Poesia Ultracontemporanea chiude a tempo indeterminato

Gentili lettori, poeti, amici,

Ho maturato la decisione di chiudere questa antologia permanente che ho curato negli ultimi quattro anni perché avverto la necessità di concentrarmi maggiormente su altre priorità.

Lasciando online l’archivio, ringrazio tutti coloro che hanno inviato con fiducia e stima i propri testi e vi rimando alla consultazione di quanto pubblicato finora.

Arrivederci altrove, e grazie.

Sonia Caporossi

Gregorio Tenti, Si muovevano bene perché figli di carnefici

Si muovevano bene perché figli di carnefici, come la mano senza appetito della specie cui appartiene il presente. L’evoluzione ha tollerato lunghi sforzi e grandi voli; poiché certo è più facile sperare

(Da Corpi sommi, Transeuropa Edizioni 2020)

Daria De Pellegrini, non era gioco la neve

non era gioco la neve / né candore
il silenzio / rare e preziose le sere
che sola in casa facevo per me
tutta nuova una fede / resistere
per essermi degna / sul balcone
offrire nuda la pelle alla crosta
gelata / amarne gli aghi come prova
d’amore / la bocca aperta trasfonde
la vita / in un punto / uno solo / è
disgelo / la lingua quando sente
bagnato il sapore del legno non teme
le schegge / si cede e si tace / impegna
al segreto la comunione coi santi

(Da Altalena sui larici, Interno Poesia Editore 2019)

Giovanni Giudici, Con lei era difficile

Con lei era difficile. Ma non rimpiangere
il giugno lontano, la parola cuore,
i denti come perle duri sul bacio inesperto,
la mano timorosa, il contemplato pudore.

A ripensarci, lei era poco più d’una sciocca,
oggi diresti che la mette giù dura,
e molto meno ti chiede colei che ripete:
cinquemila in albergo e in macchina due, con la bocca.

(Da Tutte le poesie, Mondadori 2014)

Daniela Pericone, Lentamente

Lentamente
orientava le stanze
a un altissimo sole
dimenticato, diverbio
d’ombre il mattino
si china al passaggio.
Ventura di stagioni
dileguare la polvere,
le abitudini – si ritrae il ramo
alla foglia, ai suoi ritorni.
Il guscio tra i nidi affretta
la schiusa, ripete il volo.

(Da La dimora insonne, Moretti & Vitali 2020)

Luca Bresciani, Resto con la cerniera abbassata

Resto con la cerniera abbassata
attorno alla mia parte nuda:
a quanti metri di buio
il mio diventa il nostro?
Sotto le fughe dei pavimenti
condividiamo urgenze e bisogni
e succede lontanissimo dagli occhi
quello che non accade guardandoci

(Da Linea di galleggiamento, LietoColle 2020)

Luigi De Rosa, Dita

Una ragazza tranquilla,
sopra lo schermo il nome dell’operatore
sotto lo schermo le dita senza smalto,
ogni pagina aperta una via che porta altrove,
lontano
una ragazza tranquilla
muove passi eccitati usando le dita senza smalto che scorrono,
e lontano c’è casa
(sì, casa, una via deve sempre portare verso casa
dove ci sono colonne bianche di sole
e ammassi di voci troppo familiari che si arrampicano ovunque)
immagine fotografica irraggiungibile
senza il nome dell’operatore,
contratto scelto con accortezza,
le lunghe ricerche su internet passate a contare,
si tratta di una ragazza tranquilla agitata
dalle pagine che scorre verso destra:
e più le vie portano lontano più le dita tremano
e l’operatore non basta alla ragazza tranquilla
per comunicare che su quelle dita non c’è smalto
perché tremano troppo.

(Inedito)

Simone Consorti, Alla frontiera

La guardia di frontiera
ha detto che non sono io
e che neppure mi assomiglio
tantomeno mi potrei spacciare
per mio padre o per mio figlio
Mi intima di restare fermo
e per convincermi
mi mostra uno schermo
che qui chiamano specchio
Gli altri passano e mi guardano
facendo di no con la testa
Devo essere una brutta persona
se sono l’unico che resta
Mi studio di nuovo sul mio documento
ma la guardia mi spiega che è vecchio
e lo straccia
fissandomi con la mia faccia

(Da Le ore del terrore, L’arcolaio 2017)

Raffaele Floris, Senza margini d’azzurro

Abbiamo soffocato anche gli odori
della cucina, la finestra ha un cielo
angusto contro i vetri, senza margini
d’azzurro, senza voci di ragazzi.
E noi, che abitavamo nei cortili
come briganti, dov’è il nostro cielo?
Dov’è il sapore della nostra vita?

