti nessuno dei castelli
che sognavi affacciata dalla tua finestra
Mi desti un’ombra, se ne andò per un attimo
il fruscio del tuo sogno mi fermò immobile
Dalla camera da letto fuggirono variopinte farfalle
ti svestirono le mani di un improvviso soffio
– Non riesco a contare le cadute stelle
di quella notte distesa nella finestra di settembre
Passo la porta che si insinua nella treccia
in te
incommensurabile

 

(Da Wiersze – Poesie, LietoColle 2015, traduzione di Elzbieta Raginiak)

Gabriella Musetti, Il Pavimento Lucido

il pavimento lucido
a mattonelle rosse e grige / in sbieco /
sfila lo spazio della corsia
– che non si dica disordine –
Siede di botto sulla sedia
il corpo trattenuto dalle mani
amorevoli del marito
ma lo sguardo che mi lancia
nella seduta
è l’attimo smarrito
che cerca la fenditura
di una sconosciuta

 

(Da La Manutenzione dei Sentimenti, Samuele Editore 2015)

Manuel Micaletto, (ghost track: il fantasma di una scrittura)

 

(stendere un testo. metterlo a riposo, come il lievito. perché cresca nel
sonno: in quell’ambito. perché sviluppi il sonno, come una qualità.
perché possa, cioè, svanire. )
questa storia è una storia. il protagonista di questa storia però sta
dormendo, ed è meglio non disturbarlo.
questo protagonista di questa storia non vuole saperne. ancora 5
minuti.
questa storia sarà fantastica, una volta iniziata. sarà anche un’avventura
indimenticabile, ricca di emozioni colpi di scena ecc. , credetemi molto
dispendiosa. per questo occorre riposarsi bene, prima di affrontarla.
questa storia, per ingannare il tempo, è adesso un romanzo di
formazione. la lezione è il sonno.
questa storia ha esaurito il suo potenziale educativo, ma non le sue
possibilità. come ad esempio: l’ inizio.
questa storia come ad esempio: lo svolgimento. ecc.
questa storia ha un’ultima chance.
questa storia non è una storia, è una saga. queste cose non furono mai,
perciò sono per sempre.
questa storia quali cose?
questa storia la tv è accesa, recita il suo palinsesto, racconta la sua storia
di tv al protagonista di questa storia, che però dorme e quindi niente.
questa storia contiene quindi due storie, è una grande offerta,
un’occasione.
questa seconda storia tuttavia non è tutta un’altra storia, ma la solita
storia.
questa storia contiene in verità tre storie: il protagonista di questa storia
sta dormendo, e nel mezzo del sonno sta sognando una terza storia.
questa storia è tratta da una storia vera. ma purtroppo è sempre la storia
di uno che dorme, non se ne esce.
questa storia è un vicolo cieco.
questa storia è stanca, sta aspettando in piedi di iniziare da parecchio
tempo.
questa storia si addormenta.

 

(Da Stesura, Prufrock Spa Edizioni 2015)

Martina Piermarini, Annegala, impastala alla terra che ti creò e sarai intera

(annegala, impastala alla terra che ti creò e sarai intera
genuflessa sui tuoi grembi appena schiusi
rattoppati alla meglio e dilatati come la pupilla
pancreatica di un vitello da latte
Tutto ciò che eri è stato impresso
nel solo punto del diagramma troppo chiaro\\\\\\\\
per il pizzo nerastro dell’inchiostro
il bianco trefolo insettivoro in cui le viscere digeriscono la luce
spicchio a spicchio filo anello confine
l’algoritmo senza risposta pensato nella lingua dei delfini
il gozzo ruminante della memoria pura)

Luce che filtra dagli infissi come un avverbio dalla lunga coda
sprofondato ventre
memoriale di un occhio materiale inabissato nelle acque
Annusa il labbro petto – mano – orecchio – (la metà santa
del mio dolore)
C’è un serrato battere di setacci mutevoli ortaggi lanterne
candelabri sventrati a catena
correnti filamenti puri—purificazioni ripetizione della formula
– io mi spoglio –
spogliata come antro di caverna fuoriesco al bianco imbavagliato
pannello giorno e notte
notte e giorno proteggi i bambini non far respirare loro il
tuo fumo
(seppellisci il tuo grigiore nella terra bigia) Muta

