Luciano Mazziotta, Il risultato di un’onda sonora imprevista

il risultato di un’onda sonora imprevista
un gong dall’esterno che sfibra il campo visivo.

sono i vicini che lanciano oggetti e si inseguono
oppure auto in sosta che assorbono l’urto delle altre.

o ancora ambulanze che hanno frenato di colpo
o cicche lanciate in attesa al pronto soccorso.

si verifica l’identico qui come altrove
come altrove si recita il teatro fuori quadro.

la luce su medea coglie solo lei che trema
ma muoiono i figli e precipita il rumore sull’immagine.

 

(Da Posti a sedere, Valigie Rosse 2019)

Francesco Maria Tipaldi, L’interno della foglia è nel ventre

L’interno della foglia è nel ventre
doloroso di un verme.

Il verme è nel ventre doloroso di un uccello modesto.

Due sciacalli trascinano un maiale sul tappeto di casa.
Un corpo fumante.

L’alce procede verso un gelo maggiore.

 

(Da Spin 11/10, LietoColle 2019)

Fabio Orecchini, Madre a nascondere i polsi

madre a nascondere i polsi, le artriti
dei legamenti, il nodo ritorto dei legami
l’incedere a passi lenti sommovimenti,
il padre a mostrare i denti, i lacerti, incerto
se ridiscendere verso i catrami mostrami
il martirio di pose le forze arrese, i reperti
non per trascinarsi -iridescente- non per non dire
i come ancora i se resti – resisti –
ridere di quanto vissuto per niente

(Da Per Os, Sigismundus Edizioni 2017)

Andrea Zanzotto, Vocativo

Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s’ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebetì nel muro.

 

(Da Tutte le poesie, Mondadori 2011)

Fabrizio Sani, Mettiamo un mattino come un altro

Mettiamo un mattino come un altro,
fischiettando tra i marciapiedi della tua città
– fosse fine primavera –
tra gli smilzi fili d’aria
che la mia bocca lascerebbe cadere
abbandonassi anche qualche lacrima,
tu cosa raccogliesti?

Mettiamo in un mattino come un altro
volessimo incontrarci in un bar per il caffè
– fosse fine primavera –
e io mi fossi un po’ attardato.
Una volta terminato il caffè,
mi chiederesti, con aria immatura,
di restituire quel tempo insieme che ti ho sottratto?

Mettiamo, dicevo, un mattino come un altro,
chiudessi i tuoi occhi e con le mani le tue orecchie su di me
– fosse fine primavera –
evaporassi assieme a tutto il mondo.
Supporresti che la vita procede ancora,
che oltre la tua morte nient’altro morirebbe?
Sapresti, con certezza celeste, di avermi davanti?

Vorrei sapere se un mattino come un altro,
ravvisando la luce sensuale del sole
– fosse fine primavera –
cominceresti a pensare al caldo che si attenua
in un mattino di fine estate
e alla vigna dove potremmo spogliarci e baciarci,
tra l’uva matura?

In conclusione, mi piacerebbe capire
semplicemente se posso chiamarti amore.

 

(Inedito)

Maria Laura Valente, Non conosco la parola

non conosco la parola che stenografi il dolore
che coaguli in grafemi l’infezione dei pensieri
forse è nota di chiusura di volumi fuori stampa
un lessema desueto in idiomi che non parlo
forse è chiusa nel tuo nome, crittogramma senza chiave
o è meronimo del mio, del frammento che ne hai tratto
resta vuota la casella, confessione non siglata
un silenzio raggrumato che ristagna tra le ossa

 

(Inedito)

Daniele Barni, Il fiume

Il fiume è partorito dalla terra:
il suo pianto disegna prima un rigo,
che si fa traccia e poi tragitto che erra,
zigzaga, si raddrizza, nell’intrigo
del suo andare, o discendere, o finire.
Il fiume cade ma procede, sbanda
ma prosegue, ora scivola giù a spire
ma ci riprova, e senza far domanda:
il desiderio suo è di passare.
Il fiume ora cammina sopra lame
di pietra, si riposa in pozze rare,
trascina con la schiena ogni gravame;
svuota l’eccesso, colma la mancanza
e porta pure in braccio chi lo chiede.
Verso la fine, poi, in silenzio avanza,
lento corteo di vanità e di fede.

 

(Inedito)

Martina Campi, L’erba è stata derubata

L’erba è stata derubata, non si è fatta più vedere
e non si è fatto vedere più neanche
l’uomo nuvola dei miei tuoni, che colleziona mattina
e braccia mentre aspetta l’onda. Ma l’onda è la collina.

 

(Da () Partitura su riga bianca, Arcipelago Itaca 2020)

Daniele Barbieri, se cerchiamo di capire il messaggio

se cerchiamo di capire il messaggio, eccoci di colpo
persi eccoci nuovamente figure lontane, sintomi,
allusioni a un’impressione di verità, se cerchiamo
di comprendere il messaggio, di cogliere il gesto, eccoci
improvvisamente persi, istantaneamente figure
lontane, lontane, fragili, lontane figure fragili
di incomprensibilità, quando cerchiamo di capire
e non ci siamo, non siamo vivi non restiamo veri
non viviamo, non restiamo nemmeno cerchiamo più
quando ricerchiamo, eccoci di colpo persi, fragili
e lontani e dimenticati

 

(Da Distonia, Kurumuny 2018)

Sergio Pasquandrea, Alla fine del viaggio

Come sempre ciò che resta
è l’incastro dei frammenti
la pelle affiorata la sillaba elisa
è solo così che vivono i gesti quando
la parabola è interrotta
finché emergi dall’eclisse più
vicina che mai
espiata nella conta dei silenzi
non più tacendo all’improvviso pronta
a riempire lo spazio
ricomporre i passi.

 

(Da Approssimazioni e convergenze, Pietre Vive Edizioni 2017)