Tomaso Pieragnolo, Viaggio Incolume (estratto)

[…]

Lei solleva la sua mano e gli sussurra «io

ti aiuterò in questo scricchiolio di ponte

in cui ogni passo è incerto ed ogni cielo

è come un alterno di stoltezza e di clamore»;

perché da questa notte così buona lei

ha imparato contro il male a bestemmiare,

a insegnargli ad occhi chiusi a immaginare

le poche nevralgiche illusioni come nuove,

contando nel suo sonno tutti i sogni che in corto

frangente si erigevano a fortezza; con il miele

che conosce avrà condotto lontano

le fervide utopie di storie appese

dentro al vento come abiti a seccare, o dentro

l’autunno come ali per volare, nel risveglio

solo ali per amare o per inazzurrarsi

pur restando sempre soli, altere

per raggiungere i suoi baci pertanto

disabili nei sogni che ha guardato

concedersi alla vita che ci è data. Non sarà

questo suo corpo che comprende l’avara

invenzione che ostinata ci scolora, ma

uno sguardo che accecato tutto vede e tutto

scorda eccetto ciò che è sconosciuto, che divina

tutto ciò che ha preservato per questo

presente claudicante nel suo ufficio

di morire e poi rivivere ogni giorno.

 

(Da Viaggio incolume, Passigli Editore 2017)

Selahattin Yolgiden, biriyle olmanın yalnızlığı (La solitudine di non esser soli)

biriyle olmanın yalnızlığı

açılır ve kapanır kapılar
her gece birbiri ardına
pencereyi aç, perdeyi çek
aynı elle.

eğer aynı eve geleceksen
yaşamak
yılışık bir gölge gibi nereye gitsen yanında.

odadaki melekleri görmek için
kısık gözlerle dolaşman saydam bir kapı açıyor gecede

“ben yoktum önceden, şimdiyse
hiç olmadığım kadar varım burada
işte bileklerim, bir asma dalı kadar narin
ve yüzüm; senin aynanda…”

yağmurlar gelecektir, yakın artık
suya kavuşmanın özlemi toprakta

biriyle olmanın yalnızlığını
hep başka biriyle doldurdun hayatında.

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la solitudine di non essere soli

le porte si aprono e chiudono
una dopo l’altra, notte dopo notte

apri la finestra e tira le tende
con una mano sola

se vieni nella mia casa
la vita ti starà
sempre di fianco
come un’ombra adesiva.

il tuo aggirarti a occhi semichiusi
per avvistare
gli angeli nella stanza
apre una porta trasparente sulla notte

“prima non esistevo, ora invece
esisto più che mai
ecco i miei polsi fragili come tralci
e il mio volto nel tuo specchio”

si approssima la pioggia, si avvicina
la nostalgia del terreno per l’acqua

la solitudine di non essere soli
ogni volta la colmi con un altro

 

(Da Lacivert Bir Oyundu İkimiz Arasında, Premio di Poesia Arif Damar 2011; traduzione di Nicola Verderame)

Paul Celan, Der Andere, Gli Altri

Der Andere

Tiefere Wunden als mir
schlug dir das Schweigen,
größere Sterne
spinnen dich ein in das Netz ihrer Blicke,
weißere Asche
liegt auf dem Wort, dem du glaubtest.

 

(Da Die Gedichte aus dem Nachlaß, Suhrkamp 1997)

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Gli Altri

Piú profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
piú grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
più bianca cenere
giace sulla parola cui hai creduto.

 

(Da Conseguito silenzio, Einaudi 1998, traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

 

Miriam Bruni, Ci incontriamo fra i non nati

Ci incontriamo fra i non nati
– Quanti siamo! –
Fra il segno e il senso. I sensi
e il mondo. E scambiamo
nell’ombra parole, lasciamo
sfiorire le rose – gli amori
fuori tempo / fuori campo –
Gettiamo nuovi fili
oltre la cruna – Forse ami –
(inedito)

Annamaria Ferramosca, Una Linguasilenzio Felice Larga Piove

 

una linguasilenzio felice larga piove

penetra cantapetali dentro      nel

dentro innocente sanguelinfahumus

permea senso      senza

metallo che risuoni

 

da muro a muro da spina a spina

i dispersi al tocco sussultano si stringono

di fronte è la gelida notte

lontane le due torri come mammuth

emersi domani dalle nevi

 

ecco che galleggia sopra di me un Atlante

di sperdimento      avvampa

così intensa la musica

ha forma d’arpa il telaio

tutti quei pesi di terracotta

a piombo come ghigliottine

ora stanno in levità di vibrafoni

nel primitivo piegarsi delle spighe

spose che vanno      culle

luce sul confine tra carezza e lama

 

abbiamo consegnato le ferite

insieme alle armi, preferito la festa

le lunghissime tavole sonore

il miele delle nozze diffuso

tornare nudi su terra nuda

farsi gola d’agnello mille volte

se occorre ancora sangue

per il gocciolio della fine

 

porte del mondo che ritornano alberi

città come campi da seminare

illuminati a regno      piove

un silenzio-beatitudo

sonno infantile      lava che pietrifica

 

una fila di pietre da riscrivere

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A Languesilence Long and Happy Rains