 

(Da Interferenze alla luce, Italic 2014)

Gilda Policastro, La verità è che i quattro salti in padella

La verità è che i quattro salti in padella
non so’ cattivi (all’oasi
della birra i due studenti, biglietto timbrato
proiezione esclusiva):
lo isolavo tra il dire senza dire
di Kircher, dei frammenti di Leopardi
tarantato
(che poi, m’interrogavo verificando la faccia,
di questo si fanno le vite, le cose:
incontri, chiamarsi, chiavare, per dirla con l’ES).
D’altronde sono tre le ipotesi: amicizia, relazione, intimità
e delle tre nessuna (verificata
la faccia ha troppi denti
o pochi, o non saprei sceverare il teschio,
l’origine, risalire, dei frammenti, i primitivi,
di te, quell’astratto che precede la verifica)
oppure la prima, a condizione
che sostenga passaggi,
fluttuazioni e sfumature.
Ma se fosse ancora il tempo – la colpa, dice C. –
di sperimentare (edificare no, ch’è tardi, o presto, e
la biologia finisce dove comincia l’evoluzione
dei costumi, o le opinioni,
a ricordarsi del presente stato):
iniziare, consumare, finire
la via che riporta
alla sentenza un pezzo per volta,
senz’alternative.
Astrazioni, distrarsi dal contesto e ricalcare il fare
metaoperativo: un oggetto che serve a qualcosa cui la
forma non rimanda, lo scopo senza la funzione
(verificare la faccia, a invalidare
ciascuna delle tre obbligazioni),
di più disorientarsi, finire senza cominciare o viceversa, tutto
scorrendo, limando solo le malattie,
proscrivendo la morte,
sconfessando il dolore (superando?),
ch’è fardello che ti accolli da troppo, e la vita,
quella degli altri, è fatta di cose piccole, leggere, buone,
di quattro salti in padella, non per dire

(Da Inattuali, Transeuropa Edizioni 2016)

Fosca Massucco, Non c’è differenza con il carro bestiame

Non c’è differenza con il carro bestiame –

ritorno inanime dal mattatoio,

lo scivolo lieve sull’anello cittadino.

L’aria si sperde tra le camere del cassone

con la compiutezza ineluttabile

del vuoto – smarrisce gli odori nel cammino,

non oscilla al fiato di condensa.

 

Sono il giusto, ripetevi, getto in mare

cavallo e cavaliere – con bracci d’equilibrio

ondeggio intonando l’eterofono

e accordo l’assoluta inconsistenza.

Per te sono il sentiero –

spazio tra via e banchina,

il compiuto accomodamento

del vilucchio alla tua terra.

 

D’improvviso domandavi: “Com’è il vuoto

visto da dentro?

 

(Da Per Distratta Sottrazione, Raffaelli Editore 2015)

Alessandro Grippa, Sera

I baccelli del fagiolo sono muti.

La rarità dei gesti occorsi a sparecchiare

è quello che rimane della cena,

un bucranio cavo, azzurro sul granito.

Davo le spalle ed è già buio

tra le foglie di erba salvia

dove stretto a un nodo di ceramica

si spegne il davanzale.

Sentito tutta sera dall’odore di gasolio

il tempo rivoltarsi nei limoni acerbi;

sono scese le temperature, alta

la borda, altre precauzioni che so

non rispettare. Ottobre

ci comincia ancora, dentro

i sogni; inizia nella schiuma dei gerani,

nella guardia forsennata della legna

il freddo, dettando l’unità della clausura.

Proprio come tu avvieni.

Ci siamo conosciuti molte volte

in questa casa. Abbiamo schiuso

in un abbraccio la nostra forma

sola, incuranti del disegno,

come se l’amore fosse l’unica

porzione da tradire.

– lascia che il mio corpo apra le porte –

vorrei dirti – la casa è chiusa a chiave

dalla neve – Un no distratto

nello specchio è il tuo si

sereno. Ho guardato spegnersi

nel traffico ogni data,

la gente ritornare. Nei vetri

il riflesso di due fari un attimo disfare

la piega del tuo sonno.

 

(Da Opera in Terra, LietoColle 2016)