Sonia Caporossi, XV (Nell’assenza)

(Da Taccuino dell’urlo, Marco Saya Edizioni 2020)

Sonia Caporossi, Mi avevi detto

(Da Taccuino dell’urlo, Marco Saya Edizioni 2020)

Daniele Bellomi, thermal treasures

thermal treasures

in immersione, posto per definizione a zero, avrà luogo qualcosa
per tensioni, scosse, minime terminazioni. per arco e ritorno finisce
ad aprirsi un accesso marino: una massa viva e segnalante, minata,
una flottazione massiccia, i gesti di violenza, lo strangolamento,
il particolare consacrato in vicinanza al punto di osservazione
del natante – he has not confessed, he has made no statement,
charges of murder have been accepted against him – nell’atto
di riconoscimento della deriva. da polo a spigolo, da bordo a fuga
termica ne sente lo sbaglio, l’incremento, il pericolo, il corto
inevitabile (a latere di vita, ovviamente), la steccata, il sistema
di alimentazione del presente giunto a riva, in retromarcia
nella secca, nel difetto di energia che adesso può disperdere.

 

(Da La parola informe – esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, Marco Saya Edizioni 2018)

Silvia Tripodi, Occorre fare un elenco di nomi

occorre fare un elenco di nomi
estratti da un manuale
stenderli spalmarli
un lungo elenco in ordine alfabetico
apri una pagina a caso e via
nomi di piante e animali
nomi rari e bizzarri
una serie di parole
una massa di parole
un elenco lunghissimo
che sostituisca una passeggiata
che riempia un’ora intera
che sia la metafora di una passeggiata
che sia la metafora di un’intera giornata
del tempo che ci occorre per arrivare dal punto x
al punto y
che serva alla memoria
che sostituisca un manifesto politico
che aggiri un testo civile
un elenco che aggiri il soggetto
che lo soverchi
che lo metta in primo piano
che lo metta ai margini
che lo aggiri
che sia l’oggetto del soggetto
il soggetto sia l’oggetto dell’elenco
che questo nominare le cose
che dirle assertivamente e non assertivamente
abbia un valore politico
assuma valore
consumi il valore
senza che questa pratica sia un modello
che ci sia l’intenzione
che non ci sia alcuna intenzione
che alla fine di detto elenco
resti l’eco della voce
le immagini a massa delle parole
le une sulle altre
le immagini
le intenzioni
le enunciazioni
ci si soffermi sulle intenzioni
una intenzione sull’altra
una folta schiera di intenzioni

 

(Da  La parola informe – esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, Marco Saya Edizioni 2018)

Sonia Caporossi, Siamo qui a controfirmare

Siamo qui a controfirmare
senza manco un avvocato
‘sto contratto sovrumano
di carezze inesaurite

Di sicuro incapperemo
nelle clausole sbagliate
in cavilli e incomprensioni
“Basta, insistere non serve!”

Ma l’istinto di cercarci
ci riporta sul tracciato
di due mani inanellate
che ci guidano sul foglio

Ritirarsi non conviene
se la penna scrive bene
ecco l’atto notarile
della nostra indivisione

Ci garantirà dal buio
nel cammino accomunato
sui sentieri a ghirigoro
che per legge adotteremo

Sì, l’amore serve a tanto
ti proietta nella luce
di una libertà sovrana
che si adotta senza scampo

Poi scadrà la garanzia
Furto e incendio assicurati
Ma ora noi non ci pensiamo
Tanti, troppi già lo fanno

Io ho firmato: fai altrettanto?

