Silvia Molesini, Uno sente il cuore si spezza

Uno sente il cuore si spezza
ma resta intero
la vita spina sangue a ruscello
a mare
vanno via luci di stelle
in noi rimane
gambe e braccia spezzate
per davvero
ma un cuore spezzato, quello,
l’ hai inventato.

 

(Inedito)

Nanni Cagnone, E trasognando le vedi

E trasognando le vedi,
figure scarse,
livide come un delitto
o per sortilegio amorose.
Invidia d’una vita
senza le mie vertebre, un
non orgoglioso scorrere
facendo del sorriso
un’abitudine—come
in certe locande fuori mano,
sai, quando sbagli strada
e chissà dall’errore
cosa speri.

 

(da Le cose innegabili, Avagliano Editore 2018)

Joan Josep Barceló, Acquietandosi nel mare, la spina

assossegant-se en el mar, l’espina
és també una carícia
que s’afebleix lentament quan besa
les herbes marines.

tot és ferida i tendresa,
com la claror d’un sol radiant
que travessa
la ràbia fallida de la nostàlgia que s’esllavissa
per terra.

ella és només un rostre
del minimalisme cohesiu que rebutja
a ser soterrat
per la inèrcia infectada de sofre.

ella és l’esquerda degollada del vent.

ella és l’alternativa escollida.

*

acquietandosi nel mare, la spina
è anche una carezza
che si indebolisce lentamente quando bacia
le erbe marine.

tutto è ferita e tenerezza,
come la luminosità di un sole radioso
che attraversa
la rabbia fallita della nostalgia che scivola
sulla terra.

lei è solo un volto
del minimalismo coesivo che rifiuta
di essere seppellito
dall’inerzia infetta di zolfo.

lei è la crepa spezzata del vento.

lei è l’alternativa prescelta.

(Da de sang / di sangue, Il Convivio Editore 2018)

 

Redent Enzo Lomanno, Oggi mentre il da fare

Oggi, mentre il da fare
rivolgeva al giorno la mia vita
ho spento la musica.
Ho spento la musica e
non me ne faccio ragione.

Mi chiedo del sapore
di questa sconfitta;
del silenzio che forzo
al di là dello sguardo.
Di come ogni ragione
prevalga sulla gioventù.

Oggi, ho spento la musica
ed è la prima volta
che l’incombenza vince
su quello che in realtà
vorrei dire o vorrei fare.

Oggi ho spento la musica
e questa colpa rimbomba
chiassosa sui tarli grigi
delle mie tempie.

 

(Inedito)

Giuseppe Marrone, Ti sedesti di lato

Ti sedesti di lato, con la luce
immobile e fredda a tagliarti il viso.
Parlammo senza voce, senza vita,
farfugliando infeconde insensatezze
come bozzoli vuoti e rinsecchiti.
Ci tenemmo attaccati ancora un giorno,
eppure da tempo eravamo soli.

 

(Da Sulla riva, Oèdipus Edizioni 2018)

Cristina Annino, Se un ospite mi lascia la casa

Se un ospite mi lascia la casa, io
le faccio domande, frugo ovunque, specie
nei materassi. Quando esco, è passato un ladro.
Ma non la dimentico, la ripenso. Dove mettono
l’amore gli altri? Che non sia visibile, un oggetto
ad esempio, mi terrorizza. Odore c’è, quasi
sale a volte fumo o cemento rigido, o quel
senso di lavato che dà le vertigini.
Mi porterei
dietro un cane se l’amore non dovesse essere
concreto. Come io credo.

(Da Magnificat (Poesie 1969-2009), Puntoacapo)

Antonio Martone, Luna

Penzola stanca
Penzola stanca la luna
Dal mio soffitto s’appende
Piccola palla di vetro
E rimbalza
Nei miei occhi rimbalza
Febbricitanti e infiammati nel bianco
Sobbalza senza acquietarsi
Sul mio volto assente
Sobbalza

Il mio sguardo la tiene
Come si tiene un’amante
La coperta mi copre la testa
Mentre la luna mi è accanto
Ormai fuori dal cielo
Luminoso e piccolo gioco
Nelle mani del sogno
il mio sguardo la tiene

Devi dirmi
Si devi dirmi
Di questo mondo a cui sono straniero
Quanto è antico
Questo mondo che mi vede straniero
E tu
Da quanto tempo hai brillato
Su queste campagne
Perché la luce del sole sul corpo ti prendi
Per porla poi tenera
Sopra al mio viso
Di notte
Chi gioca a palla nel cielo
Devi dirmi

