Guglielmo Aprile, Invulnerabile

Come essere il primo caso di guarigione
mentre il contagio nella città è al picco.
Non fa paura la morte,
né l’indice permaloso dei casamenti a più piani,
per chi ha mozzato la testa al serpente con un morso.
Passa attraverso le sassaiole
come se non conoscesse la ceramica degli organi,
non ha bisogno di rimpicciolirsi, di stendersi pancia
[a terra,
mentre la cerbottana rotea
fischiando tra la folla.

 

(Da Farsi amica la Notte, Ladolfi Editore 2020)

Gherardo Bortolotti, Abituati al ruolo di comparsa

19. Abituati al ruolo di comparsa, seguivamo lo svolgersi degli eventi in attesa della fine della puntata. Cercavamo di darci conto di particolari irrilevanti, di analogie casuali tra vicende di secondo piano in cui credevamo di trovare il significato delle cose. Alcuni nodi venivano al pettine. La trama, tuttavia, procedeva, si infittiva, perdeva coerenza e organicità.

 

(Da Tecniche di basso livello, Lavieri 2009)

Felice Casucci, Sono poche le cose da dire

Sono poche le cose da dire.
La notte le conosce
sulle labbra dei relitti d’ogni naufragio.
Sono egualmente poche le cose da vedere,
che i ciechi non hanno già visto
e la notte non ha fatto proprie.

 

(Da Nel verso nulla ritorna {Trentanove poesie meno una}. Poesie, RPlibri 2019)

Daniele Poletti, Giustamente la fede opera nella congruenza dei lati in mezzo

Giustamente la fede opera nella congruenza dei lati in mezzo
stanno le convinzioni agli angoli le parole gli angoli
non potranno mai essere congruenti a causa della distribuzione
delle parole e della responsabilità che gli viene conferita.
La qualità della parola può essere numerale
numerabile quindi quantitativa, ciò che può dirsi è misurabile.
Seppellite disseppellite secondo le circostanze la buona fede non basta
coincidere determina la contraddizione del dire contemporaneamente altro.

 

(Da Ottativo, Prufrock spa 2016)

Domenico Brancale, essere in tanti essere il respiro di uno solo

essere in tanti essere il respiro di uno solo
dell’uomo piegato
da un tempo che stenta a fiorire
gli steli mancano petali e corolla
quei petali strappati uno dopo l’altro
recitando «muoio, non muoio»
finché non rimane nulla fra le dita
se non il referto bianco
«scrivere è leggere il tuo corpo»

 

(Da Per diverse ragioni, Passigli 2017)

Giancarlo Sissa, Il mondo del mattino

1
Ha occhi di neve il cammino, perdoni senza senso, fiamme tipografiche di rondini nelle più compiute malinconie della luce. Nelle imprecisioni del tempo o in riva al pesco nevicante solo la pietà ci salva – i poveri di spirito- stanche d’acqua le gambe e gli occhi, interi pezzi di sogno accesi come voci al mercato, vendono pane, sbarazzano l’alba del fango.

2
Così abitiamo il mondo del mattino, l’orto della scrittura, le catene silenziose del respiro, del tempo nella stanza e del seme – fiume fermo, cometa che sosta abituandosi a noi-. E le vie nel petto chi le conosce? il temerario assetato di vento, il geografo del ritorno, i destini dei bimbi sotto il cuscino, i colpi di remo nello scalmo, la cucina che accudisce la notte, l’alba nelle tazze, la patria dei risvegli.

3
E l’orlo sono i sogni aperti fra i rami, la buia caccia. fredda come uno schiocco. Rivedi mai l’ombra del nido? o l’ombra della pagina in riva al sonno condiviso? il buon sonno che cuoce il pane, prepara figli e giochi, le rincorse del mattino?

