Antonio Porta, Incamminarci

Al giro di boa ancora fiammeggiano le querce,
celebriamo il passaggio dell’anno, del fuoco
quello appena nato non può temere il gelo
tutte le foglie lo trattengono nel calore
fin che possa liberare le ali piumate
ruotare sopra di noi che dormiamo, incamminarci.

(Da Tutte le poesie, Garzanti 2009)

Antonio Porta, Buio contro buio

Buio contro buio
la scrittura come un lume lontano
o invece si apre al presente
e respiro di nuovo
e ho voglia di anticanto
poesia dell’antimateria.

 

(Da Tutte le poesie, a cura di N. Lorenzini, Garzanti 2009)

Antonio Porta, Cercano di dare un tempo alla morte

Cercano di dare un tempo alla morte
poiché non ha dimensioni, è il vero
nostro infinito; così dicono alle ore
10 e 11 minuti ma non è vero
si era visto invece come si preparava
rannicchiandosi nella posizione fetale.
Quando si sedeva in macchina accanto
già prendeva quella posizione: l’auto
come il ventre della madre e via fino all’arrivo.
Quella volta in attesa di una morte in anticamera
ho sentito dire che negli ultimi tre minuti
la sua vita è precipitata nel senza tempo
nell’ultimo eterno minuto i dolori
raggiungono il loro acume, se ne vanno con l’anima.
Ma è un bene essere privati del tempo,
è un furto che genera abbastanza e dona
una pace non sperabile, raggiunta senza speranza
da un istante all’altro la dimensione è solo spazio
mare bianco increspato nella mente spalancata.

 

(Da Tutte le poesie, a cura di Niva Lorenzini, Garzanti 2009)

 

Paolo Ruffilli, Nell’abito di organza

(Nell’abito di organza
traforato,
sta in posa
su di un piccolo divano.
Un braccio è
abbandonato
sul punto di cadere.
Sostiene il mento
con la mano.
Sotto la frangia,
fissa in lontananza
gli occhi neri.)

Presto invecchiata
dal mestiere,
sulla sedia in ombra
nella stanza,
tenendo tutto il giorno
il suo cappello,
cantava piano, senza
più sapere cosa,
lo stesso ritornello:
“il falchetto cacciavento
piomba a terra
in un momento”.
Astro, folgore, cometa,
freccia d’argento.
Anche la traccia
luminosa…
è tutto spento.

 

(Da Camera Oscura, Garzanti 1992)

Paolo Ruffilli, La parola per me

La parola, per me,
veniva da distante.
Un a priori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel
suo dirlo, di colpo
riafferrato.

 

(Da Piccola Colazione, Garzanti Editore 1987)

Amelia Rosselli, Fra le stanze che oscuravano la mia viltà ve n’era una che

Fra le stanze che oscuravano la mia viltà ve n’era una che
rimbombava: era la notte. Io mi fingevo pazza e correvo a
sollevare i pazzi dal suolo, come fiori spetalati. Non era
luce che si dibatteva tra i cristalli, era la mia volontà
di sopravvivere! e tu gagliardo incoraggiavi con una lesta
manciata di monete incastrate nel mio desiderio dite che
ombreggiavi nell’infinito. Io ero la tua stupidella che rimava
a quattr’occhi nella sua cella di granito solidale agli
affreschi ed affetti degli solitari. Ma tu perdonavi e rincorrevi
l’anniversario della Luna che fra di molti biascicamenti sollevava
il sole dal suo candelabro. Tu non eri la mia chiesa eri
il mio demonio e la notte regina durava da eterno e mi rimaneva
in gola il sapore della tua forzata risata che s’oscurava
al levarsi del levante in una polveriera.

Tramite il riso in gola s’oscurava la mia gioventù. Tu la
risollevavi, silenziosa – nella sua castella delle abitudini.
Dormire forzare il demonio ad accaparrarsi i brandelli della
mia pietà, – dormire in una stanza ricoperta di tela e di
arabeschi potenti come lo zigomo della tua taccia.

(da Variazioni Belliche, 1964, in Le poesie, Garzanti 1997)