Roberto R. Corsi, Dice un amico che quello che ho scritto

Consuntivo: lirismo e poesia
La notte è così triste
che qualcuno
si è messo a ridere
(Kenshin Sumitaku)

Dice un amico che quello che ho scritto
“È perfino umoristico”,
come se la poesia dovesse a forza
essere un funerale, oppure l’aria
d’un tenore ingrifato.
“Tu scherzi sempre?” chiedono.
Il recensore giovane mi respinge via mail:
“La poesia è cosa seria!” – me lo immagino
mentre lo proferisce,
indice e medio uniti verso l’alto.
L’ho capito a mie spese:
la lirica richiede atteggiamento.
Ricordi quando stavi per venire
(“Amore, amr, vengo, vng, vnnggghhhhh”)
e io son scoppiato a ridere, smontandoti?
Per essere creduto, perché vada tutto liscio,
devi inscenare o credere sacralità nell’atto
(coito canto scrittura),
smarcarti per un poco
dall’assurdo, grottesco quotidiano.
Emanare una certa autorità.
A me proprio non riesce.

(Da La perdita e il perdono, Pietrevive Editore 2020)

Rita Greco, Era facile per voi

Era facile per voi
stare nelle parole quiete
dire buongiorno
buonanotte
ti va un caffè
ci vediamo dopo
e chiudere così
il circo sonnolento della vita.
Io invece avevo parole dure
o troppo dolci per essere comprese
ronzii che sciamavano nella testa
dubbi balbettanti
silenzi addirittura
qualche volta un urlo
che tagliava in due la verità
e per questo
per questa colpa inenarrabile
fui derisa a morte.

(Da La gioia delle incompiute, Ladolfi editore 2021)

Sonia Caporossi, Sono il figlio senza madre

sono il figlio senza madre, la testa senza volto
lanciata come un pacco oltre il vuoto siderale
l’ammanco di speranze, l’invito inascoltato
a ritardare l’attimo della separazione
il taglio dell’addome, lo squarcio all’ombelico
le viscere disiectae di questa esposizione
io sono il puer proiectus, un essere-gettato
la persistenza abulica di un segno marginale
tracciato sulla pelle in lingue sconosciute
parlate oltre la rete che portò via mia madre
io sono il figlio orfano, il nulla ingenerato
il pianto neonatale di un mostro inconsolabile
che esala svaporando nel fuoco dell’estate
per non turbare intorno il mondo in divenire
come alito di fiato sospeso nella sabbia
come ombra di una fiamma infiochita dall’errore

(Inedito)

Valentino Zeichen, La chiave gira nella toppa

La chiave gira nella toppa
simile a un apriscatole e
scoperchia la latta
È l’amica che apre
e mi sorprende a letto
con un’altra donna
Guarda e sì ritrae
come in presenza
d’un cibo avariato
Piange e richiude
la porta metallica
Mi ripeto…
il mio Cuore è sempre stato
come la porta girevole
d’un albergo a ore
dove si poteva entrare
e pernottare a piacere
riuscire in incognito
e senza rimpianti
Ora
vorresti istallare
una porta nel vuoto e
mettere una serratura di marca all’aria?

(Da Poesie, Mondadori 2017)

Eugenio Montale, Ciò che di me sapeste

Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.
Ed era forse oltre il telo
l’azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.
O vero c’era il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi d’un’ignita
zolla che mai vedrò.
Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: l’ignoranza.
Se un’ombra scorgete, non è
un’ombra – ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono.

(Da Ossi di seppia, Einaudi 1925)

Silvia Bre, Non è l’anniversario di un’assenza

Non è l’anniversario di un’assenza –
è che ti trovo qui nei miei pensieri
come un custode fermo sulla porta
che dà sul mondo e sugli ingressi scuri,
con l’aria di chi ascolta una parola.
Noi ti pensiamo.
Andartene fu un ordine severo
al quale continuiamo ad obbedire –
siamo rimasti qui dove ogni tanto
si nomina il tuo nome,
dove hai lasciato a respirare i versi:
stiamo al tuo posto – eredi di una sedia –
tra le cose. Ancora non sappiamo
quale male fu tuo che non è nostro.

