Tommaso Di Dio, Con gli anni la vita si complica

Con gli anni la vita si complica
si confonde si immischia
la certezza non si dà
nelle mani mai. Le persone dilatano
s’allargano rughe pance
gli anni sono ricordi nel parco
la stessa strada
che continui a fare e rifare
e gli alberi. Dentro il ventre di una donna
a godere steso con la faccia sporca
sulla terra; nella montagna
fragile delle paure che dilava
cancella
amici case paesi. E ogni mondo
a cui hai creduto come cosa salda e vera
è già di altri negli altri corpi
come una bufera che non riconosci più; che non riesci
ad amare di più.

 

(Da Tua e di tutte, Pordenonelegge-LietoColle 2014)

Fabrizio Morlando, Come balene spiaggiate

Una volta ci voleva regalare un bel cucciolo di cancro lo zio
che stava di casa vicino a quella topaia chimica in culo alla città,
diceva che tanto lui ce ne aveva un allevamento intero
e che si riproducevano come conigli infoiati che non sapeva
più dove diavolo metterli, che era costretto a darne qualcuno via,
noi a casa mia non ne prendemmo neanche uno e che tristezza e che pena,
papà diceva che un piccolo tumore in appartamento soffre,
che poi non ci mette niente a crescere e diventare grande e grosso,
perché quel tumorino paffutello era di quella razza che si fanno grossi così,
di taglia grande e quindi quattro mura non potevano far altro che soffocarlo,
che c‟avrebbe avuto bisogno di sgambettare indisturbato
e no di prendere il thè alle cinque con i pasticcini all‟arancia
e marmellate ai frutti di bosco, che poi quanto costa tenerlo su bene,
dottori e medicine per tenergli il pelo lucido e le vaccinazioni poi,
non abbiamo tempo noi e la passeggiata serale
con annessa pisciatina rigenerante, Dio mio,
ricordo che lo zio ci rimase molto male per „sta cosa, non si riprese più,
s‟era fatto bianco bianco e se ne stava con lo sguardo a fissare il vuoto,
fermo immobile nel suo letto e tutt‟attorno i suoi adorati tumorini
a tenergli compagnia, non posso proprio togliermelo dalla testa,
sbucarono parenti da ogni dove, ne trovavi dovunque:
nei cassetti per esempio, tra i calzini coi rattoppi e le mutande ascellari,
altri in frigo al posto delle uova, nella dispensa,
qualcuno nel cesso ci s‟era lanciato con un tuffo con avvitamento
coefficiente di difficoltà novepuntocinque, tantissima gente tutta per lo zio,
qualcuno tanto che era contento di stare in sua compagnia che
addirittura piangeva commosso, io pensavo “quant‟è bella sta famiglia unita
con tutto sto Bostik-affetto” quando mi si avvicinò mamma e mi fece:
“Ora tu sei grande e puoi capire, lo zio ci ha una brutta cosa”
che io rimasi lì su due piedi che altrimenti sarei stato una gru,
perplesso come non mai, me ne andai al cesso ad elaborare il lutto.
Come balene spiaggiate, ecco come ci sentivamo tutti.

 

(Da Caramelle dagli sconosciuti, LietoColle 2017)

Fabrizio Morlando, Juggernaut

E già, alla fine tutti i buoni propositi,
le geniali sentenze si schiantano dal cielo al suolo,
colpo su colpo, in mille concretissimi sogni,
sogni di puzzle, sogni a pezzi che al risveglio dimentico,
astri (s)cadenti, bocconi di carne esistenziale
a combattere corpo a corpo lo stesso orribile
vecchio Vietnam d‟incomprensione,
a denti stretti stesse lotte, le stesse pallottole
che entrano ed escono dalla testa
dei nostri Hemingway, dei nostri Cobain,
dei nostri pazzi tristi di sbornie tristi,
oh Gesù Cristo, non riesco a dimenticarvi,
non posso lasciare questo cuore
intasato bastardo di buio,
“rimettiti le scarpe, porta fuori il Silenzio
a balbettare alla luna, finché c’è tempo.”

 

(Da Caramelle dagli sconosciuti, LietoColle 2017)

Bianca Madeccia, Esci da te

Esci da te, guarda l’altra sponda,
la verità giungerà da lì, avrà
il volto innocente della gioventù
e la saggezza della maturità d’anni.
Giungerà nella stagione delle spine
e avrà come maestri aquila e cigno,
potere e solitudine, spazio e purezza,
alchimia delle due menti diventate una.