(Da Senza margini d’azzurro, Puntoacapo 2019)

Federico Scaramozzino, Una poesia per indiziati

Una poesia per indiziati, un dire
sboccato, una parola
screanzata che si fa largo
e spadroneggia il silenzio.
In queste pagine spresidiate,
aperte al pubblico, in questi spazi
senza transenne
mi faccio tramite,
peccatore come sono.
Autore senza creato
che nulla aumenta
con questo scrivere
in contumacia
la sua condanna al resto
incompiuto della pagina.

(Da Temo che venga l’angelo, Italic 2019)

Gregorio Tenti, Sognavamo un apparecchio automatico

This is where the serpent lives, the bodiless.
(Wallace Stevens)

sognavamo un apparecchio automatico, un respiratore
lo splendore autonomo delle facoltà trascorse
fuoriuscito dalle crisi precedenti, il serpente
del vetro gli uffici caldi d’esistenza
fino alla bestia più orale
che dall’area calma si possa non tornare
il carico di vetro osceno e sorridente
nelle biblioteche di Verona e in Via dei Volsci,
il tuo esistere futuro inavvertito: tutto il cortile
consiliare è passato da qui; i tessuti umani
sono quasi incomprimibili

(Da Corpi sommi, Transeuropa Edizioni 2020)

Roberto R. Corsi, Dice un amico che quello che ho scritto

Consuntivo: lirismo e poesia
La notte è così triste
che qualcuno
si è messo a ridere
(Kenshin Sumitaku)

Dice un amico che quello che ho scritto
“È perfino umoristico”,
come se la poesia dovesse a forza
essere un funerale, oppure l’aria
d’un tenore ingrifato.
“Tu scherzi sempre?” chiedono.
Il recensore giovane mi respinge via mail:
“La poesia è cosa seria!” – me lo immagino
mentre lo proferisce,
indice e medio uniti verso l’alto.
L’ho capito a mie spese:
la lirica richiede atteggiamento.
Ricordi quando stavi per venire
(“Amore, amr, vengo, vng, vnnggghhhhh”)
e io son scoppiato a ridere, smontandoti?
Per essere creduto, perché vada tutto liscio,
devi inscenare o credere sacralità nell’atto
(coito canto scrittura),
smarcarti per un poco
dall’assurdo, grottesco quotidiano.
Emanare una certa autorità.
A me proprio non riesce.

(Da La perdita e il perdono, Pietrevive Editore 2020)

Rita Greco, Era facile per voi

Era facile per voi
stare nelle parole quiete
dire buongiorno
buonanotte
ti va un caffè
ci vediamo dopo
e chiudere così
il circo sonnolento della vita.
Io invece avevo parole dure
o troppo dolci per essere comprese
ronzii che sciamavano nella testa
dubbi balbettanti
silenzi addirittura
qualche volta un urlo
che tagliava in due la verità
e per questo
per questa colpa inenarrabile
fui derisa a morte.

(Da La gioia delle incompiute, Ladolfi editore 2021)

Sonia Caporossi, Sono il figlio senza madre

sono il figlio senza madre, la testa senza volto
lanciata come un pacco oltre il vuoto siderale
l’ammanco di speranze, l’invito inascoltato
a ritardare l’attimo della separazione
il taglio dell’addome, lo squarcio all’ombelico
le viscere disiectae di questa esposizione
io sono il puer proiectus, un essere-gettato
la persistenza abulica di un segno marginale
tracciato sulla pelle in lingue sconosciute
parlate oltre la rete che portò via mia madre
io sono il figlio orfano, il nulla ingenerato
il pianto neonatale di un mostro inconsolabile
che esala svaporando nel fuoco dell’estate
per non turbare intorno il mondo in divenire
come alito di fiato sospeso nella sabbia
come ombra di una fiamma infiochita dall’errore

(Inedito)

Valentino Zeichen, La chiave gira nella toppa

La chiave gira nella toppa
simile a un apriscatole e
scoperchia la latta
È l’amica che apre
e mi sorprende a letto
con un’altra donna
Guarda e sì ritrae
come in presenza
d’un cibo avariato
Piange e richiude
la porta metallica
Mi ripeto…
il mio Cuore è sempre stato
come la porta girevole
d’un albergo a ore
dove si poteva entrare
e pernottare a piacere
riuscire in incognito
e senza rimpianti
Ora
vorresti istallare
una porta nel vuoto e
mettere una serratura di marca all’aria?