 

a languagesilence long and happy rains

penetrates petalsongs inside     in the

innocent inside, bloodlymphhumus

permeates meaning with     without

metal that might resound

 

from wall to wall from thorn to thorn

dispersed people are startled by touch, reunite

faced with the freezing night

the two towers are gone like mammoths

emerging tomorrow from the snow

 

now the Atlas mountains float

over me     bewildering, burning

the music so intense

the loom looks like a harp

all those terracotta weights

like leaden guillotines

now light as vibraphones

among the primitive bending of wheat

brides ambling, cradles

light on the border between caresses and blades

 

we’ve handed over the wounds

and our arms, we’ve chosen the feast

its long boisterous tables

wedding honey flowing

we’ll return naked to naked earth

be the lamb’s throat a thousand times over

should blood be required once more

to drip slowly to an end

 

doors of the world back to trees

cities as fields to be sown

lit like kingdoms        it’s raining

beatitude-silence

a child’s sleep, lava that petrifies

 

we still have a row of rocks to be rewritten

 

(da  Other Signs, Other Circles – Selected Poems 1990-2009,  Chelsea Editions, New York 2009, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti,  Introduzione e traduzione a cura di Anamaría Crowe Serrano)

Luca Bresciani, A mia madre piangevano le ossa

A mia madre piangevano le ossa.

 

Il volto le restava asciutto

ma il corpo si faceva più corto

per fuggire senza indietreggiare

vicino a un uomo fatto di rumore.

 

Io ero un pannello fonoassorbente

come quelli ai lati delle autostrade.

 

I nei allargarono i fianchi

diventando adesivi di rondini

e rimasi a reggere una primavera

che né odorava e né intiepidiva.

 

(Dalla silloge inedita Canzone del padre)

Alfonso Gatto, Facciata Natalizia Napoletana

Ai poveri balconi delle case felici
zeppe di strilli, inferme, in alto alle cornici,
ove il cielo dei fili si perde nell’albore
murario delle cupole e nel freddo del cuore,
e Napoli nell’agro falsetto trova il piglio
grinzoso, la sua matria ridicola di figlio
di scena è la facciata ove il Natale mostra
i melloni, le sorbe, l’uva dei merletti
di carta, i fichi d’India. (È la nomenclatura
del far tutto con cura.) Qui sbiadiva la nostra
fanciullezza pensosa: la stanza, i vecchi letti,
il Vesuvio dipinto sul mare di Bengala.
Era l’aria festiva, era l’aria di tutti,
la porta sulla scala aperta ai pastori
che piangevano i lutti, il bambino che viene
in braccio alle novene.
Era un vederci fuori
di noi, “al vento, al gelo”, per restar dentro, al fiato
di quel primo passato ove albeggiava il cielo.
Ho dipinto un ricordo, il ricordo ha la mano
paffuta di geloni per quel mangiare poco
in mostra sui balconi, ma dipingo per gioco.

 

(Da Tutte le poesie, Mondadori 2017)

Paola Mastrocola, Preghiera della neve e dell’attesa

Sfrigola la carta crespa,
incanta come sempre il pastore inginocchiato,
la pecora che resta
indietro, inciampa, increspa
la finzione del prato;
le case di cartone, l’acqua
che non scorre – è un velo
di stagnola,
e il muschio…
ah, il muschio! unica nostra astuzia
quest’aggiunta patetica del vero,
quest’attenzione un po’ pignola
alla minuzia… –

Portami ancora doni, dio bambino.

Entra dalle finestre chiuse, assali il sonno,
fammi sorpresa quando l’ora
scocca ed è – miracolo – mattino.

Portami l’attesa per esempio, il dono
che lungheggia il tempo, lo rinnova
al fuoco sempre acceso, all’eco
d’un mio desiderare
timido, quieto.
Torna a essere l’Atteso,
colui che senza una ragione arriva, senza peso
(eravamo bambini bravi, capaci
di sperare, anche
di bivaccare all’ombra di un divieto;
perché ci hai reso vecchi così rapaci,
e schiavi?).
Ritorna l’attimo che riempie
d’un qualche baluginare il mondo:
fai che vediamo al buio i lampi
latenti,
la tenda che si scosta, il frullo
delle ali, il soffio
d’un alito che sia divino…

Noi,
ciechi veggenti.
Fai che passiamo l’anno ad aspettare
(quest’arte oggi così desueta, incolta…).
Fai che così aspettando non passiamo.
Non così veloci, e senza posa…
La pena di passare sia una neve
che s’incunea a filtrare
e gocciola dai travi, appena sciolta…
Qualcosa che alla fine ci distrare
e riposa.

Gianni Ruscio, Fammi la tua verità

Fammi la tua verità. Fammi inorganico. Rendimi
opaco. Cieco. Sei tu la sconfitta
dei miei occhi. L’unica. Sconfitta che genera
ritorsione del nulla dentro al nulla… unico sbocco
che in me vede senza guardare. Guadami,
guadami e per i tuoi demoni fammi libro
e costellazione.

(Da Proliferazioni, Eretica Edizioni 2017)

Marco Saya, Stanza bianca

Sei in una stanza bianca,

vuota con dei chiodi alle pareti,

cornici senza tele sul pavimento,

legni sparsi contorni di una

radio che urla la sua frequenza

sulla strada, una macchina

in retromarcia azzoppa la folle corsa

dei decibel, cani che latrano nel saloon

di un bar, rivoli-bava di birra lungo

il marciapiede.

 

Cambia il set:

un punto solitario,

la scimmia primordiale,

una stella lontana,

il nero del buio acceca la luce

della domanda.

 

Scuse … in ritardo

la stanza bianca ti chiede scusa,

la pelle della specie non ha saputo

proteggerti dal sole del tempo.

 

(inedito)