(Da Le barricate misteriose, Einaudi 2001)

Cristina Campo, Ora che capovolta è la clessidra

Ora che capovolta è la clessidra,
che l’avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo: là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un eterno rosa
vibravano le mani, denudate di fiori.
Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole

(Da Passo d’addio, All’Insegna del pesce d’oro 1956)

Luigi De Rosa, E dal momento che sei me

E dal momento che sei me, sono anche il tuo corpo.
Stiamo insieme nel tuo corpo come fosse un tempio
mentre ti osservi insieme a me.
Non comprendo il tuo imbarazzo,
non comprendo il tuo cercare
di tenere insieme i pezzi che crollano,
ogni singolo pezzo che tenta di
allontanarsi,
perché ogni crepa mi sembra al posto giusto,
perché le tue crepe sono le mie crepe,
perché se la tua forma non la senti tua può diventare mia per un po’,
e se ti tocchi le guance io sento le tue dita sulle mie guance,
e le mie dita sulle tue.

(Inedito)

Guido Turco, Curve (picchi di incoerenza visiva)

Lo spazio curvo suggerisce il movimento
ma come le onde impassibile
o i rami quando non sanno dove andare.
Adesso sfronda.
Rapidi staccati per evocare
false lontananze, distribuzioni di trama trasparente
il momento finalmente
dell’imbarazzo di fronte a una lingua sconosciuta
il grido che nessuno raccoglie, forse le formiche in fila
per quelle molliche soffiate chissà come.

(Inedito)

Giuseppe Conte, Il fuoco che produce luce e fumo

Ricordiamoci dell’11 settembre
il fuoco fulmineo alle Torri Gemelle
la nebulosa orrenda di carburante e carne,
di sangue e di materia celebrale
come si è fatta subito fumo grigio, mortale,
che si espandeva e cancellava,
fumo d’odio e di buio, apoteosi
della polvere, della calce che ricoprivano
volti d’uomini, vie, automobili
come se avessero preso dominio gli Inferi.

(Da New York Anthology, a cura di N. Gardini, S. Ramat, E. Savino, in Poesia n. 155, Novembre 2001, Crocetti Editore)

Justin Curfman, Swallow me

I watched you bleed to death
Inside a cardboard box
And you trickled
And you fed your
Life to a pond

And your blood floated to the surface
In the shape of your face
And I fed it every word that I have
Ever had to say

If I could swim
Would you swallow me?

Ti ho vista sanguinare a morte
Dentro una scatola di cartone
Gocciolavi
E alimentavi uno stagno
con la tua vita

Il tuo sangue galleggiava in superficie
Nella forma del tuo viso
E l’ho nutrito con ogni singola parola
che abbia mai avuto da dire

Se sapessi nuotare
Mi inghiottiresti?

(Da Wound in wall, 2007, autoproduzione; traduzione di Sonia Caporossi)

Antonia Vetrone, Iperattività artificiosa

Tra la folla è utile fingere,
riusciamo a toccarci i gomiti
sbucciati dalle botte di solitudine.
Le parole tese che ci diciamo
si stendono come lividi rossicci
che poi rosicchiamo per costringerci
a seguire quel frullio di piedi e occhi.
Non ci risparmiamo al tramestio
rimbambito, anche se il timore è quello
di cominciare a spellare come tante
lucertole – gialli per il sole che ci abbaglia
soli in mezzo ai soli, finti in mezzo ai finti.
La folla ci sottrae al nostro tempo
vulnerabile, è una catena di gusci irti e
colorati – un’implacabile marcia.
Avvicinarsi è l’unica maniera per non
calcolare la fine, perché noi vogliamo
smettere di centellinare le ore come
sorsi di vino pregiato sparsi in un acquaio.
Vogliamo prenderci la terra e il mondo,
essere ladri affamati, trovare il modo per
dirottare insieme l’ordine prestabilito,
espandendoci a spruzzo nello spazio
come cani randagi impazziti. E fingiamo
perché la folla non ammette uomini tristi,
quell’ostinato affaccendarsi è un grande
privilegio, un beneficio per chi non sa soffrire.
Tutto questo potrebbe chiamarsi iperattività
artificiosa: farsi inghiottire dalla folla,
diventare folla, scongiurare l’oblio.