(Da Poesie, Mondadori 2017)

Eugenio Montale, Ciò che di me sapeste

Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.
Ed era forse oltre il telo
l’azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.
O vero c’era il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi d’un’ignita
zolla che mai vedrò.
Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: l’ignoranza.
Se un’ombra scorgete, non è
un’ombra – ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono.

(Da Ossi di seppia, Einaudi 1925)

Silvia Bre, Non è l’anniversario di un’assenza

Non è l’anniversario di un’assenza –
è che ti trovo qui nei miei pensieri
come un custode fermo sulla porta
che dà sul mondo e sugli ingressi scuri,
con l’aria di chi ascolta una parola.
Noi ti pensiamo.
Andartene fu un ordine severo
al quale continuiamo ad obbedire –
siamo rimasti qui dove ogni tanto
si nomina il tuo nome,
dove hai lasciato a respirare i versi:
stiamo al tuo posto – eredi di una sedia –
tra le cose. Ancora non sappiamo
quale male fu tuo che non è nostro.

(Da Le barricate misteriose, Einaudi 2001)

Cristina Campo, Ora che capovolta è la clessidra

Ora che capovolta è la clessidra,
che l’avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo: là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un eterno rosa
vibravano le mani, denudate di fiori.
Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole

(Da Passo d’addio, All’Insegna del pesce d’oro 1956)

Luigi De Rosa, E dal momento che sei me

E dal momento che sei me, sono anche il tuo corpo.
Stiamo insieme nel tuo corpo come fosse un tempio
mentre ti osservi insieme a me.
Non comprendo il tuo imbarazzo,
non comprendo il tuo cercare
di tenere insieme i pezzi che crollano,
ogni singolo pezzo che tenta di
allontanarsi,
perché ogni crepa mi sembra al posto giusto,
perché le tue crepe sono le mie crepe,
perché se la tua forma non la senti tua può diventare mia per un po’,
e se ti tocchi le guance io sento le tue dita sulle mie guance,
e le mie dita sulle tue.

(Inedito)

Guido Turco, Curve (picchi di incoerenza visiva)

Lo spazio curvo suggerisce il movimento
ma come le onde impassibile
o i rami quando non sanno dove andare.
Adesso sfronda.
Rapidi staccati per evocare
false lontananze, distribuzioni di trama trasparente
il momento finalmente
dell’imbarazzo di fronte a una lingua sconosciuta
il grido che nessuno raccoglie, forse le formiche in fila
per quelle molliche soffiate chissà come.

(Inedito)

Giuseppe Conte, Il fuoco che produce luce e fumo

Ricordiamoci dell’11 settembre
il fuoco fulmineo alle Torri Gemelle
la nebulosa orrenda di carburante e carne,
di sangue e di materia celebrale
come si è fatta subito fumo grigio, mortale,
che si espandeva e cancellava,
fumo d’odio e di buio, apoteosi
della polvere, della calce che ricoprivano
volti d’uomini, vie, automobili
come se avessero preso dominio gli Inferi.

(Da New York Anthology, a cura di N. Gardini, S. Ramat, E. Savino, in Poesia n. 155, Novembre 2001, Crocetti Editore)

Justin Curfman, Swallow me

I watched you bleed to death
Inside a cardboard box
And you trickled
And you fed your
Life to a pond

And your blood floated to the surface
In the shape of your face
And I fed it every word that I have
Ever had to say

If I could swim
Would you swallow me?

Ti ho vista sanguinare a morte
Dentro una scatola di cartone
Gocciolavi
E alimentavi uno stagno
con la tua vita

Il tuo sangue galleggiava in superficie
Nella forma del tuo viso
E l’ho nutrito con ogni singola parola
che abbia mai avuto da dire

Se sapessi nuotare
Mi inghiottiresti?

