Alejandro Murguìa, Il sogno di Lorca

Lorca’s Dream

They tell me that your clavicle
is a star over Andalucia
that your melancholic metacarpals
still clutch a clod of earth
that your hips have not ceased dancing
in La Habana like in New York
and that in your eye sockets
jasmines have bloomed
and every petal a poem
that your jaw bone is the voice of all
the suspicious ones, the degraded ones
those insulted and executed
that the moon cradles your bones Fedérico
fragile as the wings of hummingbirds
That’s what I was told one silvery night
by the little red ants
that sleep in your cranium

 

Il sogno di Lorca

Mi dicono che la tua clavicola
sia un astro sospeso sopra l’Andalusia
che i tuoi splenici metacarpi
stringano ancora una zolla di terra
che i tuoi fianchi non abbiano mai
smesso di danzare
a L’Avana così come a New York
e che nelle orbite dei tuoi occhi
siano fioriti i gelsomini
e ogni petalo sia una poesia
che la tua mascella sia la voce di tutti
i sospettati, i derelitti,
i vilipesi e i fucilati
che la luna culli le tue ossa Federico
fragili come ali di colibrì

Così me lo raccontarono in una notte argentata
le piccole formiche rosse
che dormono nel tuo cranio

 

(Da Offerte di Carta, traduzione di Alessandra Bava, Gilgamesh Edizioni 2015).

 

 

Charles Simić, Clouds Gathering

It seemed the kind of life we wanted.
Wild strawberries and cream in the morning.
Sunlight in every room.
The two of us walking by the sea naked.

Some evenings, however, we found ourselves
Unsure of what comes next.
Like tragic actors in a theater on fire,
With birds circling over our heads,
The dark pines strangely still,
Each rock we stepped on bloodied by the sunset.

We were back on our terrace sipping wine.
Why always this hint of an unhappy ending?
Clouds of almost human appearance
Gathering on the horizon, but the rest lovely
With the air so mild and the sea untroubled.

The night suddenly upon us, a starless night.
You lighting a candle, carrying it naked
Into our bedroom and blowing it out quickly.
The dark pines and grasses strangely still.

*

Si ammassavano le nuvole

Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
Noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
e i pini scuri inspiegabilmente fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all’orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell’aria mite e il mare sereno.

Quando la notte ci sorprese, una notte senza stelle.
Tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto e in fretta la spegnevi,
mentre ancora lì, inspiegabilmente fermi, i pini scuri e l’erba.

 

(Traduzione di Natàlia Castaldi)

Wallace Stevens, L’uomo di neve

Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;

E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto

Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,

Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo

Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.

 

(Da Mattino domenicale e altre poesie, Einaudi 1954; traduzione a cura di Renato Poggioli)

John Ashbery, Collective Dawns

Collective Dawns

You can have whatever you want.
Own it, I mean. In the sense
Of twisting it to you, through long, spiralling afternoons.
It has a sense beyond that meaning that was dropped there
And left to rot. The glacier seems

Impervious but is all shot through
With amethyst and the loud, distraught notes of the cuckoo.
They say the town is coming apart.
And people go around with a fragment of a smile
Missing from their faces. Life is getting cheaper

In some senses. Over the tops of old hills
The sunset jabs down, angled in a way it couldn’t have
Been before. The bird-sellers walk back into it.
“We needn’t fire their kilns; tonight is the epic
Night of the world. Grettir is coming back to us.
His severed hand has grabbed the short sword
and jumped back onto his wrist. The whole man is waking up.
The island is becoming a sun. Wait by this
Mistletoe bush and you will get the feeling of really
Being out of the world and with it. The sun
Is now an inlet of freshness whose very nature
Causes it to dry up.” The old poems
In the book have changed value once again. Their black letter
Fools only themselves into ignoring their stiff, formal qualities, and they move
Insatiably out of reach of bathos and the bad line
Into a weird ether of forgotten dismemberments. Was it
This rosebud? Who said that?

The time of all forgotten
Things is at hand.
Therefore I write you
This bread and butter letter, you my friend
Who saved me from the mill pond of chill doubt
As to my own visibility, and from the proud village
Of bourgeois comfort and despair, the mirrored spectacles of grief.
Let who can take courage from the dawn’s
Coming up with the same idiot solution under another guise
So that all meanings should be scrambled this way
No matter how important they were to the men
Coming in the future, since this is the way it has to happen
For all things under the shrinking light to change
And the pattern to follow them, unheeded, bargained for
As it too is absorbed. But the guesswork
Has been taken out of millions of nights. The gasworks
Know it and fall to the ground, though no doom
Says it through the long cool hours of rest
While it sleeps as it can, as in fact it must, for the man to find himself.