La posso toccare
La luna
Sotto le mie coperte protetta
Tonda come un disco d’argento
Della mia cristalliera
Tonda

Non m’attendo risposta
E il mio suono si perde nel nulla
Mi sento più vicino alle stelle
Quest’oggi
Più lontano dal mondo
Mi sento

(Inedito)

Massimiliano Bardotti, Tutta l’avessimo detta la felicità

Tutta l’avessimo detta, la felicità
anche in versi brevi, anche d’un fiato,
finito già sarebbe il mondo.
Manca ancora qualcosa da dichiarare
da dirci in faccia o nelle orecchie.
E un silenzio, manca, così definitivo e totale
da colmare quel vuoto che rimane
intatto, come goccia che ritorna mare.

 

(Inedito)

Raffaela Fazio, Mise an abîme

Se ogni ricordo
si specchia in un ricordo
come può il tempo
uscire da se stesso?
Vedo il mio occhio:
vorrebbe farsi mondo.
Ma il desiderio
ancora non si sporge
resta nel fondo
di una discesa interna
al suo cadere.
Credevo fossi un’altra
˗ diversi la frattura
il brivido l’abbraccio
diverso anche l’errore.
Eppure la distanza
è immaginaria
è prigioniera
di questa coincidenza
di frattali.
Uguale mentre cambia
il suo riflesso
mi chiama, si getta
nell’abisso.

 

(Da Tropaion, Puntoacapo Editrice 2020)

Maria Luisa Spaziani, Le parole oggi non bastano

Non chiedermi parole oggi non bastano.
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili
nei loro incastri, sono consunte voci.
È sempre un prevedibile dejà vu.
Vorrei parlare con te – è lo stesso con Dio –
tramite segni umbratili di nervi,
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.

Un fremere d’antenne, un disegno di danza,
un infinitesimo battere di ciglia,
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.

(Da Tutte le poesie, a cura di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia, Mondadori 2012)

Lorenzo Foltran, La ruota sull’asfalto ti cancella

La ruota sull’asfalto ti cancella,
l’acuto dell’attrito
spazza via l’apparenza e il dormiveglia,
la carezza ai capelli
(sfiora nel buio una frangia di vuoto)
come cieco ricordo.
È in questa falsa cecità che cerco
ciò che ho sempre perduto,
l’ultimo appiglio a quella tua figura
da passato recente
che non conosco più se non distante.
E non trovo nient’altro.
Sconforto: quello che mi è stato tolto
è rubato anche in sogno.

 

(Da In tasca la paura di volare, Oèdipus Edizioni 2018)

Giorgio Moio, Il cielo non si libera dalle nuvole

“il cielo non si libera dalle nuvole”

non > c’è > via di scampo per la speranza
tra le muragliere cadute in via della disperazione
non c’è azione né rimozione di zavorre
tra i < respiri < dell’acqua < controcorrente
“il cielo non si libera dalle nuvole”
se formuli > una > sortaglia digiocoforza : enigmasticoide
sulle voci dei morti che chiedono giustizia
ma ricevono ingiustizie
tra parole annegate | nell’indifferenza | nella polvere | delle pietre
fatta di promesse di rimandi al tamarindo di marindi
“le pietre piangono ancora di dolore”
la dignità di un senzatetto se l’è portata via il mare
con quale | bocca parlano | con quale parole | si pronunciano
i politicanti | in mondovisione | dopo la devastazione |
accumulate lungo le strade come anime perse
“le pietre piangono ancora di dolore”
abbruzzate | abbruzzate | gliocchidelcuore
nel fuoco rutilante della terra dei fuochi
negli alberi arsi della terra dei Karipuna di Rondônia
o lungo le rive del fiume Ji-Paraná
nel volo zigzagante di unaquila sul precipizio
“non è momento di deliri è momento di agire”
non un teorema
speculativo
lacuspetivo
fissativo
sasfitivo
o un’alterazione in prospettiva
di un irresponsabile gesto | tra il crepitio del silenzio
di un senso non circolare dell’amore
come le catacombe dei sotterranei | disangaudioso | extra : moenia
o di uno strano esercizio per la mente
extra de fundis della lava dei vergini
abbruzzate abbruzzate l’abbrutezza
“il cielo non si libera dalle nuvole”
le ombre | dei morti | sono un tantino | contrariati
mai una gioia senza compromessi | senza il fesso
poi ti domandi
pecché è trasuto ll’auciello ’nt’ a la gajola?
chi ridà il volo all’aquila che non crede più ai miracoli :
in queste proiezioni approssimative :
chiti comprende separli
con
parole
vecchie
che
# sannosolo
dellamento # del lamentoso melense #
basta dire sì dire no “il cielo non si libera dalle nuvole”
non | c’è | un frizzosciame | non | c’è | un | lazzofresco
in questa terra martoriata “il cielo non si libera dalle nuvole”
non | c’è | uno sciamefrizzo | non | c’è | un | frescolazzo
in questa terra dimenticata “il cielo non si libera dalle nuvole”
se nel tuo modo di dire
ti affidi all’uso e al disuso dell’orticaglia marina
rispecchi il tempo dell’ocatriglia gliatricao d’o mar & moto
il tempo disincantato de la ville : no delle mareggiate
sulle decisioni invertebrate
imparate a parlà cu parole a meraviglia procellarum prollacemur
promullace
a ravigliame | a vigliarame
a gliavarem | della mareata oltraggiata della terreata terremotata
pecché è trasut’a vecchja int’a lu tummulo?
con quali occhi | dunque guardi | questo paesaggio | senza condivisione
con quale bocca | dunque parli | in questo paesaggio | ormai senza più lacrime
con quali orecchie | infine ascolti il tormento
ilmondo | ilsuono | della terra che rutta
“il cielo non si libera dalle nuvole”
se / i / suoni / del / mare / t’arrivano / sordiferi in mondossessione
“le pietre piangono ancora di dolore”
con••quale•••mani (costruisci il mondo le dimore di questa terra martoriata
abbandonata alle sferzate del vento alle gelide mattinate in delirio
le monde ancien (ne peut me toucher : diceva Eluard e si (sentiva libero
con quale gambe cammini nel mondocolor
con quale cuore | ritorni alla terra | dei morti
“le pietre piangono ancora di dolore”