(Inedito)

Antonio Raffaele, Virtù e Amore

Le quattro stelle di virtù, ad averle,
non basterebbero comunque a dare
calore al verde di una foglia fresca
finché al fianco dei pensieri sospesi
non pongo l’oltre, il dosso celeste,
la bionda piuma di luce, l’altro in me che,
anima rossa senza compagna scienza,
le ossa mi consuma e mi governa.

(Inedito)

Antonietta Bocci, Sul limitare

Per giustificare l’apatia,
di sera ripasso attentamente
le tue dubbie frequentazioni –
i malati mentali, i codardi
in comoda fuga dai doveri,
i peccatori che non potranno
sperare nell’ostia del perdono.

Nei frantumi di sonno alternati
alla coscienza, non sono in grado
di schivare domande moleste
come mosche intontite dal caldo –
E se invece tu fossi riprova
di saggia indifferenza? Se fossi
somma affermazione dell’Umano?

Quando nel tepore del mattino –
l’anima sgualcita di rimpianto
per l’ennesima occasione persa –
fantastico sulla meraviglia
della tua voce, mi domando
in che lingua avresti sussurrato
Amore, ti aspettavo già da un po’.

(Inedito)

Monia Gaita, Il cuore

Il cuore non è a occidente.
Batte sul lato orientale? Esattamente non lo so.

Striscia con passo furtivo nelle cose,
mi offre le bucce di mela di quello che rimane.

Non è capace di rispettare gli impegni.

Se le promesse bussano apre,
ma non mantiene fede,
affonda con le unghie nella carne del volere
fino a vederlo sanguinare come una fontana.

Nessuno soffre più di lui,
torto in un banco di incertezze
che dalle vie si leva e cresce a dismisura.

Applica pure le metamorfosi d’insetto
di fingersi contento,
di attraversare la felicità in punta di piedi—
capisce bene quanto poco duri il suo pane caldo.

Se le preghiere non vengono esaudite
e i tentativi parcheggiano agli stalli,
lui si rivolta contro la disfatta,
prova a salvare vene e pelle,

restituisce l’oro e i denti rotti che mi deve,
ritira un altro assegno di speranza,

chiede di punto in bianco un lume
nella nebbia.

(Inedito)

Elisa Des Dorides, Ammantarsi

Dai piedi, le une nelle altre
scivolano le colline, come
schiene su schiene s’addossa
e affonda la sabbia, come.
Mi cerca un umore fondamentale
tra il sangue e la flemma
crasi di bianco e nero, la bile
per corrispondenza naturale mi trova.
Poi cade la notte
e due si dicono ‘mmantate
con due ‘m’ a baciarsi
che per suono raddoppiano
anche le coperta, toccandosi.

(Inedito)

Silvia Molesini, Poesia che non si capisce niente

Aveva preso al balzo la sua flora tematica
e quindi parlava di fiori, mimosine
e alle rose che sono rose che sono
rose aggiungeva la potativa dalia
nel senso della costruzione del mazzo
la dalia era in mezzo e le erbe il fine
forse nemmeno questo forse un fico
ben piantato ed agevole per i rami bassi
ma con le foglie enormi della tristezza
con sì le foglie enormi della vergogna
un bel fico viola in mezzo al prato gioco
raccogliere i bambini l’erba saetta e tutti
i pissacani che rompono il decoro, la
tessitura verde golf e ciao le radicelle
e poi pum! arriva il tagliatore frrrelettrico
le lumachine e i saltellanti sgombrano
chi si muove muova perdio, le scolopendre
anche perché era Flora, bestie pensiamo dopo.

