Andrea Lanfranchi, alle 6 di sera

Le sei di sera: un’ora stanca
– e la canicola ha inghiottito
un urlo amaro nel suo morso,
l’aria ferma tra le pareti,
gli elementi ferrosi, le cisterne
quasi vuote nell’arsura
– ha fissato l’eco di un’imprecazione
reiterata come un grido in un crepaccio

S’asciugherà in un verso
il disamore alla fatica
– che gridi pure (mi dico)
dai più alti spalti ustionanti parole
Se c’è chi le raccoglie
sarà il più fortunato

Poi ricomincia il ritmo del martello
in solitaria percussione
Volto le spalle e ascolto
nel cerchio chiuso del cantiere

(Da Cantiere in luce, CFR Edizioni 2014)

Silvia Bre, Se il nostro luogo è dove

Se il nostro luogo è dove
il silenzioso guardarsi delle cose
ha bisogno di noi
dire non è sapere, è l’altra via,
tutta fatale, d’essere.
Questa la geografia.
Si sta cosí nel mondo
pensosi avventurieri dell’umano,
si è la forma
che si forma ciecamente
nel suo dire di sé
per vocazione.

 

(Da La fine di quest’arte, Einaudi 2015)

Blog temporaneamente chiuso per rinnovo mentale

Enzo Campi, non ho una cosa

non ho una cosa, io, e non abbiamo
più cose, noi, né voi, né sul fronte,
né sul retro, ma una sola pagina, io,
e più pagine, noi, e voi, solo aperte,
certo, ma anche chiuse, serrate a
doppia mandata, eppure esposte,
nelle superfici, o incorniciate da
margini invisibili, sempre presenti,
o presentati come una sola cosa da
difendere, o più cose da mortificare,
senza che ci sia una cosa per cui valga
la pena arroccarsi, o sulla quale infierire,
io, e noi, e voi, tutti in fila sulla linea
immaginaria che taglia il centro,
o debordati, in ordine sparso, dal centro
verso l’esterno, ma il centro non c’è,
e l’esterno non è adatto a contenerci,
non può incidere sulle nostre mani la
croce della disfatta, non ho una cosa,
io, e non abbiamo più cose, noi, né voi,
senza dire l’altro sul fronte, senza dire
altro che non sia stato già detto sul retro,
senza dire altro che non sia già stato
fissato o solo sospeso nell’intercapedine
tra la verità e la menzogna, nello spazio
neutro e neutralizzato da secoli di
palesi inutilità, senza notare la presenza
che ci sfugge, che non vuole approssimarsi
a me, a noi, a voi, per questo la pagina
resta vuota, seppur piena di cose che
cose non sono, per questo la pagina si
mostra vuota, si manca nel contatto
tra me e voi, nel contatto che non c’è,
che non c’è mai stato, se non nella
sublime distanza che ci abita, nella
distanza incapace di costruire una
dimora in cui far naufragare l’approdo,
e non ci sono, io, né voi, e non c’è
nemmeno la pagina, osservate con
attenzione, è vuota, contiene solo
le crepe, le cicatrici che coprono
il danno ma preservano il dolo, eppure
resiste l’idea di una reversibilità tra un
fronte e un retro, tra il fronte dove
erigere una barricata e il retro dove
celebrare la resa, e io, e noi, e voi,
tutti in fila, stremati, sezionati di netto
nel centro, abbattuti all’interno,
violati all’esterno, senza una
scrittura, io, senza una forma, noi,
senza uno stile, voi, eppure insiste
quella malsana reversibilità di un
fronte/retro votato alla sua assenza
di fondo, nel fondo, attraversando
il fondo, dove nessuno allunga il passo,
dove nessuno affonda la stoccata,
dove la cosa si consegna alle cose,
ma non ci sono cose qui, né altrove,
non nel disegno superiore, appena
accennato, di un’idea da difendere,
e anche i segni sono cose, facezie
da artigiani sopraffini che non sanno
cosa è cosa, cosa non è cosa, cosa sputa
il centro e cosa trattengono i margini

 

(Da un progetto abortito, inedito)