 

(Inedito)

 

Carlo Betocchi, Tra noi che vale

Tra noi che vale, se ti mando in dono
questi miei versi, o tu parli di me,
che vale il ricordarci quanti sono

i debiti che abbiamo l’un con l’altro,
ogni dedica è scritta, e non ce n’è
di migliori, né un lascito più scaltro

di quel che scrisse il reciproco amore
del fare insieme, senza chiedere conto
di nulla che a quell’opera maggiore

ch’era, non si sa come, amore insieme
operante, che gode del suo vivere,
e noi siam nulla, l’abolito seme…

È l’opera comune che ha valore,
dimenticami, guardami nel vero
di ciò che fai con lo spontaneo cuore

sempre in quel senso dov’è il più sincero
creder comune, fiamma di candele,
ex voto che favellano al mistero,

consumando il lucignolo e le pene
nel pensier generale, e qual si spegne
prima non conta, è la vita che tiene.

(Da L’estate di San Martino, Mondadori 1961)

Alejandro Murguía, Trastevere Sunday

Trastevere Sunday

In the piazza di Santa Maria in Trastevere
the old woman dressed in black
hunched over her begging basket
feet twisted backwards
wails a heart-rendering plea
to a God that is deaf
while tourists fan themselves in cafés
and the sun scorches the cobblestones
oily and black
with a hundred decades grief and poverty
that a coin dropped in her hand
cannot erase
and what government sends
grandmothers to beg in the sun
burning the skin from the flesh.

*

Domenica a Trastevere

Nella piazza di Santa Maria in Trastevere
un’anziana vestita di nero
chinata sul suo cestino dell’elemosina
i piedi rivolti all’indietro
ulula una preghiera straziante
a un Dio sordo
mentre i turisti si sventolano nei caffè
e il sole cuoce i sampietrini
unti e neri
da centinaia di decadi di dolore e povertà
che una moneta lasciata cadere nella sua mano
non può cancellare
e, quale governo spedisce
le nonne a chiedere l’elemosina al sole
che ustiona la pelle della carne.

(Inedito, traduzione di Alessandra Bava)

Antonino Contiliano, X, je sommes

a Eugenio Lucrezi

onda, o mia “x” io
fra le 2rocche sei

infinito distesa
con “y” e sonda

land siedi e semi
semo croma terra

in Sibilla die e dai
venti scendi e venti

zeitgeist dì a Cuma
e “z” vendi amante

beo liba teco e Lilibeo
e bali Ali così sveglio

immaginaria della notte
f(x) l’amante fotti e flotti

fantasma poi frequenza
quieta e arco fuggi lenta

tra sinistro e destro scoglio
sciacquio “x” EgaDio e addio

di cremisi il naso m’inscii
ed erga 3 – x, y, z – je sommes

mañana l’ardore che bagnai
con il mare, il sudore del sole

e qui frullio con-posai l’io a Eu-
­genio di Lucrezi “w” 1’eterotopia

 