(Da Dentro il tuo occhio nero dormiamo, Arcipelago Itaca 2021)

Enrico Barbieri, Amo le rocce e il respiro

Amo le rocce e il respiro
di ere marchiate,
origini e volti in un vespro.
Dai fori che tengono
sacrari da quando era tempo
di sentire la pietra,
prima che sapessi parlare
ero nel grembo compatto
di queste rocce d’arenaria.
Nel lume amniotico gridavo
come ora nel profondo.
Ogni scatto era già distrutto.

(Da Meno di una pietra di calcare, Delta 3 Edizioni 2021)

Luca Ariano, La nebbia in perenne conflitto

La nebbia in perenne conflitto
con quella luce ti illude
di un viaggio sereno,
confonde tra campi e resti
di conventi;
quel chiostro abbattuto da autostrade
non è così lontano da torri
che tagliano foschie.
Voci affievolite tra corpi persi
nelle strade: non tornarono più
alle loro case mentre rimane fisso
il vostro incontro nelle stagioni,
anche ora coi lampioni fiochi.
Forse solo il tuo sguardo dal tram
di una via mutata in pochi mesi:
non trovi quei punti saldi
e il tuo passo appannato scivola
come quando catturavi palloni.
Ci hai sperato sotto portici e arcate
tirate a lucido per l’occasione
ma quella festa mai fu annunciata.

(Inedito)

Luigi Vallebona, Non ancora, Pablo, non ancora

La terra dei fuochi
Delle melme oleose, dei fanghi
Dei percolati sversati
Dai camion venuti dal Nord
Dall’ACNA di Cengio, balena
Spiaggiata sul fiume che allatta
Con acidi, ammine e fenoli
Non ha sapore di pane.

L’antica bellezza degli Assiri
Squartata dall’Isis a Mosul
Le statue decapitate
Le ali spezzate degli uomini-toro
Non hanno sapore di pane.

Il lievito madre abortisce
Nella villas miseria di Caracas
Nei campi Rom di Lungo Stura Lazio
Sui barconi dei profughi a Lampedusa
Si disidrata l’amore.
Su quale terra, Pablo
Su quale pianeta
Ripianteremo il seme della speranza
Spezzeremo il pane dell’utopia
Avremo ancora fame di uguaglianza e di pace?

(Da Il ritmo del mondo, RPLibri 2018)

Poesia Ultracontemporanea va in ferie

Poesia Ultracontemporanea chiude per un periodo di meritato riposo. Del resto il nostro motto è: una poesia al giorno, o quasi (sic!). Ma la poesia non finisce qui.

Per avvalorare il lavoro svolto finora, Vi invito a leggere, rileggere e commentare i testi finora pubblicati: gli autori, quasi tutti viventi, ne saranno felici.

Continuate a mandare i vostri lavori inediti o editi (comprensivi in tal caso di nota bibliografica) a criticaimpura@gmail.com per eventuale valutazione e selezione: le pubblicazioni ripartiranno dal Primo Settembre.

Buone vacanze ultracontemporanee a tutti!

Sonia Caporossi

Andrea Lorenzoni, è l’ombra della donna trasparente

è l’ombra della donna trasparente
che lo rende così, poco animale
poco animato, senza una passione
produce cose per essere amato
è un amore incostante, lo spaventa
che il calore più intimo è migliore
ma non perfetto come si vorrebbe
come si prefigura indispensabile
per non vedere i resti dell’impronta
il passato che avanza sopra il petto

(Da L’esploratore, Transeuropa 2021)

Pierpaolo Lazzaro, Lo scavo della primavera guardinga

Nel profondo: lì dove tutto prende il sapore
della conoscenza di carta fresca.
L’acuto dettaglio del cinguettio del mattino
è la risposta silenziosa al mio scavo.

Come sempre è tutto un respirare
in discesa, mentre parole male ossigenate
potrebbero bloccare la mia primordiale apnea
verso le squadrate fondamenta delle cose.