*

Albe Collettive

Puoi avere tutto quello che vuoi.
Possederlo, dico. Nel senso
di piegarlo a te, nei lunghi pomeriggi elicoidali.
Ha un senso al di là di quel significato che è stato lasciato cadere laggiù
e lasciato a marcire. Il ghiacciaio sembra

impervio ma è completamente venato
d’ametista e dalle note forti e angosciate del cuculo.
Dicono che la città sta andando in frantumi.
E la gente va in giro con un frammento di sorriso
che gli manca dalla faccia. La vita è più a buon mercato

per certi versi. Oltre i crinali di colline antiche
il tramonto sferra un fendente obliquo in modo
inusitato. I mercanti di uccelli vi tornano dentro al passo.
“Non c’è bisogno di accendere le loro fornaci; questa è l’epica
notte del mondo. Grettir sta tornando da noi.
La sua mano mozzata ha afferrato la daga
e di colpo s’è riattaccata al polso. L’uomo intero si sta svegliando.
L’isola sta diventando un sole. Aspetta vicino a questo
cespuglio di vischio e proverai la sensazione di essere davvero
fuori dal mondo e insieme a esso. Il sole
adesso è un’insenatura di freschezza la cui natura
lo porta a essiccarsi”. Le antiche poesie
nel libro hanno di nuovo cambiato valore. La loro lettera nera
inganna solo loro stesse spingendole a ignorare le loro proprietà, formali, inamidate,
e così si portano insaziabilmente fuori dalla portata della pateticità e del brutto verso
in un arcano etere di squartamenti dimenticati. Era
questo bocciolo di rosa? Chi l’ha detto?

L’era di tutte le cose
dimenticate è a portata di mano.
Perciò ti scrivo
questo biglietto di ringraziamento, a te amico mio
che mi hai tirato fuori dall’acqua liscia come un olio del freddo dubbio
sul mio stesso poter vivere, e dall’orgoglioso villaggio
di comodità e disperazione borghese, dagli occhiali a specchio del dolore.
Che chi può prenda coraggio dallo spuntare
dell’alba con la stessa idiota soluzione sotto altre fattezze
così che tutti i significati possano essere squinternati a questo modo
a dispetto di quanto fossero importanti per gli uomini
che arrivavano nel futuro, dato che è così che deve andare
perché tutte le cose sotto la luce che si rapprende cambino
e perché lo schema le segua, inosservato, mercanteggiato
mentre anch’esso viene assorbito. Ma la congettura
è stata estratta da milioni di notti. I gasometri
lo sanno e crollano, per quanto nessun fato
lo pronunci durante le lunghe e fresche ore del riposo
Mentre dorme come può, anzi come deve, perché l’uomo trovi se stesso.

 

Da Houseboat Days, 1977, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

Judi Benson, The History Lesson

“History helps us to recognise our mistakes,
the second time that we make them.”

Men, women and children
stripped naked
thrown into winter’s freezing river.
“People aren’t quiet when drowning.”

Men, women and children
hurled from the castle top,
broken bones, skulls on stones.
Moaning, then silence.

Men, women and children
under fire, running away,
running towards the burning oil.
Flames, flames, crackling the skin.

Men, women and children
dying of aftermath, the horror,
the wounds that won’t heal.
Slow tortures sharpened over time.

Men, women and children killed randomly
with pinpoint accuracy. Precision bombing,
friendly fire, oops a daisy bombs, clustering.
Some slip of the tongue, slip of the finger.

The soldier sneezing, wrongly tracing targets.
Turning weddings into funerals.
Men, women and children.
The one collateral we’ve got.

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“La storia ci aiuta a riconoscere i nostri errori,
la seconda volta che li facciamo.”

Uomini, donne e bambini
spogliati nudi
gettati nel fiume gelato dell’inverno.
“La gente non sta tranquilla quando affoga.”

Uomini, donne e bambini
lanciati dalla cima del castello,
ossa rotte, crani sulle pietre.
Gemere, poi silenzio.

Uomini, donne e bambini
sotto tiro, corrono via,
corrono verso il petrolio che brucia.
Fiamme, fiamme, scoppietta la pelle.

Uomini, donne e bambini
che muoiono per le conseguenze, l’orrore,
le ferite che non guariscono.
Lente torture che si acuiscono col tempo.

Uomini, donne e bambini uccisi a caso
con precisione millimetrica. Bombardamento di precisione,
fuoco amico, oplà bombe, a grappolo.
Qualcuna scivola dalla lingua, qualcuna dalle dita.

I soldati starnutiscono, sbagliando a tracciare gli obiettivi.
Trasformando matrimoni in funerali.

Uomini, donne e bambini.
L’unico effetto collaterale che abbiamo avuto.