Daniela Attanasio, Ti sei mai chiesto

Ti sei mai chiesto perché quel modo attonito di restare in piedi
le ascelle ancorate come ganci alla giacca nel sudore freddo della pelle
mentre ancora un po’ di luce indicava l’ora pomeridiana da passare
in silenzio, da solo, senza programmi serali, lei appena uscita dalla porta?
-Me ne vado, è stata l’ultima frase apparentemente senza appigli. Avresti potuto
dire -aspetta…, un rigurgito di coraggio che ti è sfuggito di mano e sei rimasto in piedi.
Riuscivi a sentire la sua voce che al tassista diceva -stazione Termini per favore?
Riuscivi a spiare la sua faccia limata dalla rabbia e dalla pena? o magari
chiudendo gli occhi, la vedevi scrollare la testa per guarire dall’errore della noia?
Fuori dalla finestra gli alberi. Hai pensato al suicidio, in volo contro gli alberi.
Ti sei mai chiesto come è andata veramente?

 

(Da Di questo mondo, Nino Aragno Editore 2013)

Roberta D’Aquino, ritorni come l’inverno sulle strade

ritorni come l’inverno sulle strade, all’alba
mi rovisti il freddo sulle gambe. ti sollevi
come vapore dalle labbra e canti novembre
insieme ai morti
cerco ancora di espiare la mancanza, elaboro
questo lutto. mai una fascia m’ha coperto
gli occhi mai – nemmeno – mi ha riportato te

 

(Da Il senso sparuto del vuoto, Terra D’Ulivi Edizioni 2016)

Valentino Zeichen, La mattanza della bellezza

All’avvistamento della Bellezza
appena una polena che fende l’onda,
e all’istante sull’occhio critico
cala la benda nera del pirata
affilata cortellessa tra i denti
e inizia l’allegra mattanza
della sirena nella tonnara.
Ma in ambito letterario
l’innominato pratica il volontariato!
E rianima sperimentalisti smorti.

 

(Da Poesie 1963-2014, Mondadori 2017)

Simone Burratti, Sto scrivendo da un tempo diverso

Sto scrivendo da un tempo diverso,
dove tutte queste cose non sono piú importanti.
Ho sempre ferma in testa un’immagine di me
da bambino, e i suoi occhi sono buoni.
Vorrei che fosse l’unica immagine del libro,
ma è soltanto una mia proiezione, qualcosa che si è perso.
Scriverlo non significa salvarlo
ma tornare ad avere i suoi occhi per un attimo;
ripercorrere i movimenti della sua natura,
starlo a sentire, perdonare il suo futuro.

 

(Da Progetto per S., Nuova Editrice Magenta 2017)

Maria Allo, In sogno il vento ha grandi occhi di brina

In sogno il vento ha grandi occhi di brina
Polvere che imprime alle carni
Il disordine del giorno
Dalla gola una voce straripa
Invade l’aria annebbiando
Il corpo immenso del perdono
Qui resiste nel suo calore un grande cuore
Ci detiene e tutti ci contiene
Attendo parole antiche
In questo luogo non c’è
Altro luogo in cui vorrei essere
Ecco come la notte prende il sopravvento
Su tante solitudini straniere
Forse un destino c’è per questo cielo
Vaga già nel buio tra gli ulivi
Sui volti disperati
Ma davanti alla violenza non si cede
Fuori piove

 

(Da Solchi – La parabola si compie nei risvegli, L’Arcolaio 2016)

Andrea Lanfranchi, nel buio delle fondamenta

La benna della ruspa esiliava la terra
dal suo letto calcificato
a metri cubi (migliaia), per scovare
il sodo del sedime,
il buio delle fondamenta, nel poligono
della recinzione

Questo è un posto per scavare nell’ombra
– mi dicevo

Le palificate trivellate sotto
il ciglio della strada
sembravano ossa del giurassico
scarnificate, segni
di una tangibile evoluzione

Il resto di ciò che manca
– pensavo

E fu nella geometria prescelta,
in approssimazioni di calcolo inerziale,
che l’edificio crebbe

La natura stratificata del suolo
era l’alloggio di un dio da ingabbiare
nel ferro della costruzione
– un dio sfuggente, che fa sussultare
la terra, tremare il sangue,
gemere le vene

 

(Da Cantiere in luce, CFR Edizioni 2014)

Emanuela Ceddia, Parola

Parola, sei un occhio
che mi vede. Un occhio
che si schiude in faccia a
un dentro. Un senso
acuminato che mi trova.
Sei tocco affilato che decide.
Sei timpano, parola.
Membrana che vibra
in nuove corde. Sei fibra
del corpo immateriale.
Che insorge. Risale.

