Antonio Sacco, Haiku

andare via –
anche il pruno saluta
i propri petali

 

(Inedito)

Gabriel Del Sarto, Derivati

Le parole sono solo dei derivati. Un vento
come questo sogno di un vento
teso sulla seta che ci sovrasta: dici questo
e ancora muori, ancora dirai
sono prigioniero. Ecco
quello che i miei occhi vedono
nel lento salire delle messe
festive: come rende il giorno del Signore
la luce del sole sulle scale di marmo,
nel chiaro del tempio, non i volti.
La profezia racconta di un seme sospeso
nel buio dell’aria. Le notti tutte
dentro l’aria, il passo del lupo,
il resto di cui ci facciamo garanti
e ancora l’aria dentro le parole e le parole
che nascono dagli occhi – il compimento
del senso.
Prima questa condanna: vedere
senza mai germogliare. Come quando
ogni città consuma se stessa
in cerca di eroi e pensi bello dire
che l’occidente è libertà, e la libertà
corrisponde al desiderio.

 

(Da Il grande innocente, Nino Aragno Editore 2017)

Emanuele Franceschetti, Il vecchio professore

il vecchio professore siciliano riflette su discorso e costruzione,
la sua orazione è teatrale, ieratica. la fine germina naturalmente
da saturazione da stanchezza, cita mostrando la chiusa di una partitura. Non s’accorge
che la parola ha sorpassato il limite della lectio su Adorno e l’avanguardia,
non pensa alla sua fine. Non ricorda in quest’ora luminosa che oltre
la matematica dei suoni avanza il suo secolo prossimo al congedo.

 

(Inedito)

Vincenzo Bagnoli, The killing moon

Cieli bianchi di nuvole basse
sempre le stesse del sessantasette
atti di nascita non compilati
l’infinità dello zero l’ovunque

La buia ottusità del giorno pieno
lattiginosa cortina uniforme
mangia la cima di tutte le cose
come il mare d’inverno ingoia la costa
e nei sorrisi nebbiosi ritrovo
il gelo delle stelle di dicembre
cerco un racconto le cose che ho visto
ma niente mi rimane e niente sento

Lune assassine attraversano gli anni
ore calanti in nulla è ormai questa
la vera paura i vuoti alle spalle
non la morena dei duri detriti
qualcosa che dietro lascia la scena
(e visto di sfuggita nello specchio)
le altre parole accanto cancellate
da loro non riavrò le sensazioni

(Da Deep Sky, Edizioni D’If 2007)

Alessandro Mazzi, Mi bacia il pianto degli elementi

Mi bacia il pianto degli elementi,
collerico mentre passo
sotto l’arco sventrato
dal liuto delle statue,
suonano le pieghe
dei maniscalchi,
la loro arte leviga
la sera

 

(Inedito)

Alessandro Agostinelli, brodskij

lo diceva josif brodskij
in una sua conferenza
che questa stanza, proprio questa
– diceva lui –
non è sempre così, così
come la vediamo ora noi;
questa stanza è riempita
per lo più di silenzio
nell’arco delle 24 ore,
io dico che anche per questo
si deve avere rispetto
dignità!, dico rispetto
per il suo silenzio
e se ancora questa stanza
ha una sua disposizione
che può apparire naturale
non si deve stravolgere
troppo.

lo scriveva josif brodskij
che ha vinto il nobel
come tanti l’hanno vinto
e tuttavia sono più quelli
che non lo hanno vinto,
e che comunque hanno scritto
e suonato con le parole,
con le loro serpentine di parole,
magie bicchieri favole
e le altezze delle donne
il loro sguardo
di gioie freschezze
giorni di festa,
e il mare di notte
che è nero, perché
è nero come il mare
che mugghia e poi
spuma bianco e
resta nero a largo
di notte che l’orizzonte
si stempera nel buio
del mare-cielo
tutt’uno divino e santo,
e si diceva del nobel
di brodskij e che
scriveva qualcosa che poi
alla fine ha a che fare col mare
perché introduce un vero
essere del mare
di un mare caldo e forte
come quello di derek walcott
mezzo rosso e mezzo nero
come quel mare là, insomma
il suo mare nero
ma anche mezzo rosso.

e lo scriveva josif brodskij
per la mappa del nuovo
mondo di derek
che le civiltà sono qualcosa
di finito, e nella vita di ognuna
viene il tempo in cui il centro
non tiene più, e allora,
quello che le salva,
che salva queste civiltà in declino
(come questa nostra)
questi imperi sottosopra,
quel che le salva dalla disintegrazione
non sono gli eserciti e le legioni,
ma la forza della lingua,
fu così per roma
e per la grecia dell’ellenismo
– voi lo sapete –
e poi alessandro magno….

in questi momenti
lo scriveva josif brodskij
il compito di tenere
di reggere il declino spetta
agli uomini delle province
delle periferie.
la periferia dell’impero
non è il luogo in cui
finisce il mondo, ma
è il luogo dove il mondo canta,
perché alla fine si canta.

