Giuseppe Marrone, Ti sedesti di lato

Ti sedesti di lato, con la luce
immobile e fredda a tagliarti il viso.
Parlammo senza voce, senza vita,
farfugliando infeconde insensatezze
come bozzoli vuoti e rinsecchiti.
Ci tenemmo attaccati ancora un giorno,
eppure da tempo eravamo soli.

 

(Da Sulla riva, Oèdipus Edizioni 2018)

Giuseppe Marrone, Nemmeno lo ricordi più il giardino

Nemmeno lo ricordi più il giardino
degli aranci dove ci capitò
quasi per sbaglio d’andare a giocare
in giorni insospettati e insospettabili,
e nemmeno ti attraversa il ricordo
delle stagioni trascorse guardando
l’assorto sbocciare di alberi e fiori.
Vi costruiranno un nuovo parcheggio
e già il suolo è stato disalberato,
evirato nel profondo dell’intimo,
spianato e ricoperto di cemento.
La città che ci ha innalzati alla vita
conosce partenze ma non ritorni.

 

(Da Sulla riva, Oèdipus Edizioni 2018)

Lorenzo Foltran, Ora un po’ timorosa ti domandi

Ora un po’ timorosa ti domandi
che cosa devo dirti,
scivolando sul velo dei capelli,
quale mistero o storia.
Non molto in vero, solo che al museo
riempivi quelle stanze
vuote e pronte ad accogliere qualcosa
con te e la tua risata
(a questo punto mi hai chiamato in treno,
ma adesso non importa).
Davvero, cosa c’era da vedere
l’ha riflesso uno specchio,
quello che c’era da sentire un altro.
E non te ne sei accorta.

 

(Da In tasca la paura di volare, Oèdipus Edizioni 2018)

Bernardo Pacini, Haunter

Scriveva bene, Haunter, con grazia sepolcrale.
Racconto di Natale, Amleto, Poe & Bram Stoker,
letture un po’ datate, ma un buon apprendistato.
Talvolta era riuscito, scrivendo paginate
a prendere una forma: consistere incarnato.

Non spettro di se stesso, non madido riflesso.

Ma tutto quel talento, vuoi colpa del mercato
vuoi il tempo ahimè sprecato, rimase vivo a stento.
Mancò forse un maestro, un riconoscimento.
Sprecò il suo genio, Haunter, di fine narratore:
di un arido scrittore fu semplice ghost writer.

L’abisso che era scrivere se lo sentiva addosso.

 

(Da La drammatica evoluzione, Oèdipus 2016)

Andrea Raos, Fuori dal laboratorio

La terra esplodeva, ancora una volta. Sono milioni di millenni
in piena, per completa frantumazione
si riversano per terra – esplode, esplosa:
“nella dolcezza, nell’amore,
né la dolcezza né l’amore
stanno – non sopporta più niente,
la vita, non sopporta niente”
“venite, attraversiamo” – traversando
“volo d’animali,
l’immenso il più disteso
non ho mai visto un altro fiume” – con l’amore
come l’acqua, com’è acqua,
colma di leggera, come fuga
a malapena, a stento volo, che non vuole,
che non prende il volo. Sprofondano dentro la terra,
cascate di roccia che la roccia, voragine che dentro la voragine,
da quella stretta che, dentro, alleva,
morso dalla morsa della pietra:
“trasvolando che sento, che cadrò”.
La roccia si solleva, esplode il suolo,
si fa lava, bolle, folle:
è trasvolando che cadendo, sciame dopo sciame,
tutto passa.
Ed ora che passato
passava tutto, intero, per intero,
e su ciò che diventa, si avventa:
l’orso piccolo strappato, che confuso, dalla madre,
alla madre, ombra,
l’orso da poco nato che spaventa
ancora il mondo (che da adulti rende muti senza spaventare, è lì e
basta, è cosa che succede, uccide),
che zampetta e uggiola un po’ debole, un po’ mite – è via
dalla madre
ombra, d’ombra
“ti ho sognata ma eri già morta,
ti ho sognata ma non eri niente, un agitare
di follicoli, estinzioni, di parentesi”
cosa, oh cosa di sangue e di niente, ad annerire ora,
cosa significa restare in vita?
che cosa strazia ora questa
mano, mano che non tiene? questa gola?
capivi che ne usciva suono, nel frastuono,
non perché la vibrazione arriva,
non vedi il battere
e ribattere laringe, strepito –
è il corpo intero che si chiude esplode,
ricontrae, riesplode, nel riaccelerare che il respiro,
per respirare, spira, che i polmoni,
nel vibrare, emettono, riemettere
con tutta la carne che li chiude
mentre, ancora (e come morde, come tremito, che trema)
e nuovamente, intanto,
affollano il nascere i morenti, si affollano, al disnascere, smorenti
– l’orso piccolo, già morto, muore ancora,
cosa nasce?
l’ape pazza che attraversa, il corpo,
cosa non nasce?
sono soli, ora, il vuoto, accerchia l’erba,
verso cui, già piega, verso dove
la terra serba il pianto che le spetta,
cosa nasce e non nasce?
allontana, l’allontanarsi altrove, il numero
di api-sciame, innumerevole –
cosa né nasce né non nasce?
“Non posso, pure, non passare, vero?”

 

(Da Le api migratori, Oedipus 2007)

Fabio Orecchini, Le voci plateali

Le voci plateali

a fare peso, dove tutto è solo forma già compiuta nelle pause dire l’altro sommessamente adire abito un nome non un corpo o ancora un filo che attraversa un io residuo uni-sonante come un silenzio elettrico

uno sparo, siamo deserti fertili di bombe

 

(Da Figura, Oèdipus Edizioni 2019)

Laura Liberale, E dunque lei muore

E dunque lei muore.
Un altro mistero s’ingrotta
di donna consanguinea
di stele che non aprì alfabeti.

Finisce in piaga la carne:
la consunzione come punta
di un iceberg familiare.

 

(Da La disponibilità della nostra carne, Oèdipus 2017)