(Inedito)

Alessio Barettini, A David Bowie – Il Miracolo di Brixton

1

C’era l’incoscienza fra quelle dita curiose,
e la voglia bicrome che correva più veloce del tempo.
E fosti cambiamento,
volando da nuvole mistiche,
da cui scorgesti Marte.
E fosti arte,
e le stelle che ti mandarono qui.
Celebravi avanzando.
E fosti qualcuno, ma nessuno ti teneva la mano
quando tu lo gridasti a noi che non sentivamo.
Era semplice musica divina e siderale,
e non sapevamo guardare
mentre morivi.
E fosti tu assassino, tu lama, tu motivo e tu testamento.

2

Fu quando eri perso che volevano cercarti,
ma non sapeva nessuno che chi è perso non può essere cercato,
neanche se travestito,
da alieno impacciato,
da serpente dell’Eden,
da bacio rubato.

Fosti persino distopia di te stesso,
fosti lacrime d’anima e rose appassite,
prima di rinascere altrove,
prima di morire di banale.

3

Fosti città perché eri già stato tutto dell’uomo,
fosti Europa che non si accontenta,
fosti musica che si sorprende guardarsi.

Gli amici ti donarono l’aura terrestre che non avevi avuto,
e l’hai indossata per crescere, come qualunque altro costume.

Fosti eroe delle epoche
per sempre forte, battagliero,
lontano dal passato mostruoso.
E qualcosa lontano chiamava, come voce antica,
come fuoco mai spento dove signoreggia la vita.

4

Fosti rapito da anni di plastica
quando speravi di resuscitare il ragno?
Quando cercavi di imprimere un altro sigillo, chi eri?
Forse, umanamente come non mai, volevi
deludere chi ti aspettava ancora più grande.

Tu arrivasti al più grande, ma la misura maggiore non fu la migliore.
Che importa se sapevi? Che importa che volevi?
Che importava non fare luce quando tutto dormiva?
Così passasti, in un momento che non fu l’ultimo,
prima di lasciarti portare a casa per sempre, almeno una volta.

5

Dentro le linee del destino di un uomo
ci sono dei punti che si ripetono, talora o talaltra.

Si creano ritorni inattesi,
sono significati profondi e latenti,
spesso trasudano parole che non sappiamo afferrare.

Così, senza più nulla da dimostrare,
l’uomo cammina sapendo di avere ancora poche ombre di fianco,
a cui dedicare la sua attenzione.
Poi c’è il mestiere, c’è il volo, c’è la paura che è solo un riflesso.

Così nascevano le parole nell’acqua che attende, l’apparente immobilità.
Così volava ancora alto il tuo nome, che ormai era il nome di tutti.
Così passavano le ore, ammantate di sacra quotidianità,
dense di realtà terrestre
ma erano solo i tuoi occhi
che preparavano la fine.

6

Morivi, pur essendo immortale morivi.
Pur essendo infinito finivi.
Proiettato verso un domani che non ci guardava più,
scomparisti e riapparisti, un’eclisse.
Il cielo ora ti tiene in catene,
in attesa di un altro maggiore che parta per riportarti fra noi

(Inedito)

 

 

Daniele Giustolisi, Ma io che posso fare Nasmù

ma io che posso fare nasmù
se non bucare il foglio col tuo nome
e cantare ciò che sei
pezzo di vita
a 45 grammi la sera
sciolta dietro i forni
come medusa al sole

essere un quasiniente,
nell’invisibilità di una cucina d’osteria in via mascarella
da dove un’incarnazione oggi comincia

ma io che posso fare nasmù
se non seguire la scia del tuo sudore
acqua di sale
invisibile a tutti
ma non al canto
che restituisce nomi
anche al tuo sparire tra i pani
là dall’ultimo margine del mondo

di questo vapore come incenso
stasera scrivilo daniele, scrivi dell’arrivo a bologna
dell’ultimo magio d’oriente
disperso, scassato da una notte straniera
tradito da una cometa impazzita
che ha perso di vista tra i gin un piccolo dio
che da qualche parte, puoi sentirlo
urla ancora il ritrovo

 

(Da Se scendevi per strada, Capire Edizioni 2019)

Patti Smith, Prayer

Prayer

stocking feet or barefoot
immensely proud or bent like love
twig scaffold
gravedigger or dancer in wind
the same wind yet stinking of pigs
roses or the pollen which makes one cough
cruel fantastic unlike anything else

to have no need for the apparatus
of the operating room
to be safe from bodily harm
to know love without exception
to be a saint in any form

