Massimo Parolini, Comunque, Stelio, ora dico la mia: non piove…

[…]


DUSE:
Comunque, Stelio, ora dico la mia: non piove …


(D’Annunzio inizia a digitare sullo smartphone)

Tutto si è fatto complicato …
I freschi pensieri
rimasti fuori dal frigo han preso la muffa
e non piove –che truffa- sulla favola bella
che ieri c’illuse, o Stelio.
Non piove sul pianto della scavatrice
che strappa le tamerici salmastre ed arse
sulle ceneri di Gramsci e su quelle di tutte
le vite sconosciute comunque degne
d’esser vissute;
non piove sulla gioventù anima bella
che per i saggi benpensanti
-con un lavoro e consulenze
dovrebbe far politica e partecipazione
senza l’obolo –che impurità…- di un gettone;
non piove sui cattivi maestri e sui politici mestieranti
che nessuno può spostare
perché fin lì sono arrivati
ed han diritto di restare…
se poi son in Parlamento
a parte i vizi, hanno pure i vitalizi…
non piove sulla bella giovinezza
che si fugge tuttavia
sul doman senza certezza
mentre l’oggi è già
di sua signoria…
non piove sull’ecologia che sembra piangere
di dispiacere per l’umana miopia…
non piove sugli occhi suoi ridenti e fuggitivi
sul limitar di gioventù salivi
-tormentone sui banchi
per milioni di studenti
da oggi a De Sanctis-;
non piove sulle sudate carte
sui veroni del paterno ostello
sul vago avvenir che in mente aveva
la tenerella che vinta da chiuso morbo
continua a perire nei banchi di scuola
all’apparir del vero…
non piove sulla sorella di Cesena 1
sposa da oltre centocinque anni
che parla, parla e guarda le cose intorno…
non piove sull’immenso illuminato
su cui han speso fiumi di inchiostro
-al tempo che pioveva, e il livello
dei corsi d’acqua
non era al lumicino
non piove sul m’illumino di meno
nuovo santo in calendario
pur con l’alto Patrocinio
dei gemelli sopra il colle…
non piove sul fruscìo che fan le foglie
nella man di chi le coglie
e se a cadere sono soldati
il morus alba è mors e basta;
non piove sulla morte che non si
sconta più vivendo
ma che si vive scontando
perché comunque i saldi
ci son tutto l’anno
e perché al giorno d’oggi anche i rifiuti
hanno il loro giorno di gloria
nel grande reality della storia…

[…]

(Da (NON) PIOVE – Passeggiata (di una giornata) semiseria (virtuale) di D’Annunzio e della Duse dal Vittoriale e gli asolani ai giorni nostri –mestamente- quotidiani, LietoColle 2018)

Pasquale Vitagliano, Hai mai sentito un esempio

Hai mai sentito un esempio
che non fosse banale?
Perché tutti credono ai luoghi comuni:
il bene degli altri, i valori nella fossa,
il non provare risentimento,
i pensieri scevri da pregiudizi,
il bi e il ba che nessuno ricorda più.

La nostra vita non è stata banale
perché non abbiamo perso tempo,
ci siamo buttati, abbiamo ballato,
ci siamo svestiti come fachiri sulle piante dei dolori.
Siamo rimasti a zero, senza benzina,
fuori campo, siamo arrivati lo stesso.

La nostra vita non è stata banale
-a parte il dirlo. Perché non è un esempio.

 

(Da Cibo senza nome, LietoColle 2011)

Maria Benedetta Cerro, Sei la malattia che insinua nel sangue

Sei la malattia che insinua nel sangue
———————-la musica degli uccelli morti
che addormenta in letti alcolici
le parole indispensabili al canto.
Tu sei prato straziato dall’incanto
tomba di vermi e di poeti pazzi
———————-che un solo libro affossa
da cui germoglierà l’incontro.
Miracolo crudele
che ha guarito gli occhi
———————– ora ciechi
———————e dallo sguardo inverso –

 

(Da Lo sguardo inverso, LietoColle 2018)

Victoria Surliuga, da un balcone a strapiombo

da un balcone a strapiombo
su un fiume in piena
la bufera sbatteva le persiane
lui stava in piedi
cercava di chiudere le ante
“fa attenzione papà” gli diceva
ma era tardi
nel tempo di togliere una ciglia dall’altra
si era dileguato
in cumuli di
polpa di pompelmo

from a balcony overlooking / a river flooding / the storm shattered the blinds / he was standing there / trying to close the shutters / “be careful, dad” she was saying / but it was late / in the time it took to separate one eyelash from the other / he had vanished / in a pile / of grapefruit pulp

(Da Forbici, LietoColle 2006)

Emanuela Ceddia, Le rondini si scrivono nel cielo

Le rondini si scrivono nel cielo –
volanti ideogrammi della sera
segni d’una lingua pioniera
che il mondo già parlava
in nostra assenza.