(Da Wound in wall, 2007, autoproduzione; traduzione di Sonia Caporossi)

Antonia Vetrone, Iperattività artificiosa

Tra la folla è utile fingere,
riusciamo a toccarci i gomiti
sbucciati dalle botte di solitudine.
Le parole tese che ci diciamo
si stendono come lividi rossicci
che poi rosicchiamo per costringerci
a seguire quel frullio di piedi e occhi.
Non ci risparmiamo al tramestio
rimbambito, anche se il timore è quello
di cominciare a spellare come tante
lucertole – gialli per il sole che ci abbaglia
soli in mezzo ai soli, finti in mezzo ai finti.
La folla ci sottrae al nostro tempo
vulnerabile, è una catena di gusci irti e
colorati – un’implacabile marcia.
Avvicinarsi è l’unica maniera per non
calcolare la fine, perché noi vogliamo
smettere di centellinare le ore come
sorsi di vino pregiato sparsi in un acquaio.
Vogliamo prenderci la terra e il mondo,
essere ladri affamati, trovare il modo per
dirottare insieme l’ordine prestabilito,
espandendoci a spruzzo nello spazio
come cani randagi impazziti. E fingiamo
perché la folla non ammette uomini tristi,
quell’ostinato affaccendarsi è un grande
privilegio, un beneficio per chi non sa soffrire.
Tutto questo potrebbe chiamarsi iperattività
artificiosa: farsi inghiottire dalla folla,
diventare folla, scongiurare l’oblio.

(Inedito)

Antonio Raffaele, Virtù e Amore

Le quattro stelle di virtù, ad averle,
non basterebbero comunque a dare
calore al verde di una foglia fresca
finché al fianco dei pensieri sospesi
non pongo l’oltre, il dosso celeste,
la bionda piuma di luce, l’altro in me che,
anima rossa senza compagna scienza,
le ossa mi consuma e mi governa.

(Inedito)

Antonietta Bocci, Sul limitare

Per giustificare l’apatia,
di sera ripasso attentamente
le tue dubbie frequentazioni –
i malati mentali, i codardi
in comoda fuga dai doveri,
i peccatori che non potranno
sperare nell’ostia del perdono.

Nei frantumi di sonno alternati
alla coscienza, non sono in grado
di schivare domande moleste
come mosche intontite dal caldo –
E se invece tu fossi riprova
di saggia indifferenza? Se fossi
somma affermazione dell’Umano?

Quando nel tepore del mattino –
l’anima sgualcita di rimpianto
per l’ennesima occasione persa –
fantastico sulla meraviglia
della tua voce, mi domando
in che lingua avresti sussurrato
Amore, ti aspettavo già da un po’.

(Inedito)

Monia Gaita, Il cuore

Il cuore non è a occidente.
Batte sul lato orientale? Esattamente non lo so.

Striscia con passo furtivo nelle cose,
mi offre le bucce di mela di quello che rimane.

Non è capace di rispettare gli impegni.

Se le promesse bussano apre,
ma non mantiene fede,
affonda con le unghie nella carne del volere
fino a vederlo sanguinare come una fontana.

Nessuno soffre più di lui,
torto in un banco di incertezze
che dalle vie si leva e cresce a dismisura.

Applica pure le metamorfosi d’insetto
di fingersi contento,
di attraversare la felicità in punta di piedi—
capisce bene quanto poco duri il suo pane caldo.

Se le preghiere non vengono esaudite
e i tentativi parcheggiano agli stalli,
lui si rivolta contro la disfatta,
prova a salvare vene e pelle,

restituisce l’oro e i denti rotti che mi deve,
ritira un altro assegno di speranza,

chiede di punto in bianco un lume
nella nebbia.

(Inedito)

Elisa Des Dorides, Ammantarsi

Dai piedi, le une nelle altre
scivolano le colline, come
schiene su schiene s’addossa
e affonda la sabbia, come.
Mi cerca un umore fondamentale
tra il sangue e la flemma
crasi di bianco e nero, la bile
per corrispondenza naturale mi trova.
Poi cade la notte
e due si dicono ‘mmantate
con due ‘m’ a baciarsi
che per suono raddoppiano
anche le coperta, toccandosi.

