Sergio Gallo, Il labirinto di Cnosso

Dove vanno a morire
le onde della memoria?
Quali impronte lasciano
su craniche scogliere?

Potremo un giorno osservare questi segni
così come studiamo gli spettri di luce
di galassie e stelle, e attraverso i solchi
d’un vinile, ascoltare musiche di ricordi,
purissime sabbie, finissimi frammenti
di gusci di ciò che altri hanno vissuto?
Prima che l’erosione per sempre li dissolva,
fragile vegetazione di dune sabbiose?

E camminare tra le rovine di Troia
gli scavi di Ercolano, i resti di Micene
le strade di Pompei, le mura di Cnosso
non più come in un torvo bosco
su un ostico pendio, avvolti
da fredde nebbie, da nuvole basse
– la neve frolla fino alle ginocchia –
disorientati, senza via d’uscita.

(Inedito)

Gianluca Garrapa, ti scrivo per avere un ruolo

Ti scrivo per avere un ruolo.
Ti mostro e poi ti spiego.
La vita è un problema che ti serve.
Ma non c’entra nulla.
Con la tua presenza qui.
Tu che fai di una persona un tu
Ti sei trovato un altro giorno
Tu che hai fatto il bonifico al nulla
Ti ammaestri di lavoro e solitudine
Tu ti sei già iscritto al forum
Tu ti sei già fatto amico il team
Tu rivoluzioni il bagno con la cromoterapia. Aperture laterali e in omaggio. Sei la rubinetteria. E chi ha vinto?
Tu porti a casa la Repubblica e non senti.
Tu bruci lo stomaco bevi acqua e riduci la cellulite.
Chiusure frontali e gratis. Il cinema ti assedia.
Un odore legnoso di fiori e minerali.
Tu ricordi solo le posture dei pianeti.
Un odore dolciastro di tiglio ti frantuma. Il ricordo in nostalgia ti deforma e scopi.
Tu aspetti l’estate come un funerale in una sala da ballo.
Tu sì sei in grado di gestire il mondo.
E non ti piace la musica trap.
Tu sì sei numismatico.
I tuoi suoni preferiti.
La pioggia che batteva sulle foglie.
Come una puttana o un prostituto.
Tu sì che del collagene disperi.
E non hai voglia di vederti stanco.
Tu sì sei parametrico.
I tuoi seni ipernasali.
L’allergia alla politica attuale.
Tu che rinascerai corvo a ferragosto.
Ti perdi nell’urlo della città. La cosa migliore è quella. Il tempo è un aggettivo. Mentre il corpo è congiunzione. Mentre tu sei un coglione. Respiri le cicatrici dell’alba. Ciao. Ho fatto un giro di telefonate. Hai ragione hai detto. E volantini grigi sulle spalle. Le grigliate del parapendio al paragrafo precedente. Cerchi il balsamo per calvi. La città nell’urlo si perde.
Ti assomiglia la cucina che compri. Ti somiglia come il cane che. O come la progenie. O forse no. Se hai bisogno di aiuto. L’Accordo tra l’altro non è un gioco. Ti assomiglia molto più del solito. La pasta che mangi e quei panini farciti di momenti. Ti assomiglia molto più che lo specchio riflesso nella tua immagine. La cliente mi chiede di essere in possesso di diploma. Tu esprimi un miracolo e poi ti buchi le mani. Ti assomiglia la macchina che compri più delle notti che prelievi dal bancomat. Lo vedi l’aquilone. E le onde se ne vanno dal mare. Per contro proprio. Tu questo hai detto.
Tu non sei mai esistito e questo comporta un problema. Tu continui. La porta aperta tranne una cosa. Tu sei l’assassino. L’assessore regionale non è più interessata a eventuali chiarimenti. La segretaria che acquista sempre più potere. Tu regali orecchini con la clip. Tu gridi tutti a tavola e poi li divori. Hai creato tu la realtà virtuale. Tu perché non sei mai esistito.
Tu aspetti il perdono del wi-fi generando codici alimentari. Te ne sarei grato accorto e spento. Tu guardi altrove e non ottieni la fiducia della gente morta. Te ne sarei molto grato se potessi svelarmi la password. Tu nitrisci come un fringuello che sperimenta mondi. Te ne sarei grato se attivassi il tergicristallo sui nostri schermi esistenziali. Tu scordi solo le cose importanti.
Tu sei il momento giusto per capire se ci sono problemi. E la barca presenta una serie di motivi personali. Tu sei il solito giovane che non si arrende alla giornata della gioventù. E la barca è perfetta sul mare. Va in onda televisiva. Tu speri di no e cambi canale. E la tua modularità cerebrale non è consentita. Tu scegli la nave e invecchi ulteriori dettagli. Se non ti piace il clima ti dichiari atemporale. Tu sei tutt’ora in vendita. Tu che fai di una persona un paio d’ore.
Tu sei il portale degli annunci gratuiti.
E lì. Immenso piacere di conoscerti.
Sconfinati pomeriggi d’inverno.
La vita è un casino di posta elettronica.
Connessi alla rete di vendita dei
Nostri smisurati destini.