 

(Da Essere transitivo, LietoColle 2017)

Mara Venuto, L’Ospite

Sono ospite della mia carne di carta
e di mura scritte, con inchiostro depigmentato.
Resta vuoto il corpo in affitto
una casa in comodato d’uso, traversata da memorie
che fanno piovere dentro

 

(Da Gli impermeabili, Edita Casa Editrice e Libraria 2016)

Alberto Toni, Uscire dal corpo si può

Uscire dal corpo si può,
per tenere il fuori campo, dibattersi,
controllare il flusso con tutto che rallenta.
Simili richieste dovresti tenerle per riprendere
fiato, una volta era più facile: bastava la vita
battente che si alzava a vortice. Non ora che
tutto è in bilico. Ma non c’è abiura, solo
nascondersi.

 

(Da Vivo così, Nomos Edizioni 2014)

Maria Laura Valente, Lascito. Manipolo Primo

non c’è salvezza nell’integrità
non preservarla

lasciati slogare dalle cose
disarticolati spesso

inocula l’oblio con parsimonia
il dolore non fuggirlo

affila i sensi
stana la bellezza e datti in pasto

al tuo animo auguro l’attrito
la grazia ultima della combustione

 

(Inedito)

Joan Josep Barceló, sóc una altra persona

sóc una altra persona

no sé si podré. vull expulsar de les encletxes dels ossos
aquesta tendència a guanyar
un somni.
no sé si podré generar l’embrió que controla
l’amnèsia.

*

sono un’altra persona

non so se potrò. voglio espellere dalle fessure delle ossa
questa tendenza a vincere
un sogno.
non so se potrò generare l’embrione che controlla
l’amnesia.

(Da nòmades/Nomadi, Col. Binària. Ajuntament d’Algaida 2017 / Documenta Balear 2017)

Claudio Pozzani, Sono

Sono l’apostolo lasciato fuori dall’Ultima Cena
Sono il garibaldino arrivato troppo tardi allo scoglio di Quarto
Sono il Messia di una religione in cui nessuno crede
Io sono l’escluso, l’outsider, il maledetto che non cede
Sono il protagonista che muore nella prima pagina
Sono il gatto guercio che nessuna vecchia vuol carezzare
Sono la bestia idrofoba che morde la mano tesa per pietà
Io sono l’escluso, l’outsider, il maledetto senza età
Sono l’onda anomala che porta via asciugamani e radioline
Sono il malinteso che fa litigare
Sono il diavolo che ha schivato il calamaio di Lutero
Sono la pellicola che si strappa sul più bello
Io sono l’escluso, l’outsider, un chiodo nel cervello
Sono la pallina del flipper che cade un punto prima del record
Sono l’autorete all’ultimo secondo
Sono il bimbo che ghigna contro le sberle della madre
Sono la paura dell’erba che sta per essere falciata
Io sono l’escluso, l’outsider, questa pagina strappata

(Da La marcia dell’ombra, CD 2018)

Gianfranco Vacca, Ciò che mi fu sereno chiamare amore

Ciò che mi fu sereno chiamare amore
per dare compagnia al vuoto
– se quel vuoto era privo di zen –
se appena potevo colmarlo un poco
se qualcosa (o qualcuno)
avesse avuto bisogno di me.

 

(Inedito)