(Inedito)

Silvia Molesini, Poesia che non si capisce niente

Aveva preso al balzo la sua flora tematica
e quindi parlava di fiori, mimosine
e alle rose che sono rose che sono
rose aggiungeva la potativa dalia
nel senso della costruzione del mazzo
la dalia era in mezzo e le erbe il fine
forse nemmeno questo forse un fico
ben piantato ed agevole per i rami bassi
ma con le foglie enormi della tristezza
con sì le foglie enormi della vergogna
un bel fico viola in mezzo al prato gioco
raccogliere i bambini l’erba saetta e tutti
i pissacani che rompono il decoro, la
tessitura verde golf e ciao le radicelle
e poi pum! arriva il tagliatore frrrelettrico
le lumachine e i saltellanti sgombrano
chi si muove muova perdio, le scolopendre
anche perché era Flora, bestie pensiamo dopo.

(Da Dentro il tuo occhio nero dormiamo, Arcipelago Itaca 2021)

Enrico Barbieri, Amo le rocce e il respiro

Amo le rocce e il respiro
di ere marchiate,
origini e volti in un vespro.
Dai fori che tengono
sacrari da quando era tempo
di sentire la pietra,
prima che sapessi parlare
ero nel grembo compatto
di queste rocce d’arenaria.
Nel lume amniotico gridavo
come ora nel profondo.
Ogni scatto era già distrutto.

(Da Meno di una pietra di calcare, Delta 3 Edizioni 2021)

Luca Ariano, La nebbia in perenne conflitto

La nebbia in perenne conflitto
con quella luce ti illude
di un viaggio sereno,
confonde tra campi e resti
di conventi;
quel chiostro abbattuto da autostrade
non è così lontano da torri
che tagliano foschie.
Voci affievolite tra corpi persi
nelle strade: non tornarono più
alle loro case mentre rimane fisso
il vostro incontro nelle stagioni,
anche ora coi lampioni fiochi.
Forse solo il tuo sguardo dal tram
di una via mutata in pochi mesi:
non trovi quei punti saldi
e il tuo passo appannato scivola
come quando catturavi palloni.
Ci hai sperato sotto portici e arcate
tirate a lucido per l’occasione
ma quella festa mai fu annunciata.

(Inedito)

Poesia Ultracontemporanea va in ferie

Poesia Ultracontemporanea chiude per un periodo di meritato riposo. Del resto il nostro motto è: una poesia al giorno, o quasi (sic!). Ma la poesia non finisce qui.

Per avvalorare il lavoro svolto finora, Vi invito a leggere, rileggere e commentare i testi finora pubblicati: gli autori, quasi tutti viventi, ne saranno felici.

Continuate a mandare i vostri lavori inediti o editi (comprensivi in tal caso di nota bibliografica) a criticaimpura@gmail.com per eventuale valutazione e selezione: le pubblicazioni ripartiranno dal Primo Settembre.

Buone vacanze ultracontemporanee a tutti!

Sonia Caporossi

Domenico Cipriano, trema la terra

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie. è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

(Da La grazia dei frammenti, Ladolfi 2020)

Valentina Casadei, Quando nelle vene dell’inverno

Quando nelle vene dell’inverno
l’anima si tiene ben dritta
e non cede al precipizio
il crocevia dei geli
rende ai fantasmi una dignità mortale
di strati invisibili
sorti da fondali scoloriti
e nelle piroette di fumo
che fuoriesce dal camino
Scivolare

(Inedito)

Elisa Des Dorides, Il deserto

S’è sparso, sembra,
dalle grondaie alla sera,
un senso di polvere e dinamite
come licenza di follia
che confina e chiude.
E tutti hanno preso a ritirarsi in casa
come i panni dopo il lavaggio sbagliato
come la marea dopo la luna.
Solo il contadino s’attarda in strada
col suo trattore, astronave di terra
in mezzo al deserto.