*

Preghiera

con le calze di nylon o scalza
stracolma d’orgoglio o curva come l’amore
ramoscello o ballerina al vento
lo stesso vento ma fetido di porci
polline che dà la tosse o rosa
fantastica crudele diversa da tutto

fare a meno dell’apparecchiatura
da sala operatoria
essere immune da ogni danno fisico
conoscere l’amore senza eccezione
essere santa in qualsiasi forma

 

(Da Il sogno di Rimbaud, traduzione di  Massimo Bocchiola, Einaudi 1994)

Alessio Barettini, Novembre

Novembre è l’imponenza del tempo,
La preponderanza di oblio e di sonno,
La certezza di un’effimera conciliazione,
La fuga in se stessa, il movimento.

Novembre è l’inconscio dell’anno,
l’inevitabile plumbeo che si libera per autocombustione
e parla per simboli
suggerendo bagliori in anticipo,
invisibili agli occhi,
esplosivi del cuore
detonatori di libertà rivelate,
attrito che freme e sconvolge e pure sorride.

 

(Inedito)

Thomas Stearns Eliot, Journey of the Magi

Journey of the Magi

A cold coming we had of it,
Just the worst time of the year
For a journey, and such a long journey:
The ways deep and the weather sharp,
The very dead of winter.
And the camels galled, sore-footed, refractory,
Lying down in the melting snow.
There were times when we regretted
The summer palaces on slopes, the terraces,
And the silken girls bringing sherbet.
Then the camel men cursing and grumbling
And running away, and wanting their liquor and women,
And the night-fires going out, and the lack of shelters,
And the cities dirty and the towns unfriendly
And the villages dirty and charging high prices:
A hard time we had of it.
At the end we preferred to travel all night,
Sleeping in snatches,
With the voices singing in our ears, saying
That this was all folly.

Then at dawn we came down to a temperate valley,
Wet, below the snow line, smelling of vegetation;
With a running stream and a water mill beating the darkness,
And three trees on the low sky,
And an old white horse galloped away in the meadow.
Then we came to a tavern with vine-leaves over the lintel,
Six hands at an open door dicing for pieces of silver,
And feet kicking the empty wineskins.
But there was no information, and so we continued
And arrived at evening, not a moment too soon
Finding the place; it was (you may say) satisfactory.

All this was a long time ago, I remember,
And I would do it again, but set down
This set down
This: were we led all that way for
Birth or Death? There was a Birth, certainly,
We had evidence and no doubt. I had seen birth and death,
But had thought they were different; this Birth was
Hard and bitter agony for us, like Death, our death.
We returned to our places, these Kingdoms,
But no longer at ease here, in the old dispensation,
With an alien people clutching their gods.
I should be glad of another death.

*

Il viaggio dei Magi

Fu un freddo avvento per noi,
Proprio il tempo peggiore dell’anno
Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo
Le vie fangose e la stagione rigida
Nel cuore dell’inverno.
E i cammelli piagati, coi piedi sanguinanti, indocili
Sdraiati nella neve che si scioglie.
Vi furono momenti in cui noi rimpiangemmo
I palazzi d’estate sui pendii, le terrazze,
E le fanciulle seriche che portano il sorbetto.
Poi i cammellieri che imprecavano e maledicevano
E disertavano, e volevano, donne e liquori,
E i fuochi notturni s’estinguevano, mancavano ricoveri,
E le città ostili e i paesi nemici
Ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo:
Ore difficili avemmo.
Preferimmo viaggiare di notte,
Dormendo solo a tratti,
Con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo
Che questo era tutta follia.

Poi all’alba giungemmo a una valle più tiepida,
Umida, sotto la linea della neve, tutta odorante di vegetazione;
Con un ruscello in corsa ed un molino ad acqua che batteva il buio,
E tre alberi contro il cielo basso,
E un vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato.
Poi arrivammo a una taverna con l’architrave coperta di pampini,
Sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d’argento,
E piedi davano calci agli otri vuoti.
Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo
Ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto
Trovammo il posto; cosa soddisfacente voi direte.

Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo,
E lo farei di nuovo, ma considerate
Questo considerate
Questo: ci trascinarono per tutta quella strada
Per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,
Ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo detto nascita e morte
Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu
Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte
Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,
Ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,
Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.
Io sarei lieto di un’altra morte.

 

(Da Journey of the Magi, Ariel Poems, Faber & Gwyer’s 1927; traduzione di Roberto Sanesi)

Mario Luzi, I Magi

Non ha volto, si cela
dentro sé il tempo –
così ci confonde
esso, ci gioca
con i suoi inganni –
a volte
duramente,
duramente ci disorienta.