 

(Da Essere transitivo, LietoColle 2017)

Emanuela Ceddia, Parola

Parola, sei un occhio
che mi vede. Un occhio
che si schiude in faccia a
un dentro. Un senso
acuminato che mi trova.
Sei tocco affilato che decide.
Sei timpano, parola.
Membrana che vibra
in nuove corde. Sei fibra
del corpo immateriale.
Che insorge. Risale.

 

(Da Essere transitivo, LietoColle 2017)

Francesco Maria Tipaldi, L’interno della foglia è nel ventre

L’interno della foglia è nel ventre
doloroso di un verme.

Il verme è nel ventre doloroso di un uccello modesto.

Due sciacalli trascinano un maiale sul tappeto di casa.
Un corpo fumante.

L’alce procede verso un gelo maggiore.

 

(Da Spin 11/10, LietoColle 2019)

Tommaso Di Dio, Con gli anni la vita si complica

Con gli anni la vita si complica
si confonde si immischia
la certezza non si dà
nelle mani mai. Le persone dilatano
s’allargano rughe pance
gli anni sono ricordi nel parco
la stessa strada
che continui a fare e rifare
e gli alberi. Dentro il ventre di una donna
a godere steso con la faccia sporca
sulla terra; nella montagna
fragile delle paure che dilava
cancella
amici case paesi. E ogni mondo
a cui hai creduto come cosa salda e vera
è già di altri negli altri corpi
come una bufera che non riconosci più; che non riesci
ad amare di più.

 

(Da Tua e di tutte, Pordenonelegge-LietoColle 2014)

Fabrizio Morlando, Come balene spiaggiate

Una volta ci voleva regalare un bel cucciolo di cancro lo zio
che stava di casa vicino a quella topaia chimica in culo alla città,
diceva che tanto lui ce ne aveva un allevamento intero
e che si riproducevano come conigli infoiati che non sapeva
più dove diavolo metterli, che era costretto a darne qualcuno via,
noi a casa mia non ne prendemmo neanche uno e che tristezza e che pena,
papà diceva che un piccolo tumore in appartamento soffre,
che poi non ci mette niente a crescere e diventare grande e grosso,
perché quel tumorino paffutello era di quella razza che si fanno grossi così,
di taglia grande e quindi quattro mura non potevano far altro che soffocarlo,
che c‟avrebbe avuto bisogno di sgambettare indisturbato
e no di prendere il thè alle cinque con i pasticcini all‟arancia
e marmellate ai frutti di bosco, che poi quanto costa tenerlo su bene,
dottori e medicine per tenergli il pelo lucido e le vaccinazioni poi,
non abbiamo tempo noi e la passeggiata serale
con annessa pisciatina rigenerante, Dio mio,
ricordo che lo zio ci rimase molto male per „sta cosa, non si riprese più,
s‟era fatto bianco bianco e se ne stava con lo sguardo a fissare il vuoto,
fermo immobile nel suo letto e tutt‟attorno i suoi adorati tumorini
a tenergli compagnia, non posso proprio togliermelo dalla testa,
sbucarono parenti da ogni dove, ne trovavi dovunque:
nei cassetti per esempio, tra i calzini coi rattoppi e le mutande ascellari,
altri in frigo al posto delle uova, nella dispensa,
qualcuno nel cesso ci s‟era lanciato con un tuffo con avvitamento
coefficiente di difficoltà novepuntocinque, tantissima gente tutta per lo zio,
qualcuno tanto che era contento di stare in sua compagnia che
addirittura piangeva commosso, io pensavo “quant‟è bella sta famiglia unita
con tutto sto Bostik-affetto” quando mi si avvicinò mamma e mi fece:
“Ora tu sei grande e puoi capire, lo zio ci ha una brutta cosa”
che io rimasi lì su due piedi che altrimenti sarei stato una gru,
perplesso come non mai, me ne andai al cesso ad elaborare il lutto.
Come balene spiaggiate, ecco come ci sentivamo tutti.

 

(Da Caramelle dagli sconosciuti, LietoColle 2017)

Fabrizio Morlando, Juggernaut

E già, alla fine tutti i buoni propositi,
le geniali sentenze si schiantano dal cielo al suolo,
colpo su colpo, in mille concretissimi sogni,
sogni di puzzle, sogni a pezzi che al risveglio dimentico,
astri (s)cadenti, bocconi di carne esistenziale
a combattere corpo a corpo lo stesso orribile
vecchio Vietnam d‟incomprensione,
a denti stretti stesse lotte, le stesse pallottole
che entrano ed escono dalla testa
dei nostri Hemingway, dei nostri Cobain,
dei nostri pazzi tristi di sbornie tristi,
oh Gesù Cristo, non riesco a dimenticarvi,
non posso lasciare questo cuore
intasato bastardo di buio,
“rimettiti le scarpe, porta fuori il Silenzio
a balbettare alla luna, finché c’è tempo.”

 

(Da Caramelle dagli sconosciuti, LietoColle 2017)