(Inedito)

Davide Galipò, Pleistocene

Aveva qualcosa in cui
sperare guardando di lato
il primate sorride cantando
le gesta del cielo e del fuoco.
Nuvola dolce è il sereno
contadino che spacca la legna
incurante del rumore di fondo
del significante fuori sincrono.
La nuova carne è nel registratore
congela l’istante come certe fotografie
ed ecco le proteste dei vecchi paesaggisti
“il linguaggio è mio e lo gestisco io.”
Ma la parola non è mai conservazione:
di solito nasce per avere una chance
tra il machete ed il piombo;
non muore con te – ti sopravvive
la parola – che oscuro presagio –
può fare a meno del corpo:
basta trovare un altro organismo
ospitante. La parola è endemica.

(Inedito)

Matteo Persico, Che a ventisei, discutere di previdenza

Che a ventisei, discutere di previdenza
complementare e fondi pensione
ci sembra la morte stia già lì, rapace
dietro l’angolo, pronta a rapirci. O magari
è l’ombra dell’illimitato possibile
che sopravvaluta il ciclo di vita, un retaggio
degli studi umanistici: non ama fermarsi
alle polverose logiche di risparmio. Invece,
dovrei sbloccarmi rispetto ai valori aggiunti
e smettere di ancorarmi al non-si-addice;
che davanti ad un Caffè Mauro – assunto
alle spalle di un’alba usa e getta – di cosa
dovrei mai parlare? Calcio e pensione:
cardo e decumano, in logiche ferree.

(Inedito)

Silvia Molesini, Al nostro zoo

al nostro zoo oggi ghepardo ghepardo dove stai andando.
Torna alla tua zona ghepardo ascià torna là altro cespuglio
di fiori odori dell’erba verde di cattura sopra vivenza
mangia questo carne poi invento un canto che calmi
la tua ricerca di emozioni semplici, velocissimo gattero
che vai più forte delle auto in superstrada affi-peschiera
se uscivi non mangiavi nessuno, vero, stavi lì certo perso
a chiederti cos’è un recinto della pioggia in prima vera

(Da Dentro il tuo occhio nero dormiamo, Arcipelago Itaca 2021)

Enrico Barbieri, Ero nel nervo spinale del bosco

Ero nel nervo spinale del bosco
e questo era tutto.
Ero un atleta sai? Dice una
delle voci in colpa, dice
ero come te ma più di te
e salivo il Ticino fino al ponte
di barche a Bereguardo, sotto
pneumatici e case galleggianti.
Di te so, cantavo Old Man River
e in fondo al perno dei remi
ho il ricordo dei pesci morti.
E tu, ragazzo, mi seguivi per fare
un piacere ad un uomo ubriaco
sul lungofiume, scheletro mio.
Tu altrove hai tentato di vivere
e sempre fallito, reso abile
ad essere odiato e così noi
dello stesso sangue potremmo
cantare Old Man River, coetaneo
astemio del mio legno scemo!
Affonda i denti del remo
e saliamo passato il ponte
della ferrovia: ecco il Me Kong!
Avevi trovato un cane morto
sui sabbioni tra le zanzare
e non ascoltavo gli aironi
delle tue passioni. E fai questo,
e fai quello! Resterai con un
piatto di pasta e del vino,
perfetta previsione del sangue.
Quant’è che siamo uguali?
E le furie sono sabbie auree
e anche tu, tu sei posseduto,
ossessionato dai capelli verdi
che navigano sotto l’acqua,
ossessionato dalla corrente.

(Da Meno di una pietra di calcare, Delta 3 Edizioni 2021)

Doris Bellomusto, La Baccante

Bella e fiera,
balla e si consuma,
come la cera
delle candele
nelle sere
d’estate,
fra l’indifferenza
di chi si veste
di composta misura.
Non dura
l’estasi
di una notte
abusata.
Non dura
la metamorfosi
in fiera selvaggia.
Rallenta il ritmo,
nuda e sola,
viaggia
nel tempo
e solo di notte.
Il sole la offende.
Ferita
non più fiera,
non si perdonerà.

(Da Fra l’Olimpo e il Sud, Poetica Edizioni 2021)

Elisabetta Destasio, Facciamo così

Facciamo così,
metto un coltello
al posto della penna.
Poi arriva mattina:
sotto la luce non si smuovono
le ombre che la notte
si ostina a mettermi in braccio.
Esistere solo per
la vertigine, le braccia livide
le vene che si rompono
lo sguardo
compassionevole dell’infermiere che si concentra sull’ultimo tentativo per la flebo.
E intanto il tempo
diventa una lama
senza inchiostro,
sempre più sottile.