 

(Da Persona minore, Qudu Libri 2015)

Francesco Deotto, Beninteso

Beninteso,
“in terra di smarrimento”,
non è ammessa rincorsa
agli infiniti automatismi
che ci sarebbero occorsi,
senza-dubbio-fin-da-subito,
ben più pronti.
Nondimeno,
tra gli attori dei giochi, o dei cosmi,
dei micro-macro sismi,
che dir si voglia,
almeno si ricordi
la famiglia
dei dermatofagoidi.
Surrettizi ed inemendabili,
sgomitano, difatti,
già nelle halls degli hotels,
sussultando, fin nei corridoi
dei corrimani.

Si immagini, quindi,
il loro organizzarsi,
la loro inumana potenza,
nelle gallerie dei servizi,
nei sepolcri imbiancati,
o, peggio,
nei casellari dove vengono incisi
i nostri nomi.

 

(Da Nella prefazione d’una battaglia – Degli esercizi di una “labirintica Bestia”, o, quantomeno, di qualcuno che potrebbe non esserle troppo dissimile. A cura di Francesco Deotto, Italic 2018)

Luca Gilioli, Via

sgombro
il mio volto

via gli occhi
via il naso
via la bocca

che nessuno
veda in me
futuro e
mi oltrepassi

(inedito)

Antonio Marvasi, Ti dai del tu per sentirti meno solo

Ti dai del tu per sentirti meno solo
metrocatacomba sotto il traffico
città di morte a cui vita sovrasta
nasconde assorbe scheletri e dolori.

Ma lui non è altri che tu: io –
che di scudo vi armo perché i rumori
restino impotenti al fiacco cervello
empatico ad un tu come a se stessi.

Come se stessi al di là dello specchio
realtà di più colori e forme e suoni
o solo uno, per ogni tu diverso
inconcepibile intraducibile

Ti dai del tu per sentirti meno solo
contenitore di altri e vari segni
che ti sforzi invano di ipotizzare
nella solitudine di ogni ïo.

 

(Inedito)

Marco Tufano, Si scriveva con le dita in corsivo l’incognita

Si scriveva con le dita in corsivo l’incognita
insopportabile per te, che leggevi nell’aria
i miei dolori e le insofferenze inconsistenti
ferme al centro del petto e poco più in là.
È terra di confine l’anima mia, trincea
disarmata, calco di tallone sulla sabbia.

 

(Da Granito e bauxite, Transeuropa 2020)

Adriano Cataldo, Un tempo era la pagina bianca

Un tempo era la pagina bianca.
Oggi, diverso il supporto, intatto l’abisso.
Presente ovunque,
il consentito è un dissentito dire.
Oggi è quarantena ovunque
e noi giochiamo e siam giocati
che è come dire “la condanna d’esser nati”.
Oggi siamo gettati ovunque,
e ci sorprende quanto abisso
porti in dono ognuno
per non esser stato cittadino.
Oggi si guarda,
mentre dorme quello spirito guerriero
che dentro è ruggine.

 

(Inedito)

Alessio Barettini, Ci amavamo strenuamente con il dolore della totalità

Ci amavamo strenuamente con il dolore della totalità,
rubandoci le vie di mezzo e le incompletezze necessarie,
la dolcezza dei ¾ e dei 4/5 che altrimenti non ci saremmo mai concessi.
E guardavo nel buco di noi
aspettando sempre per vederti arrivare
ma tu poi là no, non eri, non eri me, non eri per me,
e io vivevo di attese illusorie
che sempre riportavano a te
che tornavo, sempre, io, così.
Ma ero anche
inesorabilmente
solo
e senza parole
solo
perché senza parole

Massimiliano Geraci, Sii per me

Sii per me
volto che affiora da ogni volto
all’alba
su tutto il verde
placato
sii adesso il primo giorno trasparente
dilavato
sii per me un paio d’anni ancora
e qualche passo
la rotazione lenta d’ogni attimo
luce che scolora
un altro battito

 

(Inedito)

Stefano Vitale, Ma a che serve ricordare?