 

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Marianne Moore, Luce è linguaggio

Della luce del sole si può dire
più di quanto si dica del linguaggio: ma linguaggio
e luce, a vicenda
aiutandosi – francese l’uno e l’altra –
non han disonorato un aggettivo
che rimane ancora radicato.
Sì, luce è linguaggio. Libera franca
imparziale luce di sole, luce di luna,
luce di stelle, luce di faro,
sono linguaggio. E il faro
di Creach’h d’Ouessant,
sulla sua indifesa
scaglia di roccia, è il discendente di Voltaire,

la cui giustizia fiammeggiante andò
a raggiungere un uomo già colpito:
dall’inerme
Montaigne, il cui equilibrio,
conservato malgrado la durezza
del bandito, accese la scintilla
salvatrice del rimorso; di Émile Littré,
mosso dalla passione filologica,
ammaliato dagli otto volumi
d’Ippocrate, il suo
autore. Era
un uomo di fuoco, uno scienziato
della libertà, questo tenace Maximilien

Paul Émile Littré. Se l’Inghilterra
è difesa dal mare,
noi, con la consolidata Libertà
di Bartholdi, che regge alta
la torcia accanto al porto, udiamo
l’ingiunzione della Francia: “Ditemi
la verità, e specialmente quando
sia spiacevole”. E noi,
noi possiamo rispondere soltanto:
“Questa parola Francia vuole dire
affrancamento: vuole dire una
che “rianima chiunque pensi a lei”.

 

(Da Le Poesie, a cura di Lina Angioletti e Gilberto Forti, Adelphi Edizioni 1991)

Robert Lowell, Harriet

Estate – 2. Harriet

Una mosca insistente, dorso azzurro, grossa come un pollice – così grossa,
sembra apocalittica nella nostra casa –
sbatte avanti e indietro attraverso il letto della camera della bimba
guardato da un manicomio di animali imbottiti,
nessuno di loro un guerriero. È come un aeroplano
che spolvera frutteti o arabi sul video –
uno dei potenti… uno dei deboli. Inciampa
e picchia il capo di qua e di là,
rendendo più corta una vita malsana e breve.
La uccido, e si aggiunge un altro istante
alla spaventosa manomorta di effimeri:
chiavi, legno corroso dal mare, gusci di ricci
che tu ammucchi con gioia… una mosca morta
spazzata sotto il tappeto, che s’aggrinzisce appagata.

 

(Da Il delfino e altre poesie, Mondadori 2000)

Henry Ariemma, Arimane

Il male libera.

Fa capire ogni bene

e vede prossima gratitudine

alle domande insignificanti

dell’andare oltre:

respinge alte le onde

sulle stesse orme.

 

Il tacere frutta

solo bacche amare

lavorate per dolci inganni.

 

Altro parlare, propri egoismi…

A non vedere nell’ascolto

pronti tradimenti.

Ma la parola riempie spazi

e basta morire senza perdono,

pensarsi eterni per non risolvere

l’umano dolore in mancata fede

come case ostili mai colpevoli.

 

(Da Arimane, Ladolfi Editore 2017)

John Ashbery, Just Walking Around

Just Walking Around

What name do I have for you?
Certainly there is not name for you
In the sense that the stars have names
That somehow fit them. Just walking around,

An object of curiosity to some,
But you are too preoccupied
By the secret smudge in the back of your soul
To say much and wander around,

Smiling to yourself and others.
It gets to be kind of lonely
But at the same time off-putting.
Counterproductive, as you realize once again

That the longest way is the most efficient way,
The one that looped among islands, and
You always seemed to be traveling in a circle.
And now that the end is near

The segments of the trip swing open like an orange.
There is light in there and mystery and food.
Come see it.
Come not for me but it.
But if I am still there, grant that we may see each other.

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Girovagando

Quale nome ho per te?
Certo non c’è un nome adatto a te
Nel senso che le stelle posseggono nomi
Che in qualche modo a loro si confanno. Anche solo girovagando,

Sei oggetto di curiosità per alcuni,
Ma sei troppo preoccupata
Dalla macchia segreta sul retro della tua anima
Per parlare tanto e vagolare occhieggiando,

Sorridendo a te stessa e agli altri.
Si tratta di essere un po’ solitaria
Ma al tempo stesso scostante.
Controproducente, perché ancora una volta comprendi

Che la via più lunga è la più efficiente,
Quella che si snodava tra le isole, e tu
Sembravi sempre viaggiare in tondo.
E adesso che la fine è vicina

I segmenti del viaggio si aprono come un’arancia.
C’è luce lì, e mistero, e cibo.
Vieni a vedere.
Non venire per me, ma per questo.
Però, se sarò ancora lì, concedimi che potremo incontrarci.

(traduzione di Sonia Caporossi)