Eduardo Lizalde, Poema del Agua Blanda

Poema del Agua Blanda

El viejo guerrero Aquiles,
era un hombre invulnerable,
pero uno de sus talones
era débil; lo demás
de su cuerpo semejaba
una armadura de carne,
una concha que lo hacía
parecerse a la tortuga;
y además, como el guerrero
fue un rápido corredor,
Aquiles era una mezcla
como de liebre y tortuga.

En la carne de los pobres
no sólo el talón es frágil:
ellos tienen todo el cuerpo
construido con talones;
por todas partes el hambre
los puede herir, pues carecen
de la coraza de Aquiles:
lentos son como tortugas,
vulnerables como liebres.

Pero no siempre el hierro ha de vencer.
Las rocas han dado al agua tantos cortes,
que la han hecho más líquida, más blanda,
han dejado tan débil su epidermis
que es muy fácil herirla:
la lengua del venado hiere el agua
sin siquiera sangrar,
una sola mirada indiferente
penetra varios metros en el agua
más turbia;
pero, a la larga, el agua,
espumosa y repentina como el perro bravo,
hace huir a las rocas del océano
hasta la costa,
las redondea y las pule para que a nadie
muerdan sus filos.

*

Poesia dell’acqua dolce

Il vecchio guerriero Achille
era un uomo invulnerabile
ma uno dei suoi talloni
era debole; il resto
del suo corpo assomigliava
a un’armatura di carne,
una conchiglia che lo faceva
sembrare una tartaruga;
e poi, siccome il guerriero
era veloce nella corsa,
Achille era come un misto
di lepre e tartaruga.

Nella carne dei poveri
non solo il tallone è fragile:
essi hanno tutto il corpo
costruito con talloni;
la fame li può ferire
ovunque, perché non hanno
la corazza di Achille:
sono lenti come tartarughe,
vulnerabili come lepri.

Ma non sempre il ferro deve vincere.
Gli scogli hanno fatto all’acqua tanti tagli
da renderla più liquida, più dolce,
le hanno lasciato la pelle così debole
che è molto facile ferirla:
La lingua del cervo ferisce l’acqua
senza neanche sanguinare,
un solo sguardo indifferente
penetra per diversi metri nell’acqua
più torbida;
ma, a poco a poco, l’acqua
schiumosa e repentina come un cane feroce
fa fuggire gli scogli dall’oceano
fino alla costa,
li arrotonda e li leviga perché le loro punte
non mordano nessuno.

(Da Tutto l’amore è sogno, a cura di Cinzia Marulli e Mario Meléndez, traduzione di Emilio Coco, prefazione e selezione di Mario Bojórquez, La Vita Felice 2021)

Telma Scherer, Porque tua voz fala outra língua

Porque tua voz fala outra língua

Porque tua voz fala outra língua,
mas tua boca não.
Tua boca profere
o que há nas entrelinhas
e não se precisa.
Tua boca, do outro lado da fronteira
perfeitamente minha.
Porque tua boca fala de viés
e não fala em línguas.
Não precisa de subtexto
nem de trocos trocados.
Tua boca de trocadilhos, é loba.
O contexto é o lobo da fala, ladrão.
Porque tua boca é igualzinha à minha
e nós falamos, entretanto nossos olhos
se beijam. Porque teus olhos vieram de outro mar
e são meus. Teus olhos
filisteus, navegantes, estrelinhas,
teus olhos dizem tudo o que vês no escuro.
Somos nós. Somos nós. Nosotros.

*

Perché la tua voce parla un’altra lingua

Perché la tua voce parla un’altra lingua,
ma la tua bocca no.
La tua bocca proferisce
quello che c’è tra le linee
e non si precisa.
La tua bocca, al di là della frontiera
perfettamente mia.
Perché la tua bocca parla distorta
e non parla in lingue.
Non c’è bisogno di sottotesto
né di soldi saldati.
La tua bocca giocosa è lupa.
Il contesto è il lupo della parola, ladro.
Perché la tua bocca è proprio come la mia
e parliamo, comunque i nostri occhi
si baciano. Perché i tuoi occhi sono venuti di un altro mare
e sono miei. I tuoi occhi
filistei, navigatori, stelline,
i tuoi occhi dicono tutto quello che vedi nel buio.
Siamo noi. Siamo noi. Nosotros.

