Daniele Bellomi, Una litosfera

una litosfera, una percorrenza, un’anagramma informale, quasi
geografico, le giornate a mietere, in maturazione, alla ricerca
di uno scampo per passaggi paritetici, elencati: così, in qualche
modo, è un’immersione, sì, per modesti cenni e deterioramenti,
una stratificazione, una mancanza di fiato, un levare, una messa
a terra della morale, un differenziale di altitudine, un calibro
fissato nel conciliare il qui, nel dire il più a ritroso. concedersi
alla parte del dileguo non sarà possibile nel darsi degli ammassi
aperti. l’abuso è nell’andare giù, dove le forze meno calibrate
non ne possono ripetere, alla strada, alla stratigrafia accidentale,
attesa all’amnesia, all’apertura amniotica, un lavare, un difetto
acquisito dall’aura, un risultato di accesso pronto allo scarto:
ciò che accumula e ammonisce è preso al posto dell’immune.

 

(Da La Parola Informe, esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Edizioni 2018)

Sonia Lambertini, Per sottrazione mi ripeto

Per sottrazione, mi ripeto.
Due passi in avanti
conto fino a tre
mi guardo alle spalle
e vedo che non sono
mai arrivata più in là del sei.
Il chiodo fisso di controllare le cose
con la matematica, un movimento:
meno anni, meno possibilità
meno tempo e luce
e poche parole
corte, le preferisco.
Il segno meno è una linea orizzontale
una lama sul collo,
un peso insopportabile.

(Da Danzeranno gli insetti, Marco Saya Edizioni, Milano, 2016)

Giulio Maffii, I morti stanno rinchiusi di giorno

I morti stanno rinchiusi di giorno
la notte mangiano frutta
Salivamo all’ultimo piano
e ti chiedevo
cosa incantava la vista o la vita sui tetti
Erano sintomi mi spiegasti
non Yadruvava
il sole non mi avrebbe rapito
e trasformato in uccello
tornai spazio dentro
lasciando un po’ di tempo
gocciolare sul granito delle scale
Il condominio grondava silenzio
e noia e radioline e stanze
ipocattocrisia e voci
la domenica pomeriggio
quando anche dio
chiude il portone

 

(Da Misinabì, Marco Saya Editore 2014)

Alessandra Cava, blue rooms (più ripido è il fondale più alta è l’onda)

«Or come faremo a sapere le nuove del mondo?»
«ci sono pur sempre le rose, / ci sono pur sempre i gerani…»

uno spostamento, non un passo, più volte, questa mattina, anche i massi, più volte, causando, rischiando di inghiottire, causando la demolizione, delle correnti

si è reso necessario, questa mattina, uno spostamento di forme, queste barriere, figuriamoci cosa accadrà, si ammette che le cose possano cominciare, si ammette che le cose, più volte, possano cominciare prima, anche i massi, ma non che possano finire, questa mattina, dopo di noi

perché il mare sia clemente, a solo due metri dai massi, è necessario tenere, a protezione dell’asfalto, la città intatta, dal periodo e dalla frequenza, delle ultime ore, si ammette che, una zona soggetta, al presente, non può disertare, dopo che, ancora danni, ancora, la demolizione delle barriere, anche i massi hanno ceduto, l’unica possibilità, la fine, uno spostamento di forme invece che di sostanza

s’immagini cosa potrebbe accadere, s’immagini, uno spettacolo, dopo che, nelle scorse ore, c’è stato il cedimento, figuriamoci, anche i massi, frequenti in questo periodo, cosa accadrà, in quel punto, all’approssimarsi delle aree, se è bastato, uno spostamento, si è lasciato vedere, un continuo fenomeno, bloccato, per evitare, il prevedibile, invece che, dopo che, dopo di noi, continua a rimanere, la città intatta, il primo mare, vuoto di gente

il movimento ondoso, un continuo fenomeno, chiamato anche stato del mare, in qualche modo, sarebbe uno spettacolo, invece, essendo stato bloccato, ha provocato, con il trasporto delle correnti, il prevedibile, una definitiva irreperibilità, finché, in ultima analisi, figuriamoci cosa accadrà, essendo, la presenza umana, e la sua mancanza, ancora da provare, in qualche modo, non è facile prevedere, in quel punto, una mareggiata, l’eccezionalità della vicenda, dove sono andati

quasi ovunque, si ammette, che la loro scomparsa sia totale, eppure, finché il mare, quello che è organico e vivente, continua a rimanere, si può, telefonare al mondo, e dire, più ripido è il fondale più alta è l’onda, e anche, quello che è organico e vivente, dopo di noi, continua a rimanere, anzi, è ancora più alto, anche i massi, in località, in quel tratto di costa, senza lasciare traccia, di interruzione, una definitiva irreperibilità, è ancora da provare, uno spostamento di forme, per effetto, di erosione in atto