(Inedito)

Daniele Bellomi, Una litosfera

una litosfera, una percorrenza, un’anagramma informale, quasi
geografico, le giornate a mietere, in maturazione, alla ricerca
di uno scampo per passaggi paritetici, elencati: così, in qualche
modo, è un’immersione, sì, per modesti cenni e deterioramenti,
una stratificazione, una mancanza di fiato, un levare, una messa
a terra della morale, un differenziale di altitudine, un calibro
fissato nel conciliare il qui, nel dire il più a ritroso. concedersi
alla parte del dileguo non sarà possibile nel darsi degli ammassi
aperti. l’abuso è nell’andare giù, dove le forze meno calibrate
non ne possono ripetere, alla strada, alla stratigrafia accidentale,
attesa all’amnesia, all’apertura amniotica, un lavare, un difetto
acquisito dall’aura, un risultato di accesso pronto allo scarto:
ciò che accumula e ammonisce è preso al posto dell’immune.

 

(Da La Parola Informe, esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, a cura di Sonia Caporossi, Marco Saya Edizioni 2018)

Sonia Caporossi, A una madre

Tramonto in versi di un iconoclasta
Quando l’astro dell’estro muore nell’ombra
Del suo prosastico baluginare
Io mi rispecchio in te
Frammento affabile infranto
Di immagini anamorfiche
A cui rassomigliare
Io mi rifletto in te
Lo specchio spocchioso che spacco
Ogni giorno ed ogni sera
Per non rassomigliarti più.

Alba in versi di un valentiniano
Quando il maglio del mostro sorge nell’ombra
Dal mio poetico pinnacolare
Nel plasma sanguigno di un fitto dolore
Io mi ritrovo in te
Amica che ammara al riflusso dell’onda
Di un cieco vagare per mari d’intesa
Nel bieco pleroma dei miei troppi Dei
Passati di moda, diversi dai tuoi
Gli stessi che invoco ogni giorno ed ogni sera
Per non ritrovarti più.

Mattina in parole di un ateo stilita
Nel suo filosofema blasfemo e personale
Nell’iperuranio dei fiumi eraclitei
Che scorrono incessanti
Come un tempo inesaudito
Io mi ricerco in te
Barbelo castrata da istanti reclusi
In cui non condividi più con me che il tuo rimpianto
Di non essere mai stata altro che una vera Madre
Io mi riposo in te
Il seno sensato del mondo che hai sul petto
Che soltanto, microcosmo, mi appartiene
In cui verso la mia fronte ogni giorno ed ogni sera
Per non riposare più.

Serata di silenzi di un cristiano secolare
Che prega il suo Signore scismatico e caduto
Rinnovandomi ferite sempre nuove
Per il senso di disfatta dell’averti conosciuta
Solo ora, solo adesso
Nel riflesso dello specchio
Nella cerca del riposo
Nella tua sostanza sovrana che trapassa le mie ossa
Che si chiude sulla carne come il fuoco della Forma
Quando informa il marchio a fuoco
Scabro e inciso sulla piaga
Del tuo calco di tristezza

Notte serena di un putto raffaelita
Io mi ristringo in te
Nell’anelare di un accolito all’icona
Che trasmuta la Bellezza in rimbrotti di Sostanza
Perché la Forma tu già me l’hai data
E nell’attesa della tua morte
più null’altro esiste al mondo
Tranne il pensiero della prossima brace
Tranne la stretta delle tue mani chiuse.

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* Questa poesia è stata pubblicata sei anni fa da Natalia Castaldi su Poetarum Silva. Qui si trova A una madre – Sonia Caporossi nell’articolo originale.

Domenico Arturo Ingenito, Quando al mattino sento le voci vostre

Quando al mattino sento le voci vostre
rifluire dal basso, odore di caffè
le luci piene del giorno veritiero
– la vittoria del legno sopra l’acqua –
non temo più il senso della fine;
e la bellezza dei vostri capelli
miele d’azzurro carbone innamorato
mi riporta alle campane virili del mezzodì
quando da casa di Carmen a finestre aperte
Tommaso è fratello del sole
e io cammino nelle sue scarpe
ché mi portino in dono la sincerità della sera.

(Da Poeti della lontananza, a cura di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, Marco Saya Edizioni 2014)

Omar Ghiani, Partenze

La fronte bianca sul vetro, le cose che forzano. Per loro il sole
riempie le camere di fresco. Per loro si scolorisce il libro, il libro
che ascolta crescere altre foglie.

