Alberto Toni, Il giorno è benedetto perché è nuovo

Il giorno è benedetto perché è nuovo.
Sollevo la mia necessità da terra, lascio stare
le macchie sul pavimento, distratto per un attimo
dal titolo di giornale, ardo, consumo, come
l’ombra seduta al tavolino, povera l’ombra
più non vedo oltre la pagina, lontano.

 

(Da Vivo così, Nomos Edizioni 2014)

Alberto Toni, Accogliamoli i padri

Accogliamoli i padri, i fondatori,
la loro giovane dismisura, la risorsa,
se libero è il disegno della storia.
Ma fugge la staffetta allo stacco dei nuovi,
si rinserra, si adunca in rivoli di terra,
dai dialetti, ai polsi proni dell’indifferenza
o soltanto per noia malcelata.
Sapessero che stare è riandare una volta,
più volte nell’addio
e dentro il dolore.
Non stanchi, né offesi
dalle umili origini.

 

(Da Il dolore, Samuele Editore 2016)

Alberto Toni, Uscire dal corpo si può

Uscire dal corpo si può,
per tenere il fuori campo, dibattersi,
controllare il flusso con tutto che rallenta.
Simili richieste dovresti tenerle per riprendere
fiato, una volta era più facile: bastava la vita
battente che si alzava a vortice. Non ora che
tutto è in bilico. Ma non c’è abiura, solo
nascondersi.

 

(Da Vivo così, Nomos Edizioni 2014)

Alberto Toni, Democrazia

1.

Hai un’idea dei morti? Il bollettino dell’una dovrebbe già parlarne.
Vuoi che in un’ora li contino tutti?
Non lo riveleranno mai, credi a me, mai.
Uno almeno di quei bestioni lo avranno abbattuto?

                      Beppe Fenoglio, Primavera di bellezza


Mettiamo che qualcuno sorprenda
il volo degli uccelli, il cielo, stizzito,
stremato, come le altre cose, una
corazza, carcassa a tenere il giubilo,
la fine dell’offensiva.

All’inizio sembrava il colore più certo,
un cremisi, ma adunco nel becco, o
un opale come l’ala o una soltanto
delle due. Di sotto, la sciarpa al vento,
il berretto.

Una vittoria, nelle strade non c’era
più quell’odore di stantio, rimanevano
a braccia aperte, una protesta, un’idea
finalmente qui scriviamo la parola
buona.

La bontà dedicata all’eroe nell’atto
supremo, il figlio che ritrova il padre,
con lui scrive la legge, la ritaglia a
misura d’uomo, come non mai, una
fonte.

La legge scritta, ma prima ancora
quell’idea di proteggersi,  alla luce,
prima ancora sorreggersi e poi per
gli altri rimasti indietro nella truppa,
radi.

Nel fango, esterrefatti, andiamo
a raccoglierli, vuoi vedere la mia
giacca a brandelli e ciò che resta
come in un museo di solitudine
e di guerra?

A turno, la parola, da nord a sud
in assemblea, anche le madri, ciò
che resta in un giorno qualsiasi
in una primavera appena cominciata
e bella.

Pulire la strada, rassettare, prendere
la parola, perderla, dividere, tacere,
il tonfo, la gamba che fa male, ora
mi fermo e ascolto, ora che tutto è
deciso.

Quando scende la notte sui tetti e
tutto è fermo, lì non basta, non
serve, non altro spirito che fermare
la diaspora e scendere a patti in
ombra.

L’ombra, così che dai raccolti non
sembri imminente il dolore raccolto
in conversazioni interminabili. C’è
ancora tempo, anche il braccio fa
male.

E’ soltanto un’abrasione, la fronte
scotta, qualcuno è fuggito, difficile
riprenderlo, poco importa, succede
spesso e il cielo è livido, forse sa
di noi.

Qualcuno diceva che la salvezza
ha bisogno del fuoco, le madri
in gesti di stizza verso i soldati
che non capiscono. Dentro la
tenda il puzzo è insopportabile.

Urina e filamenti di tabacco,
tentennamenti un sonno che
non ha fine, senza sogni particolari,
la scala per il paradiso, a questo
nessuno ha pensato.

Il grido sulla collina, nessuno è
salito per guardare, potresti dirmi
quanto manca alla stazione, ai
collegamenti, agli incroci, prima
che sia tardi?

I cartelli lo dicono chiaro: qui
nessuno può pensare che la  divisione
dei compiti sia eludibile, si tratta di
mettersi d’accordo tra le lacrime degli esclusi e i
giochi solari dei bambini, quelli, sì, sono veri.

L’acqua scarseggia, allora qualcuno diceva
di tirare a sorte, ma i più non hanno risposto.
Vedi di non restare indietro con i conti, ne
va della sopravvivenza se vogliamo essere
credibili.

Bussa alla porta la carta
vincente. Domani ci spostiamo,
ma è l’assemblea in ultimo che
decide, i malati non saranno un
problema.

 

(da Democrazia, La Vita Felice Edizioni 2011)