(Da Depois da água, Nave 2014; traduzione di Juan Terenzi)

Sotirios Pastàkas, “Αύγουστος ήταν;”

“Αύγουστος ήταν;”
Οι δύο παύλες που άλλαξαν
τη ροή της Ελληνικής ποίησης
του εικοστού αιώνα: δύο δοκάρια,
δύο άξονες, δύο σπαθιά. Το δρεπανοφόρο
άρμα του Καβάφη άρχισε να θερίζει
απογόνους και προγόνους, η απίθανη
μηχανή Καβάφη μπήκε σε λειτουργία
μαζί με την ύψιστη αυτοειρωνεία
τη σοφή αν θέλετε αμφιβολία
(μας πήγε αλήθεια πολύ μακριά…)
του τεχνίτη μπρος στο τελειωμένο
έργο το αδυσώπητο ερωτηματικό:
εκείνη του Αυγούστου
“Αύγουστος ήταν;” η βραδιά…

*

“Era d’agosto?”
Le due righe che cambiarono
il corso della poesia greca
del ventesimo secolo: due travi,
due assi, due spade. Il carro
falcato di Kavafis prese a mietere
discendenti e antenati, l’incredibile
macchiana di Kavafis iniziò a funzionare
assieme alla sublime autoironia
al saggio se preferite dubbio
(ci ha portati davvero assai lontano…)
dell’artigiano dinnanzi all’opera
finita l’implacabile punto di domanda:
era d’agosto
“agosto era?” quella sera…

(Inedito da Τ.Θ., Poesie in sette capitoli e due voci; traduzione di Chiara Catapano)

Mark Tarren, Pilgrims Roof

Pilgrims Roof

There are voices

just below birdsong
and above the winds

that have travelled within me;
that inhabit the silent self.

A path of movement
just outside the forest

where I softly tread
the floating world
of the time before.

A Journey Past —

the voices of the ancestors,
beyond

The Old Exodus
sailing through Byzantium
away from Yeats’ tattered coat,

who loved the pilgrim soul in me
and the changing face of longing.

Exhaling the breath
of Byron’s softened spirit

that flowed through the blood
of his rocky heart
and the late remorse of love.

Past,

Shelley’s gentle hands
that unbound Prometheus

and held the fallen sands
of Ozymandias.

Past,

Keats’ tender ink
and Dante’s fire,

through Delphi and Dodona,
beyond the small gods
of my childhood.

Away from Dylan’s
singing chains
and the crafted ebb
of living and dying.

Carried in the arms
of Odysseus,

his strength cut from the memory
of sacred texts.

Crossing the desert dreamscape
of Anonymity,

unable to quite hold
the hand that finally failed him,

I found a country inside
the map of his face —

Sam’s uncharted lines,
across the borderless West,

who vanished like a swan,
leaving a scar inside.

So now, here I stand before
The Wayfarer at the Wicket Gate

as the shoulder of Bunyan
falls behind me

like a burning sun
into the shadows of the sea,

I abdicate my throne
as the Emperor of
my own dispossession

and finally find rest,
falling into

the folded ache of tenderness,
beneath the far wooded heaven.

*

Tetto dei pellegrini

Ci sono voci

appena sotto il canto d’uccelli
e al di sopra dei venti

che hanno viaggiato dentro me;
che abitano il silenzioso sé.

Un sentiero di movimento
appena fuori la foresta

dove mollemente calpesto
il mondo fluttuante
del tempo anteriore.

Un Viaggio Oltre —

le voci degli avi,
di là dal

Vecchio Esodo
che naviga per Bisanzio
lontano dal paltò lacero di Yeats,

che amava l’anima del pellegrino in me
e il volto cangiante della brama.

Esalando il respiro
dello spirito smorzato di Byron

che scorreva nel sangue
del suo cuore roccioso
e il rimorso tardivo d’amore.

Passate,

le mani gentili di Shelley
che liberarono Prometeo

e trattennero le sabbie cadute
di Ozymandias.

Passato,

l’inchiostro tenue di Keats
e il fuoco di Dante,

per Delfi e Dodona,
oltre li dei minori
della mia infanzia.

Via dalle catene del canto
di Dylan
e la marea artefatta
di vivi e morti.

Portata tra le braccia
d’Odisseo,

la sua forza tagliata dalla memoria
di testi sacri.

Passando per il luogo onirico del deserto
dell’Anonimia,

inetto a trattenere
la mano che infine lo tradì,

un paese trovai dentro
la mappa del suo volto —

le rotte inesplorate di Sam,
per l’Ovest senza frontiere,

lui che svanì come un cigno,
lasciandoci dentro un solco.