Ma a che serve ricordare?
La questione è sapere
esattamente cosa fare, adesso.
Così troviamo il tempo
per attraversare la strada
e comprare un mazzo di rose,
per la lampadina da cambiare
la lettera da spedire
la spazzatura da gettare.
Come vedi c’è sempre
qualcos’altro da fare
perché niente che ci rassomiglia
va lasciato andare

 

(Da Incerto confine, disegnodiverso Edizioni 2019)

Vittoriano Masciullo, ultima preghiera nel tempio di asakusa

ultima preghiera nel tempio di asakusa
so per chi cosa devi
piove rientri così scrivi
ma col tempo sai anche
questi senza fine giorni
irripetibili più feroci delle spine
infragiliti dalla tosse
col tempo sai la morsa del palmo
in silenzio formicolio che non si
più al buio di quella
delle analisi sangue o
linfa da parte terrei ti servisse
ma cresciuta non più libera
dalla luce suicida
col tempo sai
(vicino i fiori galleggiano
presto verso il bianco
che qui è l’addio)

 

(Da Dicembre dall’alto, L’arcolaio 2018)

Sergio Rotino, a black box

chi ti riposa parallelo al fianco
in quella posizione che vuota dovrebbe stare
sarà l’ammanco dell’erede
così leggero da non intaccare l’imperfetta piega delle lenzuola
oltre il bianco tubicino addominale
da cui si inizia a svuotare il principio della terra
credendo ancora quanto basta al ferro della ragione
mentre tutta intera la sua massa prende forma e
tracima da guerra in distruzione

 

(Inedito)

Emiliano Michelini, Punta e lingua di fuoco

Punta e lingua di fuoco! un’impetuosa
luce avanza dentro i boschi d’insonnia,
sola sopra gli organi, è la rosa –
parola che sparge sollievo e sogna

tremiti alfabeti dove ora brilla
il silicio di prima; lallazione
del giorno ansioso che brucia e favilla
sulla fronte dei morti; qui, il tifone

cardiaco, la dea della discordia,
l’oscura corte, conato d’argento
chiaro all’altro fiato delle strofe,

se la parola appagante resiste
nel cerchi dei puri contagi ai bordi
taglienti d’un foglio che abito a stento

 

(Inedito)

Claudia Sogno, La mia maestra è un’albera

La mia maestra è un’albera
e il suo nido
un pane che lievita
un fuoco nell’aria.
È una fontana di luci sottili
con la pelle secca e i nodi alle mani
piene di strigoli
raccolti al gran posto,
il più segreto del boscovecchio.

È un fazzoletto, la mia maestra,
con un elicriso appena accennato-
che risalendo per gli alberi canta
al ramo potato di un nuovo fiore;

ma quando s’inchina davanti alle fragole
allarga il silenzio con piccoli gesti
fino a sentire il loro respiro.

La mia maestra nel viso è un bambino,
che chiede alla mostra di un Caravaggio
per farne dono all’unica figlia-
e te lo dice con le ossa cave
schermendosi dietro alla brezza sottile
che ha solo un sorriso quando magenta.

La mia maestra ha due gocce azzurre
prima degli occhi, e come un miracolo
sono discese dai pettazzurri,
con le mani di rondine,
sopra il capanno.

 

(Inedito)

Michele Paoletti, Fissavo una briciola di terra

Fissavo una briciola di terra
in bilico sull’orlo del lenzuolo.
Un piccolo rotondo promemoria
che mi rammenta come va a finire.

 

(Da Breve inventario di un’assenza, Samuele Editore 2017)

Letizia Leone, Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

(Primo Levi)

Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
l’insensata montagna di delitti.

Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
Perfino la poesia diventa cera,
la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

Le ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi,
Uno, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.

Senza suono la musica delicata della memoria.
Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.

Ancora tracce fresche
sui fondali immensi delle miniere del Male?

