Vanna Carlucci, Ero rimasta al suono della gola

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Ero rimasta al suono della gola
che brucia da secoli
ora questa poesia è un rogo di stoppie:
ha limato i vocalizzi
ha creato un silenzio che nel buio scoppietta.
Intanto l’autunno ha falciato i capelli perché la mia nuca
fosse memoria luminosa
tenero ritorno
sezione morbida dell’occhio.
Per fare di me una guerriera
ho protratto la mia bocca alla fame delle parole
ho cercato una disciplina violenta
fino a quando il richiamo del lupo si è formato nel mio volto buio
e le gambe sono diventate lance al galoppo.
Si scrive per fare di questa vita
una corsa luminosa
una voce.

(inedito)

Emiliano Michelini, Trenta Giorni

Trenta giorni

 

ingialliti scrostati. giorni senza. anni

luce e freschi giardini crescere attraverso lunghe ciglia.

Interruttori alle pareti. luci festive

per il suo muffito disuso. oltre lo scoglio aperta la soglia, la scorza congelata in fretta memoria in forma di vetro.

in forma di strumento avanzato da cui. patire il significato sotto il cielo del corpo. al supplizio dei fiori. lingue morte.

un corpo diviso, sciacquato dal dubbio.

vertigine di ombre, parole sbattute

finestre. nei microsolchi, nella ferita sanguinante dei gettoni.

diluita carne di ricordi. morti dal mare cancellati. niente qui dopo un lungo vagare. stare sulle viscere scorticate. Ruminare

nella gola carne e laser tra le mie braccia

voi lo conoscevate.

l’intero fracasso. vento dell’alfabeto.

 

(Da Phanopoeia, silloge inedita 2014-2016)

Selenia Bellavia, Epitteto

Epitteto

 

Bevo in particelle una geometrica parola

l’apparizione e un fremito sul petto, oh  lascia

che io penetri nei tuoi luoghi sacri come un dito

oliato per i buchi, tu lo sai, la voglia di ficcarsi

dentro è dichiarazione vera

dell’amore che inabissa i suoi protoni a quel tu

divaricato, all’unico richiamo

una lettura assoggettata che più scioglie

e più trafora: tu fondami le storie

immaginali

 

in corpo musicale, per un’ora e semper, le tue alghe

nelle furie già perfette a sillabe e diluvio

sopra i nervi atomici del fiato

 

una pressione larga da ingoiare, la forma

semplice del nome, una potenza nell’evento

e come supera l’infinità nella ripetizione

il mito, la sua ritualità, un’epifania stordita

in fatto pubblico di sé, l’alterità di me

che si trabocca in forme di tyche danzante

al numero cambré del prima e poi

come il piede d’Aristotele si muove all’essere

cos’era

 

mostra ogni travaglio

al dio che piroetta così la trama accesa di vento solare

scellerata e franca si svolgerà sui pori, tu

 

ancor vibrante.

 

(inedito)

Angela Botta, Per tutte le volte

Per tutte le volte

 

Fabbrica di tumulti tra spazi chiusi, banalità in bottiglia.

Chi offre di più non teme la fabbrica degli incesti.

Oltre la finestra bianca, oltre le spalle

in questo peso immenso

tralascio la domanda e dono il futuro.

Sprezzante negazione della speranza

concepisco in vitro senza negarlo.

Sono figli d’immenso, piani obliqui della necessità,

e mentre mi spari trionfa la neve.

Non sopporto più il nulla…

Che si tinga di giallo questo sangue

sto scopando la strada nuda,

mimando gli alberi della perdita.

Eccomi sono pronta a morire,

solo perché non riesco a non ridere?

È sempre quello che mi accascia

sono televisiva come una bagascia.

Portatemi sull’altare vestita di cielo

tra Duchamp e Man Ray

così viva da esistere per sempre

divorando il sesso dei sogni.

Tutto vedo a forma di luna

e ho perso i piedi per camminare sul fiume.