Ed ecco, in un frangente
prima non osservato
o in uno
sorpassato
dal flusso
e dimenticato
o in altro ancora
rimasto
oscuro dietro le dune,
qua o là,
qua o là, seme sepolto
in terra molto arida
e molto pesticciata,
potrebbe all’improvviso
il futuro disserrarsi
in luci, sfavillare il tempo
dove? da una qualsiasi parte.

Andavano cauti loro, i Magi,
occhiuto era il viaggio
in avanti
o a ritroso? procedendo
o tornando
ai luoghi
d’un’ignota profezia?
Sapevano e non sapevano
da sempre la doppiezza del cammino.
L’avvenire o l’avvenuto…
dove stava il punto?
e il segno?
da dove era possibile il richiamo?
Non è ricaduta
inerte nel passato
e neppure regressione
nel guscio delle cose già sapute
questo
ritorno della strada
spesso
su se medesima,
ma nuova
conoscenza, forse,
ed illuminazione
di un bene avuto e non ancora inteso –
dice
uno di loro
e gli altri lo comprendono
sì e no, ma sanno
ed ignorano all’unisono…
e proseguono
insieme,
vanno e vengono
insieme nel va e vieni del viaggio.

 

(Da Frasi e incisi di un canto salutare, Garzanti 1990)

Franco Fortini, Altra arte poetica

Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’è un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppure
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti,
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.

 

(Da Versi scelti 1939-1989, Einaudi 1990)

Carlo Giacobbi, Alle vittime dell’Holodomor

Alle vittime dell’Holodomor

È disquisire sul vello della capra –
sofisticheria d’accademia, fare a quarti
il capello ascrivere ad estirpazione di genia
ad animo di estinguere dei Pugni il seme
o a collaterale effetto di scellerata economia
la primigenia intenzione di Koba.
Il dato, la messa in conto, per favore –
il risultato: ben si dica genocidio consegnare
ad inedia la moltitudine laboriosa, la recalcitrante
etnia produttiva all’organizzato
sistema di razzia della proprietà sudata.
E già – si capisce – cavare due patate, cogliere
un cavolo, la bocca sulla terra tutto l’arco
del sole – chi non vede, in questo, al popolo
insulto, le campagne al capitale?
Estreme, superstiti voci, fiato torto che il groppo
assottiglia, neanche ridirlo all’infinito
capacita, non c’è pietra
– non esiste – da sovrapporre allo strazio –
a vivere mille anni resterebbe
il primo mortuario pensiero del mattino.
Subumane, quasi esalate parvenze, fuscelli
al vento, nel ciondolarsi di crani
casuali alle vertebre, becchi adunchi –
strabismo d’orbite, strascinati inconsci del dove
tra ammonticchiati esamini sulle strade
o quelli sui carri o nelle tombe d’isbe
che furono un fuoco, un pane.
La bambina scomparve, andai a casa sua –
mozzata la testa, il corpo nel forno.
Il neonato per ore a tirare dallo straccetto del seno –
viene niente e litanico piagnisteo scempia chi lo ama
la testina sull’albero e silenzio, sangue rappreso
su scheggiati ossicini e radi ciuffetti.

 

(Da Oltre il visibile, Arcipelago Itaca 2019)

Antonio Porta, Incamminarci

Al giro di boa ancora fiammeggiano le querce,
celebriamo il passaggio dell’anno, del fuoco
quello appena nato non può temere il gelo
tutte le foglie lo trattengono nel calore
fin che possa liberare le ali piumate
ruotare sopra di noi che dormiamo, incamminarci.

(Da Tutte le poesie, Garzanti 2009)

Eugenio Montale, Il Primo Gennaio

 

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

(Da Tutte le poesie, Mondadori 1996)

 

Natàlia Castaldi, C’è una pace oggi nell’ascolto delle cose

C’è una pace oggi nell’ascolto delle cose
che come l’insieme delle gocce
forma l’incalcolabile vastità del mare
quando soffia l’attesa lieve delle onde
sull’increspatura della tua fronte
che arriccia in silenzio il sopracciglio
e pensa

C’è una pace nel sentirsi granello tra le cose
che non si chiede ma si perdona l’esistenza
ora che la fine dell’anno è solo un rito formale
per il computo delle nostre ossa,
un bilico di sabbia d’un tempo inesistente
nelle lingue inceppate tra le intercapedini del senso
C’è una pace tersa stasera nel barattare al tempo il mio perdono

 

(Da Dialoghi con nessuno, Quaderni di Rebstein 2010)

Alessio Barettini, Dicembre

Dicembre accorcia gli orizzonti.
Non lascia dubbi, non vanifica, non nasconde.
Nasce una fine inattesa,
un perfetto equilibrio che ha ingannato ogni programma, ha dato speranza nel buio, ha espresso pura emozione di tempo.

