Piero Schiavo, Grammatigramma

Sei la sesta vocale che scompagina l’alfabeto
il sinonimo sempre mancato
l’invidia dei tuoi antonimi

capricciosa ossessione
della parola ritrosa
sospesa nella memoria

semplice all’apparenza come
immediata bisillaba androgina
universale assonanza
di nulla mai rima

verbo finito senza pronomi
impersonalità di gesti concentrici
a nulla ti fletti
nessuno ti declina

bianca luce che filtra
dalle rovine di ogni calligrafia
il tuo nome è
per me invece condanna

primo soggetto di ogni pensiero
ultimo termine
che dopo sé
altri non ascolta

(Da Dissolvenze, Giuliano Ladolfi Editore 2017)

Mario Famularo, Le cose che non nomini

le cose che non nomini
e non vedi
non esistono

gli oggetti e le creature
per un tratto
si distinguono

e se poi, figlio, si rivela falso?

benedetto inganno
che sfumando sovraccarica
le nostre intimità

della crepa sanguinante
non dirò la dispersione

ma solo l’occorrenza
di annientarsi nel contagio
della contaminazione

 

(Da Favete Linguis, Ladolfi Editore 2019)

Paolo Mazzocchini, Nihil ad nihilum

Morire nella natura viva
viva sempre della nostra
morte, patire questa sorte
divina e l’umana ventura
di sapere che noi si dura
vivi soltanto nella morte.

 

(Da Pietra e Farfalla, Ladolfi Editore 2019)

Grazia Procino, Coltivazione lenta

Di un amore che muore – così come è nato –
conservo nel mio giardino
l’angolo riparato dalla pioggia
il punto di unione delle menti
le strade convergenti
di pensieri astratti.
Innaffio quando il cielo inaridito
non manda giù la pioggia.
Non aspetto un altro amore
per adesso coltivo ogni istante
curo l’orizzonte da cui giunge tutto.
Lo sguardo aperto arriva
dove gli opposti si confondono
il fiore sbuca dalla neve.

 

(Da E sia, Ladolfi Editore 2019)

Michela Zanarella, E’ stata la notte

La notte nella sua luna imperfetta
smantella il silenzio
per sentirti meno lontano da me.
Adesso parlano gli occhi
che fanno rumore più del vento.
Nel buio la luce
si ritrova più viva del sole
come le lucciole sul fieno.

 

(Da L’Istinto altrove, Ladolfi Editore 2019))

Mario De Santis, Faccio la somma dei tuoi volti

Faccio la somma dei tuoi volti
che ho visto e che saranno;
immagino la crudeltà delle tue rughe
il punto viola che si scolla come un’ombra
da me. Prima di entrare con il treno
nell’acqua che cade su Milano,
dentro la pianura il sole era terribile
piatto e disposto alla sua morte
perfetta per una luce che viene da terra.
Non conoscevo ancora il tuo respiro
nella notte, così nell’ acqua
piovana la musica che invade
il peso del mio corpo, che cede nel tuo odore.
Voglio che il cielo resti la divisione
tra noi infinita, mentre cammino oltre Bovisa,
fermo all’angolo di un muro qui dove sono cade
quel niente che ritorna, passi segreti
quelli che mi riportano da te,
un vago oriente: per sempre tutto mi dividerà
da tutto, adesso,
perché nel momento che ho saputo
ho smesso di sapere
.

(Da Sciami, Ladolfi Editore 2015)

Marco Bini, È forse un problema di temperatura

È forse un problema di temperatura
se la pellicola rende i fotogrammi
coi margini scontornati dal calore
– come l’afa estiva incolla lenzuola e fronti
nel sudore e fonde le estremità di giorni
adiacenti per le regole dell’insonnia;
allora una pulsazione cardiaca
è uno sconnesso battito di tamburo.
Sarà volgendo a un più rigido inverno
– la neve di soppiatto come una spia
a colmare frontiere e demarcazioni –
col favore della conservazione dei tessuti,
si osserva la mappatura delle cose
senza asperità e maggior definizione.
Si sente allora propagarsi come un cerchio
nell’acqua, dalla gabbia del torace un pulsare
– preciso – un tempo forte senza sbavature.

 

(Da Conoscenza del vento, Giuliano Ladolfi Editore 2011)

Silvia Rosa, Natura Morta

Un altro giorno spremuto in fretta
impastato intero ‒ un grumo ‒
dentro tutto il tempo del mondo,
scolora appena fino alla linea curva
del cuore, un’arancia d’inverno
data in pasto alla noia, acida.
Quel rosso che mi raggiunge sempre
come un maledetto monito
– non sprecare ancora le tue ore
non buttarle via come chicchi
di neve succhiati a metà –
adesso è un tramonto oltre
il vetro appannato di ombre:
sul tavolo resta affilato
il ricordo dell’alba, l’ennesima cui
non ho dato peso abbastanza,
per questa mia voglia di essere niente
in pace, dimentico a volte che esistere
è camminare sul bordo sbeccato
dell’orizzonte, fuori da questa ovatta
di nido appassito, ruvida quanto basta
a perdere anche la pelle.

 

(Da Tempo di Riserva, Ladolfi Editore 2018)

Massimo Del Prete, Abracadabra

‘Non puoi pensare il tempo prima
del big bang’ dissero in tv. Ebbero torto.
Sta lì l’ultima, l’estrema ritorsione
del gomitolo, del tempo che visse sé stesso,
prima, della parola che sapeva dire veramente
la parola che nel canto fece il mondo
lo esplose in un acuto e glissò le nostre
vite – continuammo noi ma poi
dimenticammo e i nomi si dispersero.

Oggi esistiamo nel dopo, nell’inverso del processo
in una vita che si è fatta letteratura
disfatta in virgole, grafemi, stanghette
senza autorità che fingono d’immaginarla
questa vita non più vissuta non ricordata
– come me e te, i nostri sogni che
non osammo dire né creare
e il loro canto breve in balìa
dei pronomi di un condizionale.

 

(Da Soglie, Giuliano Ladolfi Editore 2018)

Silvia Rosa, Dita di mollica

Ci sono giorni da rosicchiare
come pane duro
‒ dal bordo annerito dell’alba
lungo la crosta delle assenze ‒
un boccone che raschia voce e
lascia segno tra le palpebre, umide.
Ci sono giorni come mattoncini
freddi d’acqua, in questa nostra casa
che ha l’eco del tuo odore e
alle finestre tende candide di nuvola,
che spiovono rigando guance
dove hai lasciato briciole di baci
e tra le labbra una promessa
di lievito e di sale, il terrore autentico
di perdersi fuori da una porta
senza più cardini e dai tuoi pensieri
chiusi a chiave, una serratura arrugginita e
svuotate le mie mani, le dita di mollica
da buttare ai pesci.

 

(Da Tempo di riserva, Ladolfi Editore 2018)