Portami via fratello crudele

Voglio i campi di Van Gogh, i suoi cieli di stelle.

Un piccolo angolo nell’Invisibile

Tra_dita di senso e masturbazioni

Abbraccerò le cose mai dette

e morirò per loro, come fosse un Amore.

 

(inedito)

Daniele Bellomi, not less than equal

sia il meno lieve, sia un programma che non serva, e che sia
tutto e sia per niente, minuto, preghi per meno dell’orribile,
fatta per fluirne l’aria del copione e concentrarla in emivita,
nel metodo invisibile che vede avanti, dove c’è. che conti,
o lo riguardi una frazione incontrollata e messa in atto,
in giro lungo, posta ad esserne contatto, conta, parte creata,
e prima che sia niente può procedere. non guarda su, poi,
nel data center se lo elimina da sé: ne è l’effetto, creatura
elargita dal punto mura al vuoto che ne spiega, e punto,
è bene e sa, ne ufficializza il nome. disperderlo, per dire
che è finito, dando indizi, parti di volo che non perde,
facendole amate, fatto niente, nella macchina che segue
un’interfaccia familiare e lo protegge. salvo ancora, pare
nuovo quando piomba addosso, arriva al seeding, dentro
la sua nuca in base al conservarne ricorrenze: lunga e lieta
sia la meno lieve, in fase, staccata alla radice, riponendo
quel che c’è del suo futuro. se poi è meglio non sapere,
sì, la predizione, e farne esperimento, rivederla mentre
addebita, comprende, adesso in là di più, come dal vero:
permettere che tutto sia nell’odio, sapendone dell’ora.

 

(Inedito)

Marco Giovenale, Dall’altra parte del fotogramma

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Dall’altra parte del fotogramma
il tempo continua in linea retta.
L’acqua – a sciame contro alluminio
giù dal doppio tetto capovolto è dentro
il fosso che la spezza e la preserva.
La durata dell’enigma è gli anni
necessari a rinunciare – con ragione.
Il ratto è nero. Corre in cerchio, accanto.
È la natura della versione. Il paesaggio
fa storia stesura, all’indietro,
all’inverso, pagina-vetro.
È una: varietà della scrittura.
Di questa. Rasura.

 

(Da Storia dei minuti, Transeuropa Edizioni 2010)

Francesco Fedele, La resaca

La resaca

 

Mi estómago cúmulo de escombros

de una silenciosa guerrilla de cada noche, escondida de los vuelos de mariposas siempre a la búqueda de luz,

no aguanta más,

quiere pararse y no logra digerir mezclas de infinito, es un precio demasiado bajo por su salario.

Mi cerebro hace huelga, yace casi muerto

y quiere siempre ser bombardeado hasta el explotar final,

feliz por no conseguir más pensar en sueños

de segunda mano,

destruirse por destruirse ¡qué juego malo!

Mis pies querrán un día caminar descalzos

por el paseo de estrellas o sobre una cama de palabras que cambiarían

el mundo,

con confianza en un futuro mejor, mejor para todos.

Mi corazón vaciado (traicionado por sí mismo) flota en medio cielo

arrastrado por un viento del sur ligero, hoja quemada de verano.

Hoy está de resaca toda mi negra alma,

e yo en todo mi mismo sé quien soy, lo que quiero, pero no dónde voy,

ni con quién marcharé en un ocaso de mil

y pico colores

pero adelanto pasos sobre pasos

sin cansarme de buscar mi carretera…

y cuando tendré en la mano la felicidad mi imagen en el cuadro envejecerá por mi. Sé quien soy

no adonde voy.

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Il mio stomaco

cumulo di macerie

di una silenziosa guerriglia di ogni notte,

nascosta al volo delle farfalle

sempre alla ricerca della luce,

non ce la fa più,

e vorrebbe fermarsi e non riesce più a digerire mix di infinito,

è un prezzo troppo basso per il suo salario

Il mio cervello sciopera,

giace quasi morto

e vuole sempre essere bombardato

fino all’esplosione finale,

felice nel riuscire a non pensare a sogni di seconda mano,

distruggersi per distruggersi

che pessimo gioco!