 

(Da Viola Norimberga, Edizioni Progetto Cultura 2018)

Maria Benedetta Cerro, Sei la malattia che insinua nel sangue

Sei la malattia che insinua nel sangue
———————-la musica degli uccelli morti
che addormenta in letti alcolici
le parole indispensabili al canto.
Tu sei prato straziato dall’incanto
tomba di vermi e di poeti pazzi
———————-che un solo libro affossa
da cui germoglierà l’incontro.
Miracolo crudele
che ha guarito gli occhi
———————– ora ciechi
———————e dallo sguardo inverso –

 

(Da Lo sguardo inverso, LietoColle 2018)

Leopoldo Attolico, Notte sul fiume (a Sandro Penna)

Patimmo l’epigramma
come fatica elaborata e nutrita,
suo malgrado, per somma di gelide paure:
paura di non saperlo riconoscere,
paura di non amarlo abbastanza.
Poi Sandro Penna disfò il suo male
di giocattolo rotto a celebrare una morte
– ben vivo, sulla riva di un fiume:
quattro parole in fila
per un bengòdi di luce ad incendiare il buio.
La riva nera si rimangiava il suo colore.

 

(Da Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016, Marco Saya Edizioni 2018)

Felice Casucci, Si prendono una parte di noi

Si prendono una parte di noi
come una ruota di scorta,
l’indirizzo della nostra casa
come una cambiale,
il sole che vi splende
come una striscia nera
e tutta la nostra fantasia
come una nota che si ripete sempre uguale.

 

(Da Nel verso nulla ritorna {Trentanove poesie meno una}. Poesie, RPlibri 2019)

Mario Melis, Come se pronunciare il nome fosse conoscere

Come se pronunciare il nome fosse conoscere
sebbene il nostro compito sia dire
trascuriamo i giorni che furono dati
continuando in un’altra vita.
Al margine del campo germoglio di Zaccaria*
che la terra nutre
la mano carezza.
Tu morivi un poco dopo in ritardo
testimone perché siamo soli.
Essere transitori dell’aria
e del cibo nel corpo
dove l’anima si stende.
Tutto pretende un viaggio
la voce la sostanza che cammina.

* Nel libro biblico di Zaccaria 3,8: “Ecco io manderò il mio figlio Germoglio”

 

(Da Rendiconti di viaggi incompiuti, Edizioni Cofine 2019)

Davide Zizza, Un filo mi separa dalla salvezza

Un filo mi separa dalla salvezza
del giorno: l’ombra di un edificio, il sole,
rumori e voci si avvicinano e poi sfumano,
motori di barche rimbombanti nel porto,
latrare di cani randagi, il moto di una bicicletta,
il caffè, un profumo –
tutto questo può essere la soluzione,
tendere l’imboscata all’epifania,
sciogliere così il piombo dell’aridità.

 

(Da Piccolo taccuino occasionale, Edizioni Ensemble 2020)

Carlo Tosetti, Decisi noi imboccammo

Decisi noi imboccammo
. quel grande Corso, addietro
. squartato da rabbia e felice,
. leggiadra, percorse la via,
. certo intuendo la meta.
. Passammo veloci lo stretto
. di San Bernardo e nessuno
. – fermi alle soglie i mercanti,
. assorti tutti a ciarlare –
. il transito colse, muto
. un filo correva, lieve
. vibrava segreto il tremore.

 

(Da La crepa madre, Pietre Vive Edizioni 2020)

Paolo Polvani, Erano allegre, vocianti

Erano allegre, vocianti,
erano tante,
giovani più giovani
della mia giovane figlia
sulla complanare 16 bis,
con bei culi in vista,
ciò nonostante
mi ha fatto male male, ho visto
il mondo come un clamoroso errore,
un enorme abbaglio, un solo,
unico sbaglio.

 

(Da Il mondo come clamoroso errore, Pietre Vive Edizioni 2017)

Gianni Montieri, Non succede niente a Roma

Non succede niente a Roma, adesso
è una sirena che spiega sull’acqua
nulla di nuovo lungo il fiume opaco
niente fosse il fango, niente sui ponti

non impari niente di Roma, oltre
il giro intorno alle rovine, la metro
che trasporta da nessuna parte
non dovrebbe essere di nessuno

Roma, oppure non esistere più
e forse non esiste e non è vero
questo camminare a testa in su
lo stupore, la cosa indimenticabile.