Così, ora, eccomi qua
il Viandante a Wicket Gate

mentre la spalla di Bunyan
mi cade dietro

come un sole ardente
dentro le ombre del mare,

abdico il mio trono
come l’Imperatore del
mio spossessamento

e trovo infine pace,
cadendo nelle

pieghe del dolore della tenerezza,
sotto il remoto paradiso boscoso.

(Traduzione di Angela D’Ambra)

Claudio Pagelli, Nemmeno da qui

Nemmeno da qui
si vede bene il futuro
solo il passato, meno oscuro.
Tolti i chiodi dei rimorsi
ritorna d’aria il cuore, senza paura
nel vento dei cipressi…
*
Nanca da chì
se ved ben el doman
domà el passaa, men scur.
Des’ciodaa i ciòd dei rimòrs
torna d’aria el coeur, senza paura
in del vent dei cipress…

(Da Campo 87, traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva, puntoacapo 2021)

Bertolt Brecht, Frühling 1938

Frühling 1938

Heute, Ostersonntag früh
ging ein plötzlicher Schneesturm über die Insel.‎
Zwischen den grünenden Hecken lag Schnee.
Mein junger Sohn holte mich
zu einem Aprikosenbäumchen an der Hausmauer
von einem Vers weg, in dem ich auf diejenigen mit dem Finger deutete‎
die einen Krieg vorbereiteten, der
den Kontinent, diese Insel, mein Volk, meine Familie und mich
vertilgen mag. Schweigend‎
legten wir einen Sack
über den frierenden Baum.

*

Primavera 1938

Oggi, domenica di Pasqua, presto,
un’improvvisa tempesta di neve si è abbattuta sull’isola.
Tra le siepi verdeggianti c’era neve.
Il mio giovane figlio mi ha portato
verso un piccolo albicocco presso il muro di casa
strappandomi ad un verso in cui puntavo il dito
contro coloro che stanno preparando una guerra
che può distruggere il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo steso un sacco
sopra l’albero tremante di freddo.

(Trad. Luigia Oberrauch Madella)

Blanca Varela, Parque

Cruza la araña
de sueño a sueño,
invisible puente
del día a la rama.
Torpeza de la mosca,
cristal sin alma.
El abejorro bebe,
la flor sangra.
El jardín es la muerte
tras la ventana

*

Parco

Attraversa il ragno
da sogno a sogno,
invisibile ponte
dal giorno al ramo.
Lentezza della mosca,
cristallo senz’anima.
Il calabrone beve,
il fiore sanguina.
Il giardino è la morte
dietro la finestra

(Da Pienezza dell’occhio (Plenitud del ojo) – Poesie scelte (1949-2001), traduzione di Emilio Coco, presentazione e selezione di Miguel Ángel Zapata, La Vita Felice Edizioni 2020)

Yun Dong-Ju, Cuore

Davanti al focolare che si va spegnendo
questa notte invernale diventa sempre più fonda.

Rimasta soltanto la cenere, il cuore
trema al suono della porta di carta.

 

(Da Vento blu (Cielo,vento, stelle e poesia), Ensemble Editrice 2020, traduzione di Eleonora Manzi)

Simon Le Bon, The Chauffeur

The Chauffeur

Out on the tar plains
The glides are moving
All looking for a new place to drive
You sit beside me
So newly charming
Sweating dew drops glisten fresh in your side
And the sun drips down bedding heavy behind
The front of your dress all shadowy lined
And the droning engine throbs in time with your beating heart


Way down the lane away
Living for another day
The aphids swarm up in the drifting haze
Swim seagull in the sky
Towards that hollow western Isle
My envied lady holds you fast in her gaze
And the sun drips down bedding heavy behind
The front of your dress all shadowy lined
And the droning engine throbs in time with your beating heart

Sing blue silver
And watching lovers part, I feel you smiling
What glass splinters lie so deep in your mind
To tear out from your eyes, with a thought to stiffen brooding lies
And I’ll only watch you leave me further behind
And the sun drips down bedding heavy behind
The front of your dress, all shadowy lined
And the droning engine throbs in time
With your beating heart
And the sun drips down bedding heavy behind
The front of your dress, all shadowy lined
And the droning engine throbs in time
With your beating heart
Sing blue silver
Sing, sing, blue silver