Rosaria Lo Russo, Ci siamo appesi con una corda al collo in azienda

Ci siamo appesi con una corda al collo in azienda,
siamo affondati, come dei veri capitani, con la nave.
Questo è l’orgoglio, il premio alla carriera, di noi
piccoli imprenditori del nordest colati a picco con
la crisi più brutta dopo quella del ventinove. Farci
trovare penzoloni nei nostri capannoni è un fatto
per noi di indubbio valore in un mondo senza valori.
Abbiamo creduto nella lega, abbiamo creduto in berlu-
sconi. In realtù questa, oramai possiamo dirlo, era una
balla. Ma ci piaceva sentirci ancora padroni, padroni
di qualcosa di nostro nell’Italia dei ladroni, noi eravamo
gente semplice, poco istruita e che ama rimboccarsi le
maniche. Ma quando abbiamo dovuto licenziare dal
nostro nosocomio gli operai con cui la sera ci ritrova-
vamo al bar, quando le loro mogli non ci mandavano
più sorrisi allusivi ma sguardi smarriti perché dovevamo
licenziare i loro mariti e quindi addio shopping il sabato
con successiva cenetta e scopata, ecco allora noi ci siamo
sentiti improvvisamente anormali, come quelli che prendono
gli psicofarmaci, i drogati, e quindi pur di non andare
dal dottore di cui ci si vergogna ci siamo suicidati. Tanto
certe cose si fanno in un attimo, meglio levarselo subito
il dente malato e a noi che non avemmo nessuna dimestichezza
col pensiero filosofico ci premeva soprattutto la dignità
i quattrini e conseguente fica in quantità. Le nostre mogli
adesso mettono in vendita le villette di barbie, ma nessuno
le può comperare, e questo ci riempie di un piacere volgare che
ci piace. Rimarranno anche loro più morte di noi lassù povere
nel loro nosocomio, che non ammette questa condizione.
Sui capannoni lungo la piana ci hanno scritto tanti
affittasi, noi affissi loro affitti e intanto gli infissi
già cominciano ad arrugginire e tutto imploderà affon-
dando nella melma della piana, visto che ormai il clima
si è fatto subtropicale nelle pianure nebbiose e afose
del vostro nosocomio. Abbiamo fatto bene a non aspettare.

 

(Da Nel nosocomio, Effigie 2016)

Rosa Gallitelli, Biografia delle piogge enormi

Cerchia o coincidenza di ciechi,
corona di un àmbito agli sgoccioli;
filo un’aria di fondale stempiato
dalla velocità di pesce,
lungo un diurno boreale buio
le esacerbate fronti in lampo cervidi
di erti, pronti vedenti;
e fra quel radicato assenso e il nudo
noi solo due fogli accolti,
attesi giunco dal diluvio,
sentimentalmente scalzi chiamati,
cordone o coro di spuntati verso
l’acqua che sta per rompersi,
rendersi uscio stupendo ai giubilanti,
giunti bambini a dominarsi
muta miriade;
fra doglie da fiorame a vento,
fra giunchiglie in cui crescita udivi
lavabo albo in fondo un sonaglio
ovunque allargato e propenso,
alloggiare l’elenco del fragore
già sfrondato dalle piogge, avvicinarsi.

L’arrivo un virgulto d’amapola*,
soglia abnorme da cui ecco il rovescio,
soglia cui ecco gli accorsi nudi:
foglia informe foggia del piovasco
con palmi e lingue, con scevri piedi,
nel pregno mondo esploso urto liquido,
e come in placenta dispersi;
un’istantanea acquea, monda,
di ricomparsi in plaga o lente della nascita.

Finalmente la grande forma.
Ci investiva il diluvio curvo,
l’odore di stagione cruda,
colmo d’orma e in nari cupo.

Solo infine il fiotto adunato
di un acqueo lento lucente fango
scendeva caldo fra i caimani,
coronava le Iguana di fiumi,
le nuche spoglie sgrondate
quando fra i denti lo squarcio,
quello squarcio avevano ancora,
il denso giglio del diluvio;
come bagnate ammettessero
di aver venerato qualcosa,
forse lo sceso e capace
caldo corpo del cielo riverso,
un suo linguaggio confluito,
mutabile e temuto carne,
fabula o cuore di nube,
di esseri salvi ora in folli acquai, in folli specchi,
in sfondi fluiti mondati.

Così noi, solamente roridi,
accordati agli animali liquidi
da quel diluvio forse idolatrato
come in rituali o biografie;
come solamente di passaggio
anche noi nell’ocra di quell’acqua,
nel butto o affresco di un piovasco smunto
per nascere più vividi usciti
da mesi lunghi, dalle sue lingue,
pettinati e chiusi chiari
nel grande muscolo del cielo
mitilo, schiuso vivo:
cibo in cui scalzo palpiti
illuso dal grande baccello,
dal panico bello nel prelibare
con spavento, con lingua tanta,
l’acqua scorsa e folle e raccolta,
e per cui ora appena sorridi
slattato da quanto in segreto
sei stato foglia, e divelto quasi;
hai inviso o ringraziato l’acqua, la più scesa,
sazio digiuno pazzo nel suo pudore
rotto, di noce alta,
scisso in diluvi al volto.