 

(Da Le cose imperfette, LiberAria Editrice 2019)

Marco Tufano, Cosa rimane sui basamenti delle nostre sagome

Cosa rimane sui basamenti delle nostre sagome
se ci lasciamo scolpire fin dentro agli organi interni,
alle convulsive linee linfatiche.
Facciamo che ci penetri la mano delle divinità
che sono per noi áncora al terriccio umido,
ai fanghi mobili dell’ incompletezza per un dono
di disequilibrio. Così mentre oscillo sulle mie
ginocchia di granito, mi creo ed esisto.

 

(Da Granito e bauxite, Transeuropa 2020)

Giulio Marchetti, Liquido

Siamo qui, come sempre,
a scalfire il deserto
roccioso, il gambo
del fiore.
La vita si rovescia nell’imbuto.

 

(Da Specchi Ciechi, Puntoacapo 2020)

Fernando Della Posta, Non è facile catturare una luce

Non è facile, non è facile catturare una luce
nel temporale portato dal vento, mentre
la noia pasquale imperversa, e una parvenza
di perdita ci assale, una caduta al ribasso
tra le lente ore che passano, incespicando
in un buco, una gora, una traccia, una fiumara
che s’ingrossa dietro i vetri che si riempiono
di timide gocce di cielo ricacciate nel nulla
dal lesto sole. Altri maestrali si porteranno via
questi già vecchi e fragili puntini di mimosa.

 

(Da Sembianze della luce, Ladolfi Editore 2020)

Gianluca Chierici, Il male semplice

Mescoli le carte con il gatto
sulle ginocchia.

Mentre la nebbia
ti accarezza il sangue e la gola.

Senti il male semplice.

L’addio che ti strappa le vene.

 

(Da Devi ancora inventare Euridice, Oédipus 2019)

Ilaria Seclì, Profezia

Finiremo giocandoci a palla il mondo
e quel resto che fu d’inciampo
rideremo di nomi e venti mari e boschi
di cui fummo prigionieri, quando avremo
l’universo nel palmo, distanze e continenti
su cinque punte di mano. Ogni bimbo
canterà la verità sul mondo e sarà creduta
la sua versione delle cose

 

(Inedito)

Silvia Molesini, Leggere di letteratura latina

Tutte le voci che senti dirti dell’universo pieno
(sembra che dialoghino e sembra anche che preghino)
tutte le immagini così come si pongono
al confino sbalordito
-il ballatoio del mondo-
eccole, tutte, quasi, sono cicalini malati
in divisioni che moltiplicano,
in pezzi sacri affidano
quello che prima apparteneva al
nuovo valor d’uso- e vivono.
Lo sai che c’era ma
mica ti stupisci a trovartene privo
e non sei un arrivo, vero.
Sei un ibrido,
e il cielo è la lucertola piena di sole
quel corto amore all’ingrasso
come a veleno vortice sei
masso, greve trasposizione di nozioni
sei un bel filologo
Gallo Tibullo Quintiliano Orazio
un bel pezzo da venti.
E inventata ogni, con la gloria rituata
e l’ossesso algebrico che conta e ricama
con detta parola ti tocco
l’accento fa pesa la mano e
distribuite hai le prime e le ultime distanze
nella dimora medagliata
del dio nano.

 

(Inedito)

Tiziano Salari, ma non punge altrimenti la differenza

ma non punge altrimenti la differenza
in questo silenzio che si scava
oltre il visibile compatto delle mura
battute dalla pioggia, che alternando
un distratto ascolto a una sospensione
del sentire, fino all’addentrarsi
di un velo oltre il quale s’intravedono
nella trasparenza disfarsi gli appartamenti di faccia
e nello svuotante vuoto
che separa il visibile dall’invisibile
mantenersi in bilico sull’orlo
nel colmante colmo dell’essere

 

(Da Il fruscio dell’Essere, Cooperativa Sociale Nuova Frontiera, Il Vulcano e la Rosa 2007)