Il verso, però, affonda, immobile, nella sabbia
bianca che mi separa dalla fine di questa
lirica scoperta di raggi aggrappati.
È una primavera guardinga e desidera farsi luce.

(Inedito)

Domenico Cipriano, trema la terra

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie. è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

(Da La grazia dei frammenti, Ladolfi 2020)

Valentina Casadei, Quando nelle vene dell’inverno

Quando nelle vene dell’inverno
l’anima si tiene ben dritta
e non cede al precipizio
il crocevia dei geli
rende ai fantasmi una dignità mortale
di strati invisibili
sorti da fondali scoloriti
e nelle piroette di fumo
che fuoriesce dal camino
Scivolare

(Inedito)

Elisa Des Dorides, Il deserto

S’è sparso, sembra,
dalle grondaie alla sera,
un senso di polvere e dinamite
come licenza di follia
che confina e chiude.
E tutti hanno preso a ritirarsi in casa
come i panni dopo il lavaggio sbagliato
come la marea dopo la luna.
Solo il contadino s’attarda in strada
col suo trattore, astronave di terra
in mezzo al deserto.

(Inedito)

Stefania Di Lino, avevi lo sguardo stupito

avevi lo sguardo stupito / di chi ruba i giorni alla vita / livido eri nel sangue troppo fluido uscito dall’ago / sparso a macchie sotto la pelle / inciampavi sui tuoi piedi / e cadevi con un tonfo d’animale sul pavimento / rimanevi tramortito / atterrito da chissà quale visione / o tormento,
[lungo ormai è l’elenco / delle assenze presenze che aleggiano nell’aria / muovono le tende / sei fumo alto ormai / mescolato a spore / di questo siamo fatti noi / dall’innocenza nati: / siamo i figli dello stesso vento],

(Da Il corpo del padre, Edizioni Progetto Cultura 2021)

Davide Galipò, Pleistocene

Aveva qualcosa in cui
sperare guardando di lato
il primate sorride cantando
le gesta del cielo e del fuoco.
Nuvola dolce è il sereno
contadino che spacca la legna
incurante del rumore di fondo
del significante fuori sincrono.
La nuova carne è nel registratore
congela l’istante come certe fotografie
ed ecco le proteste dei vecchi paesaggisti
“il linguaggio è mio e lo gestisco io.”
Ma la parola non è mai conservazione:
di solito nasce per avere una chance
tra il machete ed il piombo;
non muore con te – ti sopravvive
la parola – che oscuro presagio –
può fare a meno del corpo:
basta trovare un altro organismo
ospitante. La parola è endemica.

(Inedito)

Matteo Persico, Che a ventisei, discutere di previdenza

Che a ventisei, discutere di previdenza
complementare e fondi pensione
ci sembra la morte stia già lì, rapace
dietro l’angolo, pronta a rapirci. O magari
è l’ombra dell’illimitato possibile
che sopravvaluta il ciclo di vita, un retaggio
degli studi umanistici: non ama fermarsi
alle polverose logiche di risparmio. Invece,
dovrei sbloccarmi rispetto ai valori aggiunti
e smettere di ancorarmi al non-si-addice;
che davanti ad un Caffè Mauro – assunto
alle spalle di un’alba usa e getta – di cosa
dovrei mai parlare? Calcio e pensione:
cardo e decumano, in logiche ferree.

(Inedito)

Silvia Molesini, Al nostro zoo

al nostro zoo oggi ghepardo ghepardo dove stai andando.
Torna alla tua zona ghepardo ascià torna là altro cespuglio
di fiori odori dell’erba verde di cattura sopra vivenza
mangia questo carne poi invento un canto che calmi
la tua ricerca di emozioni semplici, velocissimo gattero
che vai più forte delle auto in superstrada affi-peschiera
se uscivi non mangiavi nessuno, vero, stavi lì certo perso
a chiederti cos’è un recinto della pioggia in prima vera

(Da Dentro il tuo occhio nero dormiamo, Arcipelago Itaca 2021)