I miei piedi vorranno un giorno camminare scalzi per un viale di stelle

o sopra un letto di parole che cambieranno il mondo,

con fiducia in un futuro migliore,

migliore per tutti.

Il mio cuore vuoto

(tradito da se stesso)

fluttua a mezz’aria

trascinato da una leggera brezza del sud,

come una foglia bruciata d’estate.

Oggi è in hangover tutta la mia nera anima

E io, con tutto me stesso so chi sono, quello che voglio,

però non dove vado,

né con chi marcerò in un tramonto di mille colori

però avanzo passi su passi

senza stancarmi di cercare la mia strada…

e quando avrò in mano la felicità

la mia immagine nel quadro invecchierà per me.

So chi sono

non dove vado.

 

(Da Vicolo Cieco, Leonida Edizioni 2012; traduzione dell’autore)

Giancarlo Stoccoro, Sono gli occhi a dirigere le parole

Sono gli occhi a dirigere le parole

Sono gli occhi a dirigere le parole
ponte di luce in mezzo alle lacrime
ma non tutti i luoghi sanno avvicinarsi
se poi il cielo di traverso si mette
muro alto in una notte calma
corpo a corpo che ignora la morte

 

(Da Parole a mio nome (2014-2015), Il Convivio Editore 2016)

Roberta Ioli, Prolegomena

Prolegomena

Il patto era non interrompere l’infanzia.
Nella stagione del circo solare
un anello imbandiva
di promesse la tavola. Era il fuoco
che arde in una periferia qualunque.
Era innocenza. Come poteva
la bambina dei numeri e dei miti
imparare l’arte della gioia,
balbettare la propria imprecisione?
Togliere cibo al corpo in fioritura
alle tenere giunture dei tredici anni
era forse devozione sulla via
del perdono. Per quali peccati?
Rapita l’anima, la carne resta creta
indurita agli abbracci, scintilla infine
di quella fiamma prima, di quel negato amore.

 

(Da Radice d’ombra, Italic 2016)

Michele Belsanti, La civiltà ingrassa gli avvoltoi (ma anche iene e scarafaggi se la passano bene)

La civiltà ingrassa gli avvoltoi (ma anche iene e scarafaggi se la passano bene)

 

La masse, come pecore, allevate

in recinti di odio e di ignoranza,

private

di consapevolezza, di sostanza,

di futuro,

e che in compenso vengono sfruttate,

tosate, succhiate, spolpate, disossate,

ridotte a povertà,

ad un presente ormai sempre più duro,

le case pignorate, i prestiti richiesti per campare,

e sopra tutti senti volteggiare

questi avvoltoi feroci, occulti, urlanti

slogan del cazzo da pubblicità,

azzimati, puliti, benestanti,

che ti verrebbe voglia di provare

a ribellarti,

a uccidere, a sparare,

ma questo è un gioco che non sai giocare

ed è perciò che devi rassegnarti

ad una desolante verità:

piegarti, sottometterti, umiliarti

è il centro dell’odierna civiltà.

 

Questa è la civiltà. Già da bambini

si inizia a bere, a fottere, a drogarsi,

si inizia a professare

un credo di sopruso e di violenza,

o di semplice fredda indifferenza,

il che è lo stesso,

ed è così che vedi propagarsi

nuove generazioni di assassini,

il cui unico scopo è sopraffare

il proprio simile dandogli tormento,

il cui solo morboso godimento

è guadagnare la notorietà,

buttando al cesso

qualunque umanità

per un passaggio in una trasmissione

che le brillanti reti nazionali

mettono ormai a tua disposizione

con una inesauribile dovizia:

e questo triste zoo di barracuda

è nei talk show, è nei telegiornali,

dimostrazione cruda

di ciò che al giorno d’oggi fa notizia.