 

(Da L’acqua e la pietra, LietoColle 2007)

Bernardo De Luca, «Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»

«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»
il televisore parla le sue lingue,

sale un odore di detersivo dai bicchieri.
Sei andato alla finestra. Hai aperto

un’anta e a passi lenti hai camminato:
la ringhiera, il freddo ferro verde,

ti divideva dalla strada e il piombo
scendeva dentro nei polmoni.

Sei rientrato in casa, hai messo su l’acqua:
hai aspettato che il tè bruciasse gli organi.

 

(Da Misura, LietoColle 2018)

Davide Nota, Battesimo

Fui iniziato all’arte nell’illusione
di portare un po’ di luce a me
medesimo ed al mondo; mi sbagliavo.
Non so di preciso cosa ho sbagliato:
se certe letture o quell’erudizione
che ricercavo in biblioteche e scuole
tralasciando l’intensità che duole
ad ogni passo sulla riva impura.
Ma il duri finché dura la costanza
è già finito, consunta quella rabbia
aristocratica che mi portavo sulla
schiena, come un masso, quella teatrale
messa in scena che è la vita e non è
la vena, né la poesia…

Ma in questo dopo dopo dopo guerra,
dove la terra è fragile ed i piedi
esausti, a prima mattina serra
la voce un diniego soffuso sotto
pelle, nella carne ardente. E come
vedi non scrivo più poesie d’amore,
né rubo rose alle coltivazioni
industriali per donarmi in qualche modo
un breve lapsus accidentale.
Si va, anzi, si va nell’acqua sporca,
si continua la ricerca nell’epoca
delle fermezze, delle decisioni
inesorabili, mentre inesorabile
per noi è solo il mattino, è questo
scarno tentativo che nel sangue
cerca di salire alle arterie, al cuore.
Ma è un’aspettativa schizofrenica
che in fondo il fondo di rinuncia sfiora
spesso, quando a sera per esempio guarda
il popolo rientrare dalle feste
al mare, dagli chalet che si riempiono
di luci e battiti animali: che si vive
giovani per già dimenticare qualche
cosa di non visto, non vissuto.
Eppure il trauma ce lo troviamo impresso
dentro, come un marchio a fuoco,
come un battesimo insaputo
che soltanto a tarda notte conosciamo.

 

(Da Battesimo, LietoColle 2005)

Paola Febbraro, Queste stanze che diventano locande

Queste stanze che diventano locande

sono le mie poesie

 

le lascio con una leggerezza tale

da farmi godere

 

perché non si dice mai che si gode a sparire

 

(Da Stellezze, LietoColle 2012)

Eleonora Rimolo, Il grigio incenso della sagrestia e noi

Il grigio incenso della sagrestia e noi,
fiamme bambine contro la preghiera
informi dentro sacchi, spesso mute:
in quegli anni era tutto un rimanere
e il tuo sesso non cresceva
– non cresceva – sotto i miei baci
pesanti come sassi. Impenetrabile eri
il cardine di ogni altrove,
la sola metafisica possibile,
il digiuno forzato del penitente

 

(Da La Terra Originale, LietoColle 2018)

Guglielmo Aprile, Riempire un ventre

Riempire un ventre
ad intervalli regolari, questo
il comandamento della macchina,
fare scorta
di ghiande e grassi insaturi, approfittare
delle cene comandate,
l‟orgasmo è obolo
a favore di un clero esoso, che ha
la sua brutale giurisdizione
su ogni cellula dell‟universo,
il primo regno di chi nasce
è piangere, la morte ha inizio
appena l‟ossigeno affonda la sua vampa rabbiosa
nel cigno dell‟imene.

 

(Da I masticatori di stagnola, LietoColle 2018)

Eleonora Rimolo, Sono cresciuti insieme a te i miei capelli

Sono cresciuti insieme a te i miei capelli,
io meno. Ancora sono tentata dallo svanire
se ogni giorno scavo un lembo di pensiero
e mi riduco a un liquido vischioso, irriflessivo,
che non lascio bere a nessuno. Potremmo
davvero esserci tutti senza nient’altro
– solo nutrirsi ogni tanto – umane necessità.
Cosa riempirebbe allora le coscienze,
quale commento, quante penose idee.

 

(Da La Terra Originale, LietoColle 2018)