Dicembre stralcia i margini inutili e pomposi della storia.
Dicembre ha parlato, chiudendo le bocche e le voci che avevano creduto di sapere.
Ora viene il silenzio, e ha luci bellissime.

 

(Inedito)

Anna Maria Curci, Quartina XXIX

XXIX

Quando mi troverai già sfilacciata
dalla tua attesa inerte, mio poeta,
bollandoti la fronte penserai
che mai io sono innocua, io parola.

(Da Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca 2019)

Giovanni Testori, Di me la sola passione

Da me la sola passione
puoi imparare.
Dal mondo impara
tutto l’arco del sole
e lo splendore,
la grandezza dei gesti
in che consiste crescere,
impara dalle madri
il silenzio provvido
gentile,
dalle tombe la morte,
e dal morire d’ogni giorno
l’esame impara a svolgere.
Medita quando l’ombra
ti cade d’ogni sera
sulla fronte:
è passato, mio amore,
un altro giorno.

 

(Da Per Sempre, Feltrinelli 1970)

Sonia Lambertini, Qui non c’è corpo

Qui non c’è corpo

non c’è un filo di luce da infilare gli aghi
da cavarsi gli occhi, non c’è lingua
che mangi le parole, da scavare il petto

c’è un buco a forma di peccato

un vuoto esilio, suono assoluto
da stare piegati in due centimetri
di terra, a guardarsi i piedi

da cavarsi gli occhi

non ricordo nulla dei rammendi
dei miei ritagli, solo pause
irregolari, da tremare in testa

da scordare il mondo

 

(Da perlamara, Marco Saya Edizioni 2019)

Cristina Bove, Venire ai versi corti

Venire ai versi corti
con me che mi tampino
in terza persona
_mi faccia i complimenti il revisore_
lei è una bozza di poesia incompiuta
direi malriuscita
lei si defila
sostiene il rogo senza fumo
la fossa del cestino

a me non resta che una via di fuga
assenteismo da mancata voce
un foglio vuoto

lei finge di collaborare
chiude persiane e porte
_guarda i miei piedi andare via da soli_
le strofe non asfaltano la strada
fosse per loro andremmo a farci vivi
da un’altra parte
lei annuisce
io per addormentarmi prendo un libro
e mi faccio sparire tra le pagine

 

(Inedito)

Massimiliano Bardotti, C’è un ordine segreto nel mondo

C’è un ordine segreto nel mondo, lo governa.
Tutti pensano sia malvagio il suo padrone.
Invece ha un nome chiaro, che sfama gli affamati
li fa fratelli di mensa. È nella quotidianità del respiro
nella misericordia. È la geografia dell’anima
e fa mappe di sopravvivenza.
Siamo nati già famiglia. Figli della stessa fioritura.

(Inedito)

Bertold Brecht, Leggenda di Natale

Oggi stiamo seduti, alla vigilia
di Natale, noi, gente misera,
in una gelida stanzetta.
Il vento corre di fuori, il vento entra.
Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo:
perché tu ci sei davvero necessario.

Oggi noi qui intorno siamo seduti
come i pagani oscuri.
Fredda, sulle nostre ossa, la neve cade:
a ogni costo la neve vuole entrare.
Entra, neve, da noi, non dire motto:
anche nel cielo tu non hai un posto.

Noi prepariamo un’acquavita, dopo
saremi leggeri, con più calore in corpo.
Noi prepariamo un’acquavita calda
brancola un bestione intorno alla nostra capanna.
Entra, bestia, da noi, ma muoviti:
non avete un posto caldo neanche oggi.

Noi mettiamo le giacche nel fuoco
così avremo più caldo dopo!
Dopo per noi ardono subito le travi.
Solo al mattino saremo gelati.
Vieni, buon vento, ti vogliamo ospitare:
perché, anche tu, non hai un focolare.