 

Questa è la civiltà. Banche che crollano

seppellendo milioni di persone,

che all’improvviso, senza una ragione

anche pur vagamente comprensibile,

si trovano privati

di ogni speranza di sopravvivenza,

mentre i pochi avvoltoi che controllano

appollaiati

le sorti del pianeta si arricchiscono

in modo permanente e irreversibile,

scarnificando senza continenza

miliardi di persone che subiscono.

Questi avvoltoi, necrofagi, rapaci,

appollaiati sulla connivenza

di governi fantoccio e compiacenti,

prodotti da politici voraci

senza coscienza e senza dignità,

però dotati di creatività,

di feconda, geniale fantasia,

e inventano spauracchi di emergenza

che sono inesistenti,

fatti di odio, di xenofobia,

di terrorismo e criminalità,

così terrorizzando la nazione

continuano a sviare

l’attenzione

da ciò che conta, dalla verità:

che siamo cibo, roba da mangiare,

che non contiamo un cazzo, siamo massa

spolpata all’osso, come una carcassa.

 

E i politici, non uomini, ma iene,

necrofagi incapaci di volare,

spinti dall’ingordigia del potere

stanno lì a sorvegliare

le masse, col preciso dovere

di mantenerle ottuse, addormentate,

con le menti annebbiate

e indifferenti a tutto ciò che avviene.

Questa loro missione

è certamente molto impegnativa,

e per il suo successo è decisiva

la spinta data dall’informazione.

I giornalisti, questi scarafaggi

mangiatori di cacca

che quotidianamente è rievacuata

sotto la forma innocua di giornali,

dotati di coscienza, ma baldracca,

che vende il culo per quei pochi vantaggi

che le deriva dalla professione.

Ma in fondo pure questa è una missione.

Così tra notiziari e quotidiani,

attraverso decine di canali

la coscienza di tutti è bombardata

da servizi ed articoli  svianti,

ed i loro messaggi

partigiani

sono ormai sempre più terrorizzanti.

Con il loro mestiere

sanno bene

essere i portavoce del potere,

kapò bastardi senza più decenza,

cacatori di pagine ormai piene

solo di allarme, solo di violenza,

con il solo obiettivo

di renderci insicuri e manovrabili.

In questo il loro apporto è decisivo,

sono maestri, sono insuperabili,

dando sempre di più la percezione

di una realtà distorta

dirigono la pubblica opinione,

celebrando

il funerale di un’informazione

scomparsa, inesistente, andata, morta,

e la paura che vanno seminando

è parte di un disegno di potere,

che per cieco egoismo narcisista

forse neppure riescono a vedere:

la massa si controlla col terrore.

Questo dice davvero il giornalista:

“non disturbate il manovratore”.

 

Questa è la civiltà. Masse sfruttate

ridotte a cibo, e in più cibo incosciente,

che quotidianamente

sono spolpate, sono dilaniate

da quei pochi avvoltoi che ci si ingrassano

scarnificandole sistematicamente.

I loro avanzi toccano alle iene,

fameliche, sbavanti, che si ammassano

sui resti sbrandellati del banchetto.

E la merda di entrambi poi mantiene

una torma di blatte che si sfama.

Il quadro è questo, lucido, perfetto:

questa è la civiltà. Così si chiama.

E le masse, milioni di persone,

non si avvedono

di ciò che gli succede, controllate

nel loro stesso modo di pensare,

tranquillamente siedono

sulle loro poltrone,

e danno ascolto alla televisione,

drogate, intorpidite, addormentate,

continuano a comprare

i soliti giornali del mattino,

e credono perfino

di formarsi una libera opinione:

ridotte in uno stato di apatia

continuano a cullare

l’illusione

della democrazia,

pensando di essere loro che decidono.

E gli avvoltoi, dall’alto, se la ridono.

 

(inedito in volume)