Maria Pia Quintavalla, Padre che non sei mai partito affatto

Padre che non sei mai partito affatto,
ma viandante ci sorridi additando
in un gesto più segreto il riso
o uno scongiuro,
della bianca camicia spezzi un giorno
arioso e lieve come un’ostia calma
che sa di carta e pane, che fa luce,
poi ci accenni che vivere e deambulare
sono la stessa cosa

 

(Da I Compianti, Effigie Edizioni, II ed. 2015)

Elena Cattaneo, La cuticola del seme

La cuticola del seme
si tende,
si gonfia,
esplode.
In quel momento di rottura
fragile
il nuovo germoglio si mostra.
Nella morte la vita si nutre.
Di sola vita si avvizzisce.

Ci si interroga sulla giusta
sopravvivenza.
Si pesa quanto cuore impacchettare per non perdersi
nel troppo offrire.

Non c’è peso, non esiste misura.
Non c’è un grado di putrescenza del sé.
Si muore calcati nella terra grassa,
senza sapere del domani, gli occhi bassi.

Il tenero germoglio verde ci mangia torturandoci le membra.
Non possiamo sapere il domani.
Acqua, vento, sole e neve.

Nel tempo percepiamo un fuscello di noi.

Basta quello.

(Da Il dolore un verso dopo, puntoacapo 2016)

Paola Febbraro, Queste stanze che diventano locande

Queste stanze che diventano locande

sono le mie poesie

 

le lascio con una leggerezza tale

da farmi godere

 

perché non si dice mai che si gode a sparire

 

(Da Stellezze, LietoColle 2012)

Alessandro Ricci, Indiscrezioni su Cavalcanti

I

– Uccidono Guido!

 

Lo grido nei vicoli

e nelle piazze, alle fontane

dov’è il viavai dell’acque,

ai cavalieri che passano

con le rosse zimarre,

alle celesti dame.

La gente che si ferma mi dice

che non è vero, che non ha

colpe, che non ho

colpa.

 

– Ma Guido muore!   Ieri

ha scritto col sangue,

s’è sbiancato alla candela:

 

– TU PENSI CHE ARRIVI

DAL MARE?

 

– Poi non ha detto più nulla,

e c’era molta luna sull’assito

dell’altana.   Ai primi

colombi dell’alba,

s’è sporto a guardare

il sole.

Io son da solo.   Guido

mastica le mascelle,

il suo cuore è bellissimo,

io anche

ho paura.

 

II

 

Forse così, in un mattino

doloso di primavera, nato

dai versi, salito a rarità

di suono, a miracoli

di bianco sulla luce

di un volo che pure immobile

e cieco negli istanti

ultimissimi Guido seppe

volare e vedere, morendo

del proprio amore più che

dell’intransigenza

e del genio, e finalmente

sapendolo, come una perla

di Cina rinvenuta nell’anima,

stretta in pugno e di pari

natura, di pari grazia, lei,

lui, il mare poco

distante, il mare

che mescola…

 

Forse cosi l’immoderato

e miserando amicotrovò Cavalcanti

al ritorno sulla terrazza,

un poco scivolato

dalla scranna, gli occhi

sbarrati in alto,

chiarissimi,

più del cielo.

 

(Da I colloqui di Elpinti, Coup d’idée – Edizioni d’arte di Enrica Dorna 2015)

 

 

Fernanda Romagnoli, Niente

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte:
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.

 

(Da  Il tredicesimo invitato, Scheiwiller 2003).

Vincenzo Bagnoli, Canzone degli atomi di idrogeno (a million people in one string)

Il cielo si muove troppo in fretta
i danni strutturali strappi e ustioni
consigliano cautela a mezza bocca
sfuggono toni di rassegnazione

Nella risacca della periferia
L’ansia di tutti i palazzi in rovina
E degli spazi vuoti, i relitti
Di una frenetica vita antozoica,
Gli anni spezzati infranti e fracassati
Fra il cemento e parole del video
Compongono orizzonti di dettagli,
Instabile barriera corallina
Che un raggio di sole frantuma
In un funerale di Plancton.
Noi non riusciamo a dirci mai niente,
Restiamo qui sotto ad un cielo infranto
Che non dà segni indicazioni o rotte:
Solo un’opacità densa e fumosa,
Come se respirasse tutto il piombo
Rimosso da parole e da inchiostri.