(Da L’incanto di Natale, a cura di Fabiano Massimi, Einaudi 2012)

Antonio Bux, 22-07-15-21:22

Le punte
più piccole
delle stelle gli archi
fragili e i cosmi
lasciati vuoti
per noi
sovrappongono
rapidi
aurore intere
vicino agli esseri
e le mani per un attimo
splendono
e gli occhi dominati
dai pianeti
dal silenzio di miliardi
di anni luce
scintillano
altrove e sanno
com’è minore
vivere
senza vedere
ciò che resiste

(Da Gabbie In Codice, Oèdipus Edizioni 2017)

Giuseppe Marrone, Nemmeno lo ricordi più il giardino

Nemmeno lo ricordi più il giardino
degli aranci dove ci capitò
quasi per sbaglio d’andare a giocare
in giorni insospettati e insospettabili,
e nemmeno ti attraversa il ricordo
delle stagioni trascorse guardando
l’assorto sbocciare di alberi e fiori.
Vi costruiranno un nuovo parcheggio
e già il suolo è stato disalberato,
evirato nel profondo dell’intimo,
spianato e ricoperto di cemento.
La città che ci ha innalzati alla vita
conosce partenze ma non ritorni.

 

(Da Sulla riva, Oèdipus Edizioni 2018)

Lorenzo Foltran, Ora un po’ timorosa ti domandi

Ora un po’ timorosa ti domandi
che cosa devo dirti,
scivolando sul velo dei capelli,
quale mistero o storia.
Non molto in vero, solo che al museo
riempivi quelle stanze
vuote e pronte ad accogliere qualcosa
con te e la tua risata
(a questo punto mi hai chiamato in treno,
ma adesso non importa).
Davvero, cosa c’era da vedere
l’ha riflesso uno specchio,
quello che c’era da sentire un altro.
E non te ne sei accorta.

 

(Da In tasca la paura di volare, Oèdipus Edizioni 2018)

Stefano Della Tommasina, Little boy (hiroshima mon amour)

Sesso davanti al bar del Paradiso
la stele implode nella bellezza
di un frappè con panna
gli astanti incrociano le dita
sanno che non è giornata,
fama desolata ai fianchi
delle particelle, piaghe da antico
testamento. Mon Amour, my little boy
(o, malamente, pargoletto mio)
mi guardi da un futuro spoglio, devitalizzato.
Evapori sulla moria dei pescatori
come un lenzuolo sollevato sulla pelle
sul dorso spigoloso delle sogliole, del piombo.

(Inedito)

Antonio Porta, La punta, la finestra alta, c’era vento

La punta, la finestra alta, c’era vento,
si è alzato adagio, stride, in un istante,
ovale, un foro nella parete, con la mano,
in frantumi, l’ovale del vetro, sulle foglie,
è notte, mattina, fitta, densa, chiara,
di sabbia, di diamante, corre sulla spiaggia,
alzato e corso, la mano premuta, a lungo,
fermo, contro il vetro, la fronte, sul,
il vetro sulla mattina, premette, oscura,
la mano affonda, nella terra, nel vento, nel ventre,
la fronte di vetro, nubi di sabbia,
nella tenda, ventre lacerato, dietro la porta.

(Da I rapporti, Feltrinelli 1966)

Natàlia Castaldi, Ma poi ritorno sempre ad ascoltarti

Ma poi ritorno sempre ad ascoltarti
È difficile descrivere l’intonazione del silenzio
la modulazione atona di un respiro
quando il nulla è terso oltre la nebbia

C’erano i gerani, oggi forse è estate
– La senti la brezza? Si solleva da ponente.

Sembra improbabile l’alba dopo la veglia delle attese
quando dirada in un filo di pensiero
e si appagano i sensi nell’incanto della pioggia

(Da Dialoghi con nessuno, Quaderni di Rebstein 2010)

Anna Maria Curci, Quartina VIII

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
è invece e a malapena se ne avvede.

(Da Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca 2019)

Carlo Giacobbi, L’impegno di gioire

Benedico il giorno, prometto
d’aggirarmi meno lupo, sto alla luce
che è, alzo un saluto, mi accorgo
a poco a poco, d’essere nel mondo
assumo l’impegno di gioire.

(Da Oltre il visibile, Arcipelago Itaca 2019)

Daniele Giustolisi, I ragazzi di Gardner St.

i ragazzi di gardner st. cercano
cercano pose giuste nei negozi vintage
scomposti dalla bufera che sale da europa
ed è quasi una california qui
ma sfinita
breve
di carcasse di luna park
e installazioni su onde nere
che questo ottobre sembra l’ultima estate del mondo

smorza un’ultima voce alla distanza
il resto è tutto un mistero di pomeriggio che fa segno
chiama
una scarpa abbandonata
lasciata lì a soffrire l’oceano
ha la misura di ogni uomo

espone ogni cosa, ogni altezza a quella vertigine

 

(Da Se scendevi per strada, Capire Edizioni 2019)