Solo con l’anno. Solo col limo.

Quanto mistero largo ingenuamente
continente puro.

* Fiore d’ibisco.

 

(Da Selva creatura leggera, Passigli 2015)

Guido De Simone, C’è una capra grassa sulla terra nera

C’è una capra grassa sulla terra nera
e un uomo accanto a lei che impetra
col culo freddo su una fredda pietra
siede, e sa che niente in quella calda
sera sopravvive a se stesso: ricorda
suo fratello il giorno della comunione
bagnare le mani nell’acquasantiera,
portare le dita alla fronte, alla bocca,
guardarlo poi dagli stipiti della porta
e mai una volta che valicasse la soglia
per dirgli che nessuna cosa o persona
ci attraversa indenne, o ne esce intera.

 

(Inedito)

Daniele Bellomi, thermal treasures

thermal treasures

in immersione, posto per definizione a zero, avrà luogo qualcosa
per tensioni, scosse, minime terminazioni. per arco e ritorno finisce
ad aprirsi un accesso marino: una massa viva e segnalante, minata,
una flottazione massiccia, i gesti di violenza, lo strangolamento,
il particolare consacrato in vicinanza al punto di osservazione
del natante – he has not confessed, he has made no statement,
charges of murder have been accepted against him – nell’atto
di riconoscimento della deriva. da polo a spigolo, da bordo a fuga
termica ne sente lo sbaglio, l’incremento, il pericolo, il corto
inevitabile (a latere di vita, ovviamente), la steccata, il sistema
di alimentazione del presente giunto a riva, in retromarcia
nella secca, nel difetto di energia che adesso può disperdere.

 

(Da La parola informe – esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, Marco Saya Edizioni 2018)

Silvia Tripodi, Occorre fare un elenco di nomi

occorre fare un elenco di nomi
estratti da un manuale
stenderli spalmarli
un lungo elenco in ordine alfabetico
apri una pagina a caso e via
nomi di piante e animali
nomi rari e bizzarri
una serie di parole
una massa di parole
un elenco lunghissimo
che sostituisca una passeggiata
che riempia un’ora intera
che sia la metafora di una passeggiata
che sia la metafora di un’intera giornata
del tempo che ci occorre per arrivare dal punto x
al punto y
che serva alla memoria
che sostituisca un manifesto politico
che aggiri un testo civile
un elenco che aggiri il soggetto
che lo soverchi
che lo metta in primo piano
che lo metta ai margini
che lo aggiri
che sia l’oggetto del soggetto
il soggetto sia l’oggetto dell’elenco
che questo nominare le cose
che dirle assertivamente e non assertivamente
abbia un valore politico
assuma valore
consumi il valore
senza che questa pratica sia un modello
che ci sia l’intenzione
che non ci sia alcuna intenzione
che alla fine di detto elenco
resti l’eco della voce
le immagini a massa delle parole
le une sulle altre
le immagini
le intenzioni
le enunciazioni
ci si soffermi sulle intenzioni
una intenzione sull’altra
una folta schiera di intenzioni

 

(Da  La parola informe – esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, Marco Saya Edizioni 2018)

Paola Nasti, Sotto le coltri soffici

sotto le coltri soffici seguivamo il trascorrere delle stagioni, le foglie
erano le stesse, non cambiava quel senso di sconforto
quando qualcosa cessava – fosse un sogno o una vita

nessuno si poneva le domande
che oggi irrompono e ci spezzano i vetri

i giorni passavano lenti e senza noia, noi
con gli occhi bene aperti a guardare fuori

da lontano perlustravamo i perimetri dei continenti
ne seguivamo il contorno con il dito
cercando di essere attenti
ad ogni insenatura di costa, alle faglie che da quaggiù
si vedono anche ad occhio nudo

non speravamo di essere lontani

non c’era sogno che potesse distoglierci
dal contemplare quell’orizzonte buio, il suo sfumare lieve
nel punto di sutura tra terra e cielo

 