e quando josif brodskij
scrive così – e anche fra pochi secondi
che ve ne racconto un’altra delle sue –
lo so perché ha vinto il nobel.

e lo scriveva josif brodskij
che le vere biografie dei poeti
sono come quelle degli uccelli,
i dati vanno ricercati
nei suoni che emettono;
e allora voglio cantare anch’io
e sproloquiare qui davanti a voi
che bevete tranquilli
nelle vostre tiepide case
e che trovate tornando a sera
un cibo caldo e visi amici,
ditemi chi sono io che il mezzo
del cammin di nostra vita
è ciò che non siamo
come cocci aguzzi di bottiglia
che il guardo esclude e poi
pum pum
quell’albero secco lassù
e la forza dell’intelligenza
di josif brodskij e di voi
che state seguendo questo sintomatico
armonico ossimorico
rap serenata al sapore di sale
sapore di mare che pisa
non fa la stupida stasera
che azzurro il pomeriggio
e stato troppo azzurro e lungo
per elisa quando margherita
non c’era sulla locomotiva
che buca ancora e a notte
alta e sono sveglio e
il chiodo fisso ora
è come finire questa
vita spericolata che mi fa
continuare a parlare sulla musica
e tutto qui è reso magicamente
soffuso da questa luce
seminotturna seminterrata
e tutto non potrà che andare bene
e anche per il meglio
perché conosciamo le strade
e la luce della notte
e sappiamo dove andare
e abbiamo occhi per guardare
altri occhi e mani per toccare
e orecchie per sentire
e bocche per dire e piedi
per muoversi e siamo
tutti quanti noi puri
e statemi bene e buonanotte
a me a voi, e a tutto il mondo
di cui siamo cittadini
e buonanotte suonatori…

 

(Da Agosto e Temporali, Edizioni ETS 2000)

Fernando Della Posta, E’ di quella irata sicurezza

È di quella irata sicurezza
che ho paura, di quella convinzione
universale che ogni cosa
debba avere un proprio posto
un proprio naturale incastro.
Quel matematico postulare
per cui le curve asintotiche
non debbano mai toccare
il loro mare.

 

(Da Voltacielo, Oèdipus Edizioni 2018)

Adriano Engelbrecht, Cuore sporta

Cuore sporta, cuore vivanda
una giumenta senza zoccolo
l’infiorescenza di spiga ballata
nella chiesa del vento
affacciata su morbido dirupo.
Io vengo al mondo.

 

(Da Ubicazione Ignota, con Ilaria Drago, Fedelo’s Editrice 2015)

Alberto Masala, siamo pronti a parlare perché…

noi abbiamo rifiutato l’accoglienza
noi trascuriamo le necessità
noi siamo stati accusati di sperare
noi siamo stati tentati/provocati
noi abbiamo segnali stabili
interfacce in collegamento col sangue
distinguiamo le voci e le tonalità nello scenario di tranelli subliminali
negli intervalli dell’informazione ascoltiamo parole senza ritorno
trasportiamo il cervello dissidente dentro la realtà dei prigionieri
e speriamo che non abbiano prove sufficienti
volentieri ammettiamo poesia e profezia
ma divinare non riguarda dio
ma conosciamo le frontiere da passare
dove si vende identità a basso prezzo
dove i relitti poetici sbiaditi mi hanno contagiato di noia
noia mortale con forti conseguenze
ma non sappiamo mantenere separata la passione
corpo
non ti abbandono corpo
neanche quando
mi sovrappesi sulla propria essenza

ma continuiamo
ma continuiamo

e viviamo la responsabilità di amare
e non ci manca amore sconfinato
anche se nessuno ci conforta
anche se saremo scoloriti di fatica

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

imitando l’abilità delle bestie
il passo spaventato di un animale braccato
il silenzio di preda
perché non crediamo alla chiamata

ma continuiamo

perché non mutano dinamiche assassine:
perché il fascismo ha violenza che conosci
perché mangia sputando
morde dissennato
vomita bile
mastica veleno
argomentando emana trascendenza
o sibilando mostra autorità
quel periodico nodo/dove stringe
non tollera esclusione
ed è tutto già pronto
condanne carcere e catene
ed anche la tragedia ripetuta
e dover obbedire

ma continuiamo
ma continuiamo

perché paghiamo ricordando

ma continuiamo

perché cerchiamo di non stare senza fiato

ma continuiamo

perché chiunque ci potrebbe rifiutare immunità

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

e qui vedere la differenza

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

ed è la strada per tornare nel deserto

ma continuiamo
ma continuiamo
ma continuiamo

e andiamo
ancora
perdendo
queste
parole

 

(Da Alfabeto di strade (ed altre vite), Il Maestrale 2009)

Gian Maria Annovi, La Scolta #2

mattina lava Signora con carozina.
lava tutta. con sapognetta. con spunia.
lava capelli anche.
lava là in fondo che Signora non vuole
e mi grida.
ma io volio profuma di buono
non quello suo odore
di donna che more.

 

(Da La Scolta, Nottetempo Edizioni 2013)