Enrico Barbieri, Ero nel nervo spinale del bosco

Ero nel nervo spinale del bosco
e questo era tutto.
Ero un atleta sai? Dice una
delle voci in colpa, dice
ero come te ma più di te
e salivo il Ticino fino al ponte
di barche a Bereguardo, sotto
pneumatici e case galleggianti.
Di te so, cantavo Old Man River
e in fondo al perno dei remi
ho il ricordo dei pesci morti.
E tu, ragazzo, mi seguivi per fare
un piacere ad un uomo ubriaco
sul lungofiume, scheletro mio.
Tu altrove hai tentato di vivere
e sempre fallito, reso abile
ad essere odiato e così noi
dello stesso sangue potremmo
cantare Old Man River, coetaneo
astemio del mio legno scemo!
Affonda i denti del remo
e saliamo passato il ponte
della ferrovia: ecco il Me Kong!
Avevi trovato un cane morto
sui sabbioni tra le zanzare
e non ascoltavo gli aironi
delle tue passioni. E fai questo,
e fai quello! Resterai con un
piatto di pasta e del vino,
perfetta previsione del sangue.
Quant’è che siamo uguali?
E le furie sono sabbie auree
e anche tu, tu sei posseduto,
ossessionato dai capelli verdi
che navigano sotto l’acqua,
ossessionato dalla corrente.

(Da Meno di una pietra di calcare, Delta 3 Edizioni 2021)

Doris Bellomusto, La Baccante

Bella e fiera,
balla e si consuma,
come la cera
delle candele
nelle sere
d’estate,
fra l’indifferenza
di chi si veste
di composta misura.
Non dura
l’estasi
di una notte
abusata.
Non dura
la metamorfosi
in fiera selvaggia.
Rallenta il ritmo,
nuda e sola,
viaggia
nel tempo
e solo di notte.
Il sole la offende.
Ferita
non più fiera,
non si perdonerà.

(Da Fra l’Olimpo e il Sud, Poetica Edizioni 2021)

Elisabetta Destasio, Facciamo così

Facciamo così,
metto un coltello
al posto della penna.
Poi arriva mattina:
sotto la luce non si smuovono
le ombre che la notte
si ostina a mettermi in braccio.
Esistere solo per
la vertigine, le braccia livide
le vene che si rompono
lo sguardo
compassionevole dell’infermiere che si concentra sull’ultimo tentativo per la flebo.
E intanto il tempo
diventa una lama
senza inchiostro,
sempre più sottile.

Cosa è stato,
cos’era quel piacere che mi batteva in testa,
mentre tutto fuori
sembrava arrestarsi – non esistere fuori dal tempo
dell’unione di due corpi?

Non lo ricordo:
c’è caduto sopra un secolo e mezzo di assenze,
e la certezza di essere di troppo, in un luogo che è
questa vita – come una vite
ammalata.
Gli altri respirano, tu soffochi
in attesa che sia concesso, vostro onore la Morte, un qualche finale meno tragico di tutta questa bestia
che mi divora
[di tutto l’amore che ho dato
senza averne un briciolo di ritorno: silenzio].

Ho dimorato anche io,
sola,
in estranee cose.

(Inedito)

Valentina Casadei, Domani è il passo che non faccio

Domani è il passo che non faccio
e trovo il mio posto
nel mondo degli addii
dove
(con una parvenza di verginità alla vita)
saluto il cielo con la mano
pregando la scoria di non essere radioattiva
e salire fin dove si arriva

(Inedito)

Claudia Olivero, Cavoretto, interno cimitero

Sentirsi addosso il passo
greve dell’edera
e non provare più la pietà
nel sapere i vostri morti bambini.

Poi solcare il silenzio, il frusciare
nero del corvo – versare un ultimo sguardo
al freddo, rifugiarsi ai bordi
di altre storie, pensare la poesia –
l’eternità. Decidere
di non restituirsi al mondo.