(Da Cronache dell’Antiterra, Oédipus 2018)

Giorgio Ghiotti, E tu dov’eri in questo sfondo d’anni

E tu dov’eri in questo sfondo d’anni
mentre i pianeti ruotavano più lenti
e io inventavo una versione allegra
del vuoto intorno che mi hai lasciato,
dov’eri in sogno mentre si svegliava
la città padrona dei ricordi, e ogni
luogo mi portava al centro esatto
del respiro condensato nell’aria,
bianco splendore lunare, fumo lieve
che se lo porta il vento, che sale
e lo disperde come perdo i giorni
ad aspettare l’acqua che trascina
nomi e bussole della tua mappa infedele.
Non sono stato in nessun luogo che non fosse
ritorno e nostalgia, ripetersi del viaggio,
e ogni alba indicava una via e nei tuoi occhi
raccoglievo un secolo, un paesaggio.

 

(Da Abitare la parola, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Ladolfi Editore 2019)

Letizia Di Cagno, Caro F.

Caro F., / non conosco niente che in origine / non abbia
avuto l’odore dei fiori. / Vedi cosa si può sprigionare da qui,
/ da un semplice punto? / A quest’ora, / su un altro sistema
solare con abitabilità planetaria, / forse sono presenti più
malintenzionati / che malintesi. / Qui no. / È piovuto, adesso
non piove più. / Si sente l’annuncio dei pensieri finiti.

 

(Da Abitare la parola, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Ladolfi Editore 2019)

Emanuele Franceschetti, Partire da un’immagine

Partire da un’immagine. Sapere
che nulla capovolgerebbe il nastro, che domani
altri occupanti abuseranno del dormiveglia,
delle meditazioni dentro i treni. L’immagine resiste.
L’illusione di ricostruire un corpo, una disposizione di
oggetti,
un umore di pioggia, il lascito di una telefonata.
Un nucleo a malapena si conserva:
un codice di segni universali, una radice.
Accorgersi del mondo, del suo scorrere.

 

(Da Abitare la parola, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Ladolfi Editore 2019)

Andrea Mella, Per dispetto

Io credo che lo facesse per dispetto:
dire male alla madre, bestemmiare quasi
e avere il collo gonfio nell’atto di urlare,
quell’urtare l’aria attorno col braccio, braccare
l’atmosfera a bocca larga e lamentarsi.
Ma sapeva abbracciare
restava per ore attaccato, una morsa
e prendeva le parole della madre
le rivoltava, le vomitava, le cercava
dentro un cunicolo di capricci svaporati.

L’acquaragia la bevo, non la uso per i pennelli.
La madre gettava via il rossetto e metteva
un grido sul volto, più stretto del grembiule
che portava sempre, da domenica a domenica.

L’acquaragia è un solvente
io risolvo
tutte le equazioni
faccio io, come voglio.

 

(Da Il misantropo dei Sargassi, Edizioni del Foglio Clandestino 2018)

Luciano Mazziotta, Il risultato di un’onda sonora imprevista

il risultato di un’onda sonora imprevista
un gong dall’esterno che sfibra il campo visivo.

sono i vicini che lanciano oggetti e si inseguono
oppure auto in sosta che assorbono l’urto delle altre.

o ancora ambulanze che hanno frenato di colpo
o cicche lanciate in attesa al pronto soccorso.

si verifica l’identico qui come altrove
come altrove si recita il teatro fuori quadro.

la luce su medea coglie solo lei che trema
ma muoiono i figli e precipita il rumore sull’immagine.

 

(Da Posti a sedere, Valigie Rosse 2019)

Francesco Maria Tipaldi, L’interno della foglia è nel ventre

L’interno della foglia è nel ventre
doloroso di un verme.

Il verme è nel ventre doloroso di un uccello modesto.

Due sciacalli trascinano un maiale sul tappeto di casa.
Un corpo fumante.

L’alce procede verso un gelo maggiore.

 

(Da Spin 11/10, LietoColle 2019)

Fabio Orecchini, Madre a nascondere i polsi

madre a nascondere i polsi, le artriti
dei legamenti, il nodo ritorto dei legami
l’incedere a passi lenti sommovimenti,
il padre a mostrare i denti, i lacerti, incerto
se ridiscendere verso i catrami mostrami
il martirio di pose le forze arrese, i reperti
non per trascinarsi -iridescente- non per non dire
i come ancora i se resti – resisti –
ridere di quanto vissuto per niente

(Da Per Os, Sigismundus Edizioni 2017)

Andrea Zanzotto, Vocativo

Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s’ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebetì nel muro.