si ammette che le cose possano cominciare, con mare calmo, vuoto di gente, si ammette, anche, la loro scomparsa, le cose, con creste e flutti, si è avvicinato, mosso dopo l’estate, ancora di più, più volte, il pericolo, è facile prevedere il peggio, ciò che fa il silenzio, di un continuo fenomeno, aumenterà sul serio, uno spettacolo, e il suo contrario, nessuno si è lasciato vedere, la gente non è, e, anche i massi, sono in agguato, da nord a sud, bisogna solo sperare, il peggio, non una nota musicale, è altamente improbabile

non hanno luci, perché, per evitare che, la demolizione, all’approssimarsi delle aree, le case, i relitti, i massi, sia, la fine stessa, la fine del, la terra, la diserzione in massa, la distruzione delle barriere, prevedibile, in uno stato di agitazione costante, uno spostamento, anzi, in ultima analisi, il naturale, e, anche, il suo contrario, quasi ovunque, è ancora da provare, la città, appena abbandonata, la situazione, anche i massi, se non sia un sogno, perché sono andati, e dove, le previsioni, frequenti in questo periodo, si ammette che, l’eccezionalità della vicenda, sarebbe uno spettacolo, vuoto di gente

figuriamoci, le case, s’immagini, non hanno luci, non potrebbero essere che fantasiose, quasi ovunque, s’immagini, se non sia un sogno, o rarefazione, lo spopolamento repentino, poiché il mare, una successione di stati, continua a rimanere, organico e vivente, in uno stato di agitazione, ancora, una significativa traslazione dell’acqua, e figuriamoci, se non fosse per i rischi, i danni, i relitti, sarebbe uno spettacolo, con creste e flutti, senza traccia, è ancora da provare, che le cose possano cominciare, più volte, figuriamoci, che le cose, possano finire, una nota musicale, una rarefazione, anche i massi, questa mattina, figuriamoci, dopo di noi, un continuo fenomeno, un’evacuazione

 

(Da La Parola Informe, antologia a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Edizioni 2018)

Francesco Lioce, I treni per Luca (senza l’amicizia non si fa rivoluzione)

Tardo di mente per gli amici,
per i parenti, in piccolo, bastardo,
ho svasticato imperi, allucinato
le foglie più arrostite della sera
da uno scalo merci salato di vruchi e gazze.

Come una lucertola, un po’ al sole,
ti piaceva fare l’hobo del quartiere,
da un muretto all’altro della strada,
fino alle cinque del mattino.

Roma Trastevere… Roma Ostiense… Roma Tuscolana…
e una scritta d’amore a spray bianco sui muri
FERROVIE DELLO SCROTO & SALIVA

È lì che mi ricordo di Anna Lisa
che passò a prendermi per portarmi all’areoporto:
il Giappone mi aspettava da una vita.

(Da La solitudine di Giuda, Marco Saya Edizioni 2017)

Antonio Scaturro, il nome consiste in

il nome consiste in
questo sparire delle cose, nell’andarsene
muti fra i fischi.

dalla radice sottrae ancora
il peso, di questo corpo che
concede il taglio, che trabocca
e fa naufragio.

poi non rimane che acqua a
destinarci alla terra, e non ci sono mai,
– ma neanche per errore -,
altre mani a farci scudo.

– ora mischia i materiali
in modo che non siano più –

nel riparo ultimo conca d’aria
sfasa il fiato, annuncia un sorpasso. franiamo
fra tutte le ispirazioni, ma senza respiro
a reggere il gioco. (le mani di cui prima
reggono l’acqua, fanno un’ampolla
come per miracolo).

esposti finalmente
al fuoco aperto di ogni cosa.

 

(Da La Parola Informe – esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Edizioni 2018)

Antonio Bux, Due ombre si assomigliano se smettono

Due ombre si assomigliano se smettono
d’imitare luce proseguendo nell’abbaglio
ma se crescono per caso come un segno
presto o tardi poi ripiombano sull’orlo
d’esser simili al nero che confonde
senza fondere davvero ma sbiadendo

 

(Da Sativi, Marco Saya Edizioni 2017)

Marco Saya, Stanza bianca

Sei in una stanza bianca,

vuota con dei chiodi alle pareti,

cornici senza tele sul pavimento,

legni sparsi contorni di una

radio che urla la sua frequenza

sulla strada, una macchina

in retromarcia azzoppa la folle corsa

dei decibel, cani che latrano nel saloon

di un bar, rivoli-bava di birra lungo

il marciapiede.

 

Cambia il set:

un punto solitario,

la scimmia primordiale,

una stella lontana,

il nero del buio acceca la luce

della domanda.

 

Scuse … in ritardo

la stanza bianca ti chiede scusa,

la pelle della specie non ha saputo

proteggerti dal sole del tempo.

 

(inedito)

Annamaria De Pietro, La fisica della caduta dei gravi

La fisica della caduta dei gravi,
ovvero
La creazione progressiva di dio
Ti prende come cadi telo teso
fra i pali che drizzarono maestranze
al soldo del gran re delle distanze,
delle altezze, dei termini, e del peso.