Cosa è stato,
cos’era quel piacere che mi batteva in testa,
mentre tutto fuori
sembrava arrestarsi – non esistere fuori dal tempo
dell’unione di due corpi?

Non lo ricordo:
c’è caduto sopra un secolo e mezzo di assenze,
e la certezza di essere di troppo, in un luogo che è
questa vita – come una vite
ammalata.
Gli altri respirano, tu soffochi
in attesa che sia concesso, vostro onore la Morte, un qualche finale meno tragico di tutta questa bestia
che mi divora
[di tutto l’amore che ho dato
senza averne un briciolo di ritorno: silenzio].

Ho dimorato anche io,
sola,
in estranee cose.

(Inedito)

Valentina Casadei, Domani è il passo che non faccio

Domani è il passo che non faccio
e trovo il mio posto
nel mondo degli addii
dove
(con una parvenza di verginità alla vita)
saluto il cielo con la mano
pregando la scoria di non essere radioattiva
e salire fin dove si arriva

(Inedito)

Claudia Olivero, Cavoretto, interno cimitero

Sentirsi addosso il passo
greve dell’edera
e non provare più la pietà
nel sapere i vostri morti bambini.

Poi solcare il silenzio, il frusciare
nero del corvo – versare un ultimo sguardo
al freddo, rifugiarsi ai bordi
di altre storie, pensare la poesia –
l’eternità. Decidere
di non restituirsi al mondo.

(Inedito)

Luca Ariano, I giorni della vecchia

I giorni della vecchia
– così li chiamano… –
con gli ultimi strascichi
d’inverno: quella neve
un tempo avrebbe pulito l’aria
ma ora barrica in casa a lungo.
Dalle finestre il timore di gesti
per strada, di preghiere nascoste
in una Domenica delle Palme
senza ramoscelli:
forse non metti piede dai tempi
del catechismo o con tua nonna
in raccoglimento per le loro anime.
Quel Libeccio d’Aprile
non porta via nulla ma amplifica
suoni di sirene… voci dai televisori
mentre cadono linee di videochiamate.
Aspetti quella telefonata
ripensando a mattine che paiono
un’altra vita, quando l’amore
durava stagioni e la luce
guidava il vostro incedere discreto.

(Inedito)

Domenico Cipriano, Se ti abbandonerò

Se ti abbandonerò
non è per il tuo odore umido
di terra a novembre
ma per l’odio giallo delle fronde
sul tuo costato di roccia chiara.
Animali da fieno
battono zoccoli duri
sulla tua pietra bianca,
il cuore spoglio tutto l’anno
del geranio disarma
mi rende estraneo.

(Da La grazia dei frammenti, Ladolfi 2020)

Annamaria Giannini, ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole

ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole
e le bandiere, come fossero canzoni
sono stata piazza, popolo e grida al cielo
mescendo vino buono nelle gole dei ribelli
c’è stato un tempo da inseguire il vento
con gli occhi di un uomo in mezzo ai fiori
ora guardo i tetti schiacciati dalla neve
d’un inverno che sembra senza fine
le gemme di grano fanno le domande
noi, alberi spogli, non sappiamo dire

(Inedito)

Valeria Raimondi, Lamento della madre

Figlio di foglia
torni polline al vento
nidazione del grembo
sangue che inonda a dirotto la vita
Tu, mia mela spartita
mitos indiviso
mio paesaggio, mio spartito
Gomitolo, lana di cuore
mio nocciolo, semino
brulichio di materia
desiderio, bambino
Tu, mio allattato e mio latte
mia insonnia e mia veglia
mio dono restituito
piccino
Tu, mio tempo coagulato
mio volo atterrato
mio bimbo, mio amore
mio
mio
mio

(Inedito)

Raffaele Floris, C’è un sentiero fiorito che ritorna

C’è un sentiero fiorito che ritorna,
talvolta, frantumando le abitudini
dei giorni amari, dei pensieri morti,
di questa pioggia fine sulle strade
nere e guardinghe. Eppure è un’illusione,
lo so: non c’è mai niente che ritorna
davvero, e forse il viso di mia madre
che sorride in giardino sarà sempre
più lontano da me, da questa vita,
come una macchia cieca nella sera.

(Inedito)