*
L’autista

Là fuori su distese d’asfalto
automobili scorrono
cercando nuove destinazioni
tu mi siedi accanto
sempre più affascinante
il tuo sudore, gocce di rugiada che barbagliano fresche sul tuo profilo
il sole scivola dietro spesse lenzuola
il davanti del tuo vestito è foderato d’ombra
e il ronzio del motore batte al ritmo del tuo cuore

laggiù lungo il viale
vivendo ancora un giorno
gli insetti sciamano nella foschia ondeggiante
Il gabbiano si libra in volo
verso quella vuota isola occidentale
la mia invidiata signora tiene lo sguardo fisso su di te
il sole scivola dietro spesse lenzuola
il davanti del tuo vestito è foderato d’ombra
e il ronzio del motore batte al ritmo del tuo cuore

Canta, argento blu
E mentre osservi gli amanti dividersi, percepisco il tuo sorriso
Schegge di vetro giacciono così a fondo nella tua mente
da esserti strappate dagli occhi, con un pensiero che irrigidisca rimuginati inganni
E resterò a guardarti mentre continuerai a distanziarmi

il sole scivola dietro spesse lenzuola
il davanti del tuo vestito è foderato d’ombra
e il ronzio del motore batte al ritmo del tuo cuore

il sole scivola dietro spesse lenzuola
il davanti del tuo vestito è foderato d’ombra
e il ronzio del motore batte al ritmo del tuo cuore
Canta argento blu
Canta, canta, argento blu

(traduzione di Sonia Caporossi)

Asmus Trautsch, Die Urwälder Europas

Uns schwindelte beim Blick in den Abyssus der Zeit.
John Playfair: Illustrations of the Huttonian Theory of the Earth

1788 zeigte James Hutton seinem Freund Playfair
und dem Kollegen Hall an der schottischen Küste
fossile Formationen: die rötliche Plastik der Zeit.
Ihr Fluss hatte sich dauerhaft niedergeschlagen flach
und steil in Schiefer und Sandstein langsam gehoben
und wieder gesunken gegeneinander geschichtet ablesbar
als Tagebuch des Planeten ohne Anfang und Ende
erzählt er seine Geschichte über das was er trug
je tiefer desto weiter nach vorn blätterten sie ins Ältere
und sogar noch weiter zurückliegende Revolutionen lagen
friedlich da Schnitte einer zyklischen Sichel rasend
sammelte sich auf den Äckern in Frankreich der Zorn.

Ein schwarzer Block nach dem anderen aus der Tiefe
des Ruhrgebiets in das Jahr 2009 gefördert und gepresst
fällt aus meiner Hand in den Ofen brennt knapp drei Stunden
und rieselt hellbraun herab ein Leichtwerden von über
dreihundertmillionen Jahren in den Himmel Berlins
entlassen für einen Moment noch riechbar Robespierre auf
dünnen Schichten in meiner Hand spricht über die Zukunft
über Vergangenheit also welcher Baum welcher Farn den kein
Botaniker kennt welche Libelle von Menschen ungesehen
kommt meinen Zellen als Wärme entgegen? Täglich
werden wir chronischer fließen brennen schneiden
immer weiter tilgen die Spuren in unsere ewige Spur.

*

Vacillammo nel vedere l’abisso del tempo.
John Playfair: Illustrations of the Huttonian Theory of the Earth

Nel 1788 James Hutton mostrò al suo amico Playfair
e al collega Hall le formazioni fossili sulla costa
scozzese: la plastica rossastra del tempo.
Il suo flusso si era depositato stabile, piatto
e lentamente si era erto in picchi di ardesia e arenaria
e di nuovo inabissato in strati contrapposti leggibile
come diario del pianeta senza inizio né fine
racconta la storia dei suoi detriti
tanto più in profondità quanto più avanzavano sfogliarono epoche sempre più antiche
e rivoluzioni addirittura ancora più lontane nel tempo giacevano
là pacificamente incisioni di una ciclica falce con furia
si radunava la rabbia sui campi di Francia.

Un blocco nero e poi un altro estratto
dalle profondità della Ruhr e compattato nell’anno 2009
mi cade dalla mano brucia nella stufa per circa tre ore
e ridiscende di un color marrone più chiaro un alleggerirsi
di più di trecento milioni di anni nel cielo di Berlino
rilasciato per un attimo Robespierre il suo odore ancora nell’aria in
sfoglie sottili nella mia mano parla del futuro
del passato ovvero quale albero quale felce che nessun
botanico conosce quale libellula mai vista dagli uomini
viene incontro alle mie cellule sotto forma di calore? Ogni giorno
più cronici ogni giorno scorriamo tagliamo bruciamo
sempre più si estinguono le tracce nella nostra traccia eterna.

(Da Treibbojen, Verlagshaus J. Frank 2010; traduzione di Nicoletta Grillo)