(Inedito)

Luca Ariano, I giorni della vecchia

I giorni della vecchia
– così li chiamano… –
con gli ultimi strascichi
d’inverno: quella neve
un tempo avrebbe pulito l’aria
ma ora barrica in casa a lungo.
Dalle finestre il timore di gesti
per strada, di preghiere nascoste
in una Domenica delle Palme
senza ramoscelli:
forse non metti piede dai tempi
del catechismo o con tua nonna
in raccoglimento per le loro anime.
Quel Libeccio d’Aprile
non porta via nulla ma amplifica
suoni di sirene… voci dai televisori
mentre cadono linee di videochiamate.
Aspetti quella telefonata
ripensando a mattine che paiono
un’altra vita, quando l’amore
durava stagioni e la luce
guidava il vostro incedere discreto.

(Inedito)

Domenico Cipriano, Se ti abbandonerò

Se ti abbandonerò
non è per il tuo odore umido
di terra a novembre
ma per l’odio giallo delle fronde
sul tuo costato di roccia chiara.
Animali da fieno
battono zoccoli duri
sulla tua pietra bianca,
il cuore spoglio tutto l’anno
del geranio disarma
mi rende estraneo.

(Da La grazia dei frammenti, Ladolfi 2020)

Annamaria Giannini, ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole

ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole
e le bandiere, come fossero canzoni
sono stata piazza, popolo e grida al cielo
mescendo vino buono nelle gole dei ribelli
c’è stato un tempo da inseguire il vento
con gli occhi di un uomo in mezzo ai fiori
ora guardo i tetti schiacciati dalla neve
d’un inverno che sembra senza fine
le gemme di grano fanno le domande
noi, alberi spogli, non sappiamo dire

(Inedito)

Sandra Branca, Questa casa

Questa casa non fa corrente.
Nella piccola casa bianca sedevo invece
ogni mattina davanti ai sedici noni d’un vetro.
Lui ed io eravamo l’uno dinanzi all’altra
uguali e distanti. Cambiava tono di giorno
in giorno il verde sui fianchi, si sfogliavano
le stagioni, le rondini tornavano come le nubi
come l’innervarsi dei fulmini e dei venti impazzanti.
Come il monte anch’io osservavo l’energia
e il principio della sua conservazione.
Non sono mai più stata così ferma e viva,
nel disciogliere le cose da fare, nel cadere
veloce dei fogli di giornale, non sono
mai più stata così finestra aperta, custode
inerme della vita, passaggio fresco spoglio
e invaso dalla corrente.

(Inedito)

Francesca Tisano, Ismene

Ismene, sorella inconclusa,
piccola come seme chiuso nel petto,
non guardare chi più di te
grida al mondo la sua violenza
non ascoltare i padri rotti dal pianto,
nutri la ribellione nel petto.
Ignava per amore,
schiava per terrore,
la paura del mondo
te la sei presa come inquieto ricordo
di un tempo d’infanzia nell’ombra del mondo.
Oscuri i tuoi occhi senza figli e senza eroe
attendono la risposta del padre
accudito per sbaglio.
Sapevi del tuo crimine incompiuto
sapevi di non avere strada affatto,
amavi la vita
quella vera, quella allo sbando
senza nome e senza età.
Ismene, sorella inconclusa,
menami al pianto.
Tu, dodici anni appena, sapevi
che la tua morte niente avrebbe fatto
e sotto l’ombra di chi ti amava
hai trattenuto il grido nel cuscino
hai scagliato il tuo pugno.

Essere eroi per non amare se stessi:
troppa infame crudeltà
lasciare ai vivi questa eredità.