 

(Da Tutte le poesie, Mondadori 2011)

Fabrizio Sani, Mettiamo un mattino come un altro

Mettiamo un mattino come un altro,
fischiettando tra i marciapiedi della tua città
– fosse fine primavera –
tra gli smilzi fili d’aria
che la mia bocca lascerebbe cadere
abbandonassi anche qualche lacrima,
tu cosa raccogliesti?

Mettiamo in un mattino come un altro
volessimo incontrarci in un bar per il caffè
– fosse fine primavera –
e io mi fossi un po’ attardato.
Una volta terminato il caffè,
mi chiederesti, con aria immatura,
di restituire quel tempo insieme che ti ho sottratto?

Mettiamo, dicevo, un mattino come un altro,
chiudessi i tuoi occhi e con le mani le tue orecchie su di me
– fosse fine primavera –
evaporassi assieme a tutto il mondo.
Supporresti che la vita procede ancora,
che oltre la tua morte nient’altro morirebbe?
Sapresti, con certezza celeste, di avermi davanti?

Vorrei sapere se un mattino come un altro,
ravvisando la luce sensuale del sole
– fosse fine primavera –
cominceresti a pensare al caldo che si attenua
in un mattino di fine estate
e alla vigna dove potremmo spogliarci e baciarci,
tra l’uva matura?

In conclusione, mi piacerebbe capire
semplicemente se posso chiamarti amore.

 

(Inedito)

Maria Laura Valente, Non conosco la parola

non conosco la parola che stenografi il dolore
che coaguli in grafemi l’infezione dei pensieri
forse è nota di chiusura in volumi fuori stampa
un lessema desueto in idiomi che non parlo
forse è chiusa nel tuo nome, crittogramma senza chiave
o è meronimo del mio, del frammento che ne hai tratto
resta vuota la casella, confessione non siglata
un silenzio raggrumato che ristagna tra le ossa

 

(Inedito)

Daniele Barni, Il fiume

Il fiume è partorito dalla terra:
il suo pianto disegna prima un rigo,
che si fa traccia e poi tragitto che erra,
zigzaga, si raddrizza, nell’intrigo
del suo andare, o discendere, o finire.
Il fiume cade ma procede, sbanda
ma prosegue, ora scivola giù a spire
ma ci riprova, e senza far domanda:
il desiderio suo è di passare.
Il fiume ora cammina sopra lame
di pietra, si riposa in pozze rare,
trascina con la schiena ogni gravame;
svuota l’eccesso, colma la mancanza
e porta pure in braccio chi lo chiede.
Verso la fine, poi, in silenzio avanza,
lento corteo di vanità e di fede.

 

(Inedito)

Martina Campi, L’erba è stata derubata

L’erba è stata derubata, non si è fatta più vedere
e non si è fatto vedere più neanche
l’uomo nuvola dei miei tuoni, che colleziona mattina
e braccia mentre aspetta l’onda. Ma l’onda è la collina.

 

(Da () Partitura su riga bianca, Arcipelago Itaca 2020)

Daniele Barbieri, se cerchiamo di capire il messaggio

se cerchiamo di capire il messaggio, eccoci di colpo
persi eccoci nuovamente figure lontane, sintomi,
allusioni a un’impressione di verità, se cerchiamo
di comprendere il messaggio, di cogliere il gesto, eccoci
improvvisamente persi, istantaneamente figure
lontane, lontane, fragili, lontane figure fragili
di incomprensibilità, quando cerchiamo di capire
e non ci siamo, non siamo vivi non restiamo veri
non viviamo, non restiamo nemmeno cerchiamo più
quando ricerchiamo, eccoci di colpo persi, fragili
e lontani e dimenticati

 

(Da Distonia, Kurumuny 2018)

Sergio Pasquandrea, Alla fine del viaggio

Come sempre ciò che resta
è l’incastro dei frammenti
la pelle affiorata la sillaba elisa
è solo così che vivono i gesti quando
la parabola è interrotta
finché emergi dall’eclisse più
vicina che mai
espiata nella conta dei silenzi
non più tacendo all’improvviso pronta
a riempire lo spazio
ricomporre i passi.