Quando a decine si precipitarono giù a capofitto dalle Twin Towers legione di dèi minori di tutti i miti e di tutti i riti si precipitò, con una certa calma, a squadernare per ciascun cadente, tirando ai quattro angoli, teli ben tesi di tutte le stoffe e di tutti i colori. Ma prevaleva il pizzo ad ago color del tempo (ricordi Pelle d’asino?), e così per le belle scalee dell’aria planavano a capofitto i paramenti sacri, le pianete, le gualdrappe, i tappeti volanti, fini e leggeri, ciascuno treccia e frangia dell’aria, giù agli accampamenti nomadi degli stracciai.

(Da Rettangoli in cerca di un Pi Greco, Marco Saya Edizioni 2015)

Francesco Terzago, Vorrei dire, agli altri passeggeri che mi sono vicini

***

Vorrei dire, agli altri passeggeri che mi sono vicini,
che spettacolo, che gran spettacolo, quest’ala
che ondeggia al mio fianco, pare quasi che
il suo vertice sia una lama puntata alla giugulare
del crepuscolo, ma è un’illusione. Che spettacolo,
vorrei che lo sapessero ma alcuni di loro
stanno rimettendo, altri stanno soffocando
il finestrino con una coperta viola. Qualcuno
se ne sta con gli occhi chiusi, fingendo
di dormire e allora me ne sto zitto a contemplare
l’ala. Mi accorgo che è simile al corpo flessuoso
di un pesce gatto, un pesce gatto che stia
risalendo la pigra corrente di un canale di irrigazione,
è un morbido movimento, una lenta esse.
Da una buona mezzora il nostro aereo è scosso
in ogni direzione. Tutto è cominciato non appena
abbiamo concluso il pasto: noodle con piselli
e cubetti rosa di carne di maiale. Ho sempre trovato
curioso il fatto che le compagnie aeree cinesi
distribuiscano queste grigie posate di plastica –
d’altronde sarebbe una scena poco edificante
una baruffa ad alta quota che veda i suoi contendenti
brandire bacchette lunghe come spilloni. L’aereo
sul quale sto viaggiando, per un istante, affonda.
Ora, un istante dopo, è più giù di alcune decine
di metri (centinaia?), un altro istante, ancora affonda.
È quasi come se questa nostra esistenza avesse
lasciato la presa, avesse ritratto, delle due,
la sua mano munifica. Il vuoto d’aria. Il vuoto d’aria
è un silenzio che si diffonde lungo tutta la cabina,
che scende come un balsamo bianco e ci segna
la fronte; anche il ragazzino, tre file avanti a me,
ha smesso di parlottare con sua madre e di fare
i capricci per avere il tè. Ognuno dei passeggeri
stipati con me in questa siringa di metallo, nell’aereo
della Shanghai Airlines, meraviglioso esemplare
di Boeing 767, sta pensando che il senso di ogni cosa
stia in quel segreto che risponde al nome di ‘peso’
– mentre cadiamo ci pare di non averne più, sentiamo
qualsiasi cosa dentro il nostro corpo diffondersi
e rivoltarsi. Quando, alcuni secondi più tardi
l’aereo riprende quota, so per certo che ognuno
di noi si sta sentendo gonfio d’elettricità. Sono
gonfio di elettricità, sono un rospo elettrico.
Sudo elettricità. Ho invocato, con le mie preghiere
il dio benigno dell’alluminio e ora mi sento gonfio
di elettricità. Ala, ala mia – flessuosa come il corpo
di un pesce gatto, te ne prego, ala che stai
sempre al mio fianco, che sei tutta attorno a me. Ala
che raggiungi l’orizzonte, che buchi l’orizzonte,
che lo fondi, che lo pieghi e che lo intrecci
in un canestro di scie di condensazione… ala, flessuosa
come il corpo di un pesce gatto. Una forza,
frankensteiniana, aveva consegnato all’ala una vita
apparente. Come se lei fosse divenuta, per un poco,
carne e lega metallica. Uomo e macchina
nel medesimo istante, nel medesimo luogo,
l’ala fu tutt’attorno a noi e noi fummo lei, trascesi
alle giunture metalliche, ai cilindri idraulici,
ai flap, agli slat e agli spoiler – ogni bullone,
ogni singolo bullone, sino al carburante, pompato
nelle turbine come sangue, e ai bluastri
circuiti elettrici. E fu forse troppo facile, in quei
minuti euforici, dimenticare che c’era un altro mondo
in attesa, al disotto delle sconvolgenti nubi, un mondo
spaventoso e amato. C’era l’ala, il tintinnio
della carlinga, i motori sagomati dalla velocità, c’erano
le nubi ribollenti come quando, nella torrida estate,
uscimmo dimenticandoci il pane a lievitare. Quando
la sera tornammo una massa ribollente aveva inondato
il tavolaccio dandoci prova del fatto che la vita
non è, sola, un principio – è il mutamento.

 

da Poeti della lontananza (a cura di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, Marco Saya Editore, 2014)