(Inedito)

Enzo Campi, alzare le mani per lasciar cadere

[…]

alzare le mani per lasciar cadere
il maltolto e presentare la resa.
come se la sua funzione fosse solo
quella di amplificare l’irrisolto per
toccarsi e farsi toccare. come se fosse
fatto di vera carne e non di grumi
forclusi. quindi mangiato o solo
masticato e poi sputato. non bisogna
leggervi una morale. certo, lo dice e
lo scrive ma è evidente: il punto non
risponde ai comandi. tira dritto e per
fortuna non trova la strada maestra.
come se la sua funzione fosse

[…]

(Da Fuochi Fatui, Oèdipus Edizioni 2021)

Valeria Raimondi, Lamento della madre

Figlio di foglia
torni polline al vento
nidazione del grembo
sangue che inonda a dirotto la vita
Tu, mia mela spartita
mitos indiviso
mio paesaggio, mio spartito
Gomitolo, lana di cuore
mio nocciolo, semino
brulichio di materia
desiderio, bambino
Tu, mio allattato e mio latte
mia insonnia e mia veglia
mio dono restituito
piccino
Tu, mio tempo coagulato
mio volo atterrato
mio bimbo, mio amore
mio
mio
mio

(Inedito)

Pierpaolo Lazzaro, Il giuramento del poeta

Te ne accorgi, sentendola salire leggera
tra gli strali in affanno sulle tue resistenze
di figlio lontano da casa. Ha lo stesso
orgoglio di allora sebbene sia più discreta.

A volte, sembra un pasto mal digerito
o un’improvvisa secchezza degli occhi,
ma sa essere suadente, come un bacio
sussurrato sull’antelice avviluppato al destino
dei tuoi passi svogliati di questo giovedì.

È la fame di vita a cui hai dato il nome
di poesia e che ieri notte hai lasciato
sul comodino, pensando che volesse
dormire fino a tardi. Non è così, lo sai.
Le basta un tuo sospiro per farla accorrere
in difesa del vostro antico giuramento.

(Inedito)

Stefania Di Lino, quale stupida indomita fretta è quella di andare?

quale stupida indomita fretta è quella di andare? a quale sordo richiamo risponde la notte? / quale ombra cela questa lurida luce del giorno?,
[sono un’onda che si sta ritirando / sono un’onda che non ritorna / c’è qualcosa nella vita / e nelle unghie / c’è l’inesorabile che sfalda],

(Da Il corpo del padre, Edizioni Progetto Cultura 2021)

Andrea Lorenzoni, I suoi pensieri coerenti nel guscio

i suoi pensieri coerenti nel guscio
giudizio in onestà intellettuale
non si rifugia nell’ideologia
nel fanatismo, nell’ebbrezza facile
non nell’abbraccio dell’appartenenza
volge lo sguardo alle contraddizioni
le riconosce in sé per quanto può
di continuo risolve nel suo stile

(Da L’esploratore, Transeuropa 2021)

Davide Cortese, Francesca Fini, The call center (performance)

(Performance al Macro, Roma 2019)

Ianus Pravo, Né ninfé né assassini

Né ninfe, né assassini. Ogni Gabriele
è partito, muto e atroce nello sfregio

-stile della pietà la morte di miele
di un codice sangue: ombra di un florilegio

ironico varia sopra il corpo vivo.
Né lo squartatore di scrofe a soccorrere

il prezzo della mia carne nuda. Scrivo
il porco imponderato in vita, in cadavere

di sangue deprezzato a natural morte
avvenuta. Disciolgo il fermo credere

del bianco sul mattino a fiamma, le insorte,
oro in mano a un morto, cere del mio Plêrôma.

(Inedito)

“L’inferno dei viventi”, in memoria di Lorenzo Romanazzi (18/03/1999-04/07/2020)

Estratto dallo spettacolo L’inferno dei viventi, per la regia di Nicola Borghesi, Ravenna 2016.

Simone Corvasce, C’è sempre una nota sbagliata

C’è sempre una nota sbagliata,
sporcata, scordata, stonata.
C’è sempre una brezza d’aranci
a dirmi di stare sereno.
Ed ecco rintocca quel corno
inglese, in un petto di stagno.
Nei giorni aspettati da sempre.
Sognati con tutto sé stessi.
E sempre imperfetti, sbagliati,
sporcati, scordati, stonati.

(Da Algoritmi di scacchi e passi d’angeli, Nulla Die Edizioni 2021)