 

(Da Approssimazioni e convergenze, Pietre Vive Edizioni 2017)

Roberta D’Aquino, dopo le nubi sopra il Golgota

ho bisogno, vedi, di parlare
per non lasciare al caso certe coniugazioni
i verbi delle azioni, le congiunzioni
e perdere definitivamente il senso
piccolo e profondo, nel pozzo
nell’acquitrino in cui siedo
sola e in cui scavo con i piedi

sono la ricerca, l’incudine, il piccone
e il secchio. sono l’acqua e mi riverso
bevendomi di viscere. sono
il cercatore

ho bisogno di sentire la tua voce
di specchiarmi nei tuoi vetri fin giù
dove il silenzio non è più brusio
dove l’abbraccio delle parole si tende
come una catena e cigola
intorno alla carrucola delle risalite

e tu sei
dopo le nubi sopra il Golgota, la pietra rotolata
dal sepolcro, il sudario vuoto, la testimonianza
nel modo di dirmi che sono
anche io

dono e sacrificio
frattale, duplicato originale di infinito. ripetizione
senza limite di tempo e forma
siamo raggiunti nell’unico punto
che nessuno vede

 

(Da Il senso sparuto del vuoto, Terra D’Ulivi Edizioni 2016)

 

Joan Josep Barceló, l’aire que t’envolta

l’aire que t’envolta

hi ha un mar vençut que ha infectat la prudència, ha soterrat el fred
que vol fugir més enfora.
ha deixat l’hivern esqueixat per no plorar més tard
en l’equidistància.

*

l’aria che ti circonda

c’è un mare vinto che ha infettato la prudenza, ha sepolto il freddo
che vuole scappare più lontano.
ha lasciato l’inverno strappato per non piangere più tardi
nell’equidistanza.

 

(Da nòmades/Nomadi, Col. Binària. Ajuntament d’Algaida 2017 / Documenta Balear 2017)

Paola Silvia Dolci, La mattina è un’incisione

La mattina è un’incisione.

My dear,
nella schiuma del finale
siamo la contorsione delle carpe
nei cesti delle pescherie a Chinatown.

Prometti di mangiarmi il cuore.

 

(Da I processi di ingrandimento delle immagini, Oèdipus Edizioni 2017)

Claudio Landi, Sei riuscita a farmi odiare il mare

La zanzara non sa nulla del volo
nulla dell’acido
benzina e tabacco
che occorrono
per renderlo vero.

E dell’inutilità dell’arte
che grida liberazione lacerante
tra cosce di aceto e di miele

Chissà a chi appartiene
il sangue che ti nutre
e se mai sarai sazia.

Sei riuscita a farmi odiare il mare
che battezzò la nostra pelle
e che annegò, di notte
ingenue speranze
riportando detriti
in un regno normale

sei riuscita a farmi odiare il mare,
quel mare.
Mentre la zanzara continua a ronzare
tra la veglia e il sogno
succhiando inutili rime
a questo foglio.

 

(Da Zucchero di canna, Cicorivolta Edizioni 2014)

Anna Maria Curci, Può un acquerello urlare a chi lo guarda

Può un acquerello urlare a chi lo guarda
o resta il suo colore falda piatta
arrangiato conforto all’emergenza
alla simulazione dello scoppio

che s’offre come rito prepagato
– basta una coda al bancomat, è fatta –
centrifuga risciacquo asciugatore
di commedianti lacrime d’autore?

La diceria dell’angelo che guarda
prova da tempo a farsi mio custode.
Se è un canto dal silenzio o di sirene,
sta tra l’ugola e il tubo digerente.

 

(Da Nuove nomenclature, L’arcolaio 2015)

Oscar Hahn, Tanto vanno i fantasma all’acqua

Tanto vanno i fantasma all’acqua
che alla fine si bagnano

tanto va l’acqua ai fantasmi
che alla fine evapora
io il fantasma tu l’acqua

Mi inonda la tua umidità
fino a tramutarmi in acqua

Ma solo tu evapori.

 

(Da Mal d’amore, Raffaelli 2017)