 

(Da Offscapes, con fotografie di Valeria Reggi, ebook 2010)

Andrea Garbin, Canto XXVI (per Riace e Domenico Lucano stando all’ipotesi di Moreno)

È nella natura dei mortali calpestare
ancora di più chi è caduto
(Eschilo)

Il potere si conquista soltanto
col soccorso delle masse e del denaro
(Sofocle)

Tideo:
Sporge il mio braccio nell’acqua salata
oltre la sabbia che il capo mi copre
ferito a morte alla porta di Preto.
Naufragato nelle acque di Riace
mi risvegliai in un tempo non più mio:
Troia caduta, la Grecia annientata,
Roma bruciata e i miei dei pensionati;
sono esposto nella terra dei Bruzi.
Privo di vita nel Mediterraneo
rimasi millenni mite nell’ombra
ed ora che sveglio intorno mi guardo
non vedo né tebe né la mia Argo,
vedo soltanto un ammasso di corpi
che nuota nell’acqua che mi circonda.

Anfiarao:
In Tebe fui sconfitto da lastene,
fuggito dalla porta di Omoloide
caddi nella fossa aperta da Zeus.
Mi risvegliai nei pressi di riace
non sapendo, nonostante il mio dono
di veggenza contrapposto a Tiresia,
che avrei attraversato nuovi mondi.
Etèocle e Polinice ormai defunti
la mia cara Erifile assassinata
e Antigone scomparsa dietro un muro.
Ahi! Più che ogni altra guerra questo borgo
mi pare votato a gravi ingiustizie.
triste sarebbe affossarne la sorte,
ma è ciò che bramano i vostri ministri!

Ministro dell’inferno:
Nacqui in quel di milano e mi gettai
tra le braccia di tedeschi e Menghacci
per impararla comunicazione
tramite i canali di Berlusconi
e per attinger denaro dall’alto.
Feci gavetta: da Bossi a Maroni,
dapprima in Comune, poi la Regione,
passando per Roma giunsi in Europa
dove lo scranno lasciai spesso vuoto,
ed or, seppur con bassa percentuale,
sfoggio la mia medaglia da Ministro!
Io venero Umberto: niente immigrati
e porti sbarrati. Meno di zero,
questo lucano deve esser raschiato!

Domenico Lucano:
Io, primo cittadino di Riace,
non posso esimermi da questa lotta
essendo questa terra in qualche modo
colpita da leggi che trasgrediscono
dettami incrollabili della vita,
così ripeto la mia violazione
della vostra legge iniqua e blasfema.
Sappiate! L’essere meno di zero
è avvicinarsi per me all’assoluto.
Il vostro governo è uno svantaggio
portato in casa ad ogni cittadino,
mentre il mio zero vale l’infinito.
il mio diritto alla rivoluzione
non può che essere una violazione.
Voi, alla mercé dello stato avete
messo le vite di chi vi subisce
impedendo l’approdo e l’accoglienza.
La mia disobbedienza è non-violenta.
Ahi! Voi adopertate la violenza
sopra il verbo e date peso al potere
oscurando la volontà dei molti.

Tideo:
Ora che sono libero da Adrasto,
dinanzi alle tre porte di Riace,
da lontano io che giungo portando
ciò che un tempo vidi nel vecchio mondo,
sapendo ciò che poi s’è realizzato,
osservo questa mite mescolanza
questo umano che pecca di splendore
sfidando chi fa sfoggio di potere
per ottener speranza e dignità,
e vedo ciò che un tempo non potè
mai realizzarsi a causa del potere.
Ahi! Che strana sorte avere risveglio
in questa terra nata da colui
che a troia sfidò Diomede mi sangue.

Anfiarao:
Ahi! Oggi il mio sogno deve guarire
le menti insane di questi governi,
ma potrebbe non esser sufficiente,
potrebbe volersi una grande purga
per tutte quante le liquide menti
che infestano la vostra società,
ed oggi che di Dante la condanna
al passo contrario mi avete rimosso
l’oro e l’argento dei vostri danari
potete tornare a farlo battere
sull’orlo della consacrata fonte
affinché vi possano le mie doti
elargire veggenze necessarie
a capire come vincer la legge.

Antigone:
Ecco! Due poteri in un solo trono:
non più Etèocle e Polinice sono,
ma Di Maio e Salvini i loro nomi,
figli non di re ma dell’ignoranza.
Nulla è mutato da quando io vissi
prima del muro che morta mi diede;
non più come allora il ritorno a tebe
bensì l’approdo per mare a Riace.
Io sostengo nel pieno questa lotta,
non quale violazione della legge,
io qui condanno i giudici e i mandanti
il popolo la massa i governanti
condanno tutti voi che già scordate,
e che per un mondo nuovo… non fate!

(da Canti di Confine, testo estratto dallo spettacolo L’uomo in piedi, una produzione del movimento dal sottosuolo)

Maurizio Rossi, Scrutando le ragioni

Persino il clima è aritmico, smarrito
tra la funzione d’onda
e l’asse rotolante attorno all’astro
che pensavano fisso, eppure lui
sta sulla giostra attorno al baricentro
d’una galattica astronave.

Ed io che cerco il senso e la ragione
del mio palpitare, invero mi ribello
a questa lite atriale col ventricolo,
cercando d’acquietare il mio vagale
scrutando le ragioni del vagare
di quanti e quante stelle.

 

(Inedito)