Sui libri le tracce
il margine con le firme leggere
le mani sono annerite da una rete.

Dicembre – isola
lo stoppino si slega
al confine tra terra e acqua
la terra è acqua infinitamente.

Così sulle ciglia la ghiaia si fa vetro
così il vetro è sabbia e respiro
un ritorno pieno
ai tralicci di vischio
contro un filo di cinghia
sul campo stringato
sul corpo marrone della terra.

L’immortalità agli orti.

 

(Da Poeti della Lontananza, a cura di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, Marco Saya Edizioni 2014)

Sonia Caporossi, Microtrattato in versi sulle origini del mondo

Rahamim
Misericordia
Pasto all’aglio del ricordo
Meme ancestrale
Ebraico incavo del nulla del vuoto
Ventre uterino, intra-extra in pulsazione
Pallido addiaccio della venatura molle
In cui scorre il sangue di deità scarnificate
Prostrati qui alla luce, in nuce riposiamo
O Potnia Metereopatica
Eretteo misterioso sull’Acropoli del Mondo
Teca di velcro dell’humanum
(giacché homo sum, et cere humanum brum)
Velours, Crochet, chiusura lampo del Tempo
Spazio vuoto fra le dita dell’orma di Dio
Imprimatur essenico, pe-diluvio universale
Mayr *Màhzter Hayr *Phzter
Madrepadre di Valentino
O santa ctonia, o sale o peso o kentum
Isoglossa centum-satem che seziona il mio duo-verso
An-Ki, Cielo e Terra, la montagna inseparata
Gli Dei ctoni e iperurani si dividono il Blastoma
Sul palato del Dio Intero l’affricata di un abbraccio
Con la terra da cui forse noi dormienti proveniamo
Mergiforme, notticulo abbaglio
Indopaleoradicali che ci inducono al setaccio
Di ermeneutiche speranze sulla soglia del Pleroma
Progenismo dell’idioma qui nel gioco del linguaggio
Partorito in fila indiana dalle viscere materne
Dagli incavi delle vergini Mati Zemlya, Tellus, Ceres
*ker, “la Femmina che porta messi”
Gea teogonica, Pachamama
A cui poi donare l’offerta
Un feto di lama, una foglia di coca
Rendendo grazie alla ruota del Tempo
Sulle ginocchia di Madre Natura
Che ci osserva indifferente, lo diceva il Conte Giacomo
“tutto è male”, tutto è molle sui malleoli del Verbo
Rigenerazione a frotte nella serie di Fibonacci
Geni, eoni, basi azotate, doppie eliche annodate
Madre Incinta Maculata
La lordosi del peso del Ventre
Steatopigia che ci dà la vita
Callipigia, fecondata fica
Aeneadum Genetrix, Hominum Divumque Noverca
La calcite delle ossa nella Colchide del Caucaso
Fu la patria delle Amazzoni, fu la terra di Medea
Folle Madre figlicida tra gli Sciti e i Cimmeri
Orizzonti di senso comune
Ci raggrumano la memoria
Nelle formule d’invocazione
Πότνια Θηρῶν degli Archetipi
Pia Signora delle Bestie
(La minoica cacciatrice come da letteratura)
Ishtar – Astarte – Afrodite – Kubaba – Cibele – Artemide
Persefone – Proserpina, doppelganger impenitente!
Se Ecate è figlia di Gea, se Demetra è figlia di Rea
La dea Aruru dei Sumeri di chi è figlia?
Orbe indotto dell’Ur-Cosmos
Prima che Bythos l’abisso si svegliasse dal torpore
Prima che Sophia creasse Jaldabaoth nel fetore
E Barbelo rilevasse la sostanza dell’errore
Noi di chi eravamo figli?
Miserere, Pantocrator
Rahamim, o Re del Mondo:
Siamo posteri all’orrore.

 

(Da Rahamim. Lingua, terra, misericordia, monografia a cura di Francesca Brencio su  Kasparhauser, rivista di cultura filosofica, Settembre 2013)