Renata Morresi, Voi io voi io voi io

voi io voi io voi io
che cosa potremmo sapere
del perdersi
se non questo stare vicini
a vibrare –
parcheggiare giusti nelle linee
pencolando sulla pista
fino a che non svuota il sole
non un pigmento
di nero

(Da Terzo Paesaggio, Nino Aragno Editore 2019)

Gabriel Del Sarto, Derivati

Le parole sono solo dei derivati. Un vento
come questo sogno di un vento
teso sulla seta che ci sovrasta: dici questo
e ancora muori, ancora dirai
sono prigioniero. Ecco
quello che i miei occhi vedono
nel lento salire delle messe
festive: come rende il giorno del Signore
la luce del sole sulle scale di marmo,
nel chiaro del tempio, non i volti.
La profezia racconta di un seme sospeso
nel buio dell’aria. Le notti tutte
dentro l’aria, il passo del lupo,
il resto di cui ci facciamo garanti
e ancora l’aria dentro le parole e le parole
che nascono dagli occhi – il compimento
del senso.
Prima questa condanna: vedere
senza mai germogliare. Come quando
ogni città consuma se stessa
in cerca di eroi e pensi bello dire
che l’occidente è libertà, e la libertà
corrisponde al desiderio.

 

(Da Il grande innocente, Nino Aragno Editore 2017)

Gabriel Del Sarto, La vita che aspira ad affermare

La vita che aspira ad affermare
l’intensità, anche a metà dell’inverno,
di una morte accettata spontaneamente,
come se la spontaneità fosse imparare
ad essere magnanimi, fare una ghirlanda di sé,
dei propri frammenti
recuperati dopo l’esplosione,
è la conclusione del disegno: poi lo sciogliersi
graduale e non scandalizzato dei nodi,
la separazione radicale, come accade
dentro uno sguardo dolce
e positivo, da ogni genere di violenza.
Adesso tutto, ogni paradosso e incertezza,
deborda
è sentito come un taglio. Abitiamo
senza casa.

 

(Da Il grande innocente, Nino Aragno Editore 2017)

Gabriel Del Sarto, Quell’uomo

Quell’uomo che cammina rasentando gli scaffali dell’ipermercato senza vedere chi, vicino e attorno a lui, vive gli stessi attimi, posso essere io: un venerdì sera d’inverno, col freddo fuori, la lista della spesa dentro un messaggio telegrafico nella memoria del telefono cellulare. E la fame di un lavoro fuori orario. Quell’uomo, nella frazione di tempo che lo separa dal prossimo atto compiuto per afferrare una confezione, potrebbe comprendere il significato delle distanze, le nude meccaniche di una solitudine. Un livello più profondo del dolore. È un attimo, però, che non coglie nel presente, circondato dalle luci e dai colori – oro, azzurro, toni solari – che emana il banco frigo, nel corridoio. L’occasione di quell’istante più denso, che forse a posteriori tornerà nella sua coscienza come il segno di un destino possibile, svanisce, perché quello che solleva e prende tutta la sua anima sono le forze del desiderio, percepito ad una quota superiore di possibilità. È questo che, subito dopo e ogni volta, genera in lui la privacy, le convenzioni urbane, una mente che si sposta da un’immagine all’altra, i dinieghi.

 

(Da Il grande innocente, Nino Aragno Editore 2017)

Daniela Attanasio, Una forma nuova

Un nome, un’idea e ci perdiamo
scivoliamo fuori liquidi,
prendiamo forma nuova –
una forma nuova dell’idea, del nome
il tuo sorriso come un pieno nella vita
come un filo d’erba che scivola fuori dalle labbra.
La nuca è lucida, nera
la luce si spande in una vasca d’acqua
simile a un fiore. Per una breve incoerenza
io sono sola con il silenzio che diventa la testa
che diventa il respiro.
Sono già l’altro
l’altra idea, l’altro nome.

 

(Da Il ritorno all’isola, Nino Aragno Editore 2010)

Giancarlo Sissa, Abisso

Quello che mi interessa è l’abisso
iniziale, non quello definitivo, quello
qualcuno lo chiama paradiso, io sto
nel vortice dell’ombra invece
che ruzzola a un buio vento
le foglie sul ciglio della statale
e in silenzio ascolto il nostro male
– questa notte vorrei sognare
immobile l’aratro della morte
non avere conosciuto vino mai
o diversa sorte, resuscitare
una pianticella di fagioli
seminata da bambino –

 

(Da Manuale d’insonnia, Nino Aragno Editore 2004)

Gian Maria Annovi, self-eater #1

self-eater #1

non distingue le dita delle mani
dalle dita dei piedi non distingue

la cartilagine dall’unghia
che è la cosa morta che
gli cresce

e se ne nutre:

si allunga dunque e flette e piega
gli arti di plastilina

l’arte è lui: contorsionista bambina

deformata dall’idea di perfezione

 

(Da SELF-EATERS (autofagi) Italics, Nino Aragno Editore 2013)

Domenica Mauri, Il territorio va segnato

Il territorio va segnato.
I confini innanzitutto i limiti
invalicabili.
La proprietà dev’essere connotata con
tracce indelebili odori meglio se
persistenti.
Parti di sé pezzi
da produrre elargire
diffondere generosamente.
Il proprio corpo a delimitare
sorvegliare lo spazio prescelto.
Impedire che altri lo possano occupare
se ne possano appropriare.
O soltanto vogliano percorrerlo.
O immaginino o abbiano semplicemente
intenzione di farlo.
Si farà ricorso agli sguardi
– occhi di fuoco o gelidi –
a suoni rauchi grida scomposte.
E poi ali piume che fremono.
Si sollevano. Si agitano.
Mimano minacce.
Per dissuadere convincere indurre a.
Se necessario imporre.
Se non bastasse costringere.

 

(Da Pensile, Nino Aragno Editore 2017)

Daniela Attanasio, Enea era un emigrante compassionevole e onesto

Enea era un emigrante compassionevole e onesto


Un tempo solo ulivi e capre, paglia e capanne,
al nord legno, fuoco, calzari di pelle e pelo
una terra di metamorfosi e naufragi, lunghi percorsi di luce
di croci, di cristiana pudicizia affogata nell’acquasantiera
un alfabeto verticale capace di far crescere
vegetazioni di leggende e grattacieli
dai monasteri alle logge ducali, distese d’acqua o di nebbia
marmi che trasudano oro, odore di legno, scanalature millenarie –
dal pagano al cristiano come in un vento solo che ha modellato
stanze, stili e tetti.
Sono nata dentro questi confini
ho ereditato una leggenda come si eredita una razza
un nome ebraico e un cognome greco
come un cumulo di ossa
anche se non mi aspetto niente dalla mia patria
anche se alzo gli occhi a un orizzonte lontano
per andarmene via oltre il vanto della Storia
una mano mi tira giù dalle gambe e mi trattiene
a galleggiare nel vento finché la stretta tiene.

 

(Da Il ritorno all’isola, Nino Aragno Editore 2010)