Massimiliano Damaggio, Soluzione salina

per quale motivo, salire
queste scale, che conducono
alla ripartizione del dramma
collettivo? non erano scale, non erano
un dramma, era un gradino
di pietra, dura, dove sediamo, dove
guardiamo i molti altri, molto
stanchi, che passeggiano, a tratti
camminano spediti, fino a qui: dove
un dipendete pubblico mal pagato ci
tira una croce su nome, cognome e ci
dispone orizzontali e finalmente equi-
distanti, pacifici, geometrici:
vedi che vengono tutti gli altri?
a concimare le lattughe
innocenti, del prossimo,
perché sì, i simili masticano
i simili, i nomi defunti, dal
ricordo all’intestino, splendono,
così, tra i rifiuti organici,
in questo imbrunire insistente,
eccoci riuniti su un gradino, di
pietra, assente, dove gli atomi
si rincorrono, come uno sciame
sopra il letame dei nomi in disuso:
tutto si è decomposto, tutto
è precipitato come una soluzione
disciolta nel tempo, muriatico:
siamo gentili, accogliamo
questi visitatori, intimiditi
come una polvere, esistiti, vissuti
passati, prossimi, poi remoti, proprio
come un verbo: non più
declinabili

 

(Da Poesia Qualcuna, (Antologia 2013-1992), Quaderni di RebStein 2013)

Viola Amarelli, Vessillo

Di sbieco, fuori squadra, ala mancina,
ardita vessillifera caduta
una fra tante,
aralda di stanchezza che ristagna
nell’aria acre quando muoiono gli eroi
e tocca, increduli, assurgere agli dei.
Una fra tante, perse troppe battaglie,
vinte le guerre,
cadendo si limita a sapere
che la bandiera intrisa del suo sangue,
polvere altrui,
passa di mano intatta. Ultimo colpo
si disvela il motto mai prima scorto
nello sbocco di viscere e di fuoco,
“nulla vale la pena del dolere”.
Vano è l’avviso per le retrovie,
l’ansia dell’urlo stroncato nella gola.

 

(Da Fuorigioco, Joker Edizioni 2007)

Giampaolo De Pietro, Inno alle mani estive di notte

Le mani hanno
l’ombra dei secchi
vuotati d’acqua
la notte hanno
il silenzio degli specchi
ridati tutti i riflessi e
sguardi profili derive
l’ombra dei traguardi
delle pozze
ferme sino a prosciugarsi
le stesse forme disattese
delle rive senza indugi
d’altre deserte e altre
sponde, vedute

le mani hanno le screziature
della superficie d’acqua scura
in fondo ai pozzi senza fondo,
nessuno li vede nessuno la beve,
c’è solo una luna coinvolta talvolta
al punto di un tremare appena, indisturbato
sino al riflesso che si contempla da sé in
piccoli acquosi e cupi frantumi, quasi sordi come
quelli di nessuno, di tutti i pozzi senza fondo di ciascuno
di tutti noi abbandonati in altrui riflessi, talvolta
e frantumi, tutto dentro alle mani, le mani di notte,
di nuovo, le nostre

 

(Da Prove sonore per i dormienti, inedito)

Patrizia Vicinelli, Il cavaliere di Graal

Da un altro punto furono viste le stagioni
fino lì sconosciute
solo allora poté sedersi ad ammirare
il senso dell’alternanza.
Dalla sua radice gassosa ne muta
la base visibile
e lo cimenta la traiettoria
di notte e giorno la luce,
il cielo.
E’ fusa la donna alla sua ombra
eppure trema al fuoco dell’inizio
così se li sposta i suoi passi
Iside all’orizzonte meta
ora essa fugge la sua lontananza.
Perché non cola l’attesa profumata
ossia fermarsi
la sua ansia volta avrà la fine
di profilo porre cosa la tiene unita
quella che stacca la radice, un alito.
Batte allora come sul ferro la materia di sé
e lo plasma ogni angolo continuo
della vista
una distanza del suo centro esatta
la definisce.
I piani diversi del linguaggio
ne è avvolto
così genera le forme della sua ricerca
egli ha imparato come lasciarsi solcare
ad essere cinto dalle tracce.
Con un colpo d’occhio sentiva
la presenza simultanea di tutto ciò
che nella terra cresce
e questa coscienza della condizione attuale
lo aiutava come una disciplina.
Ciò che non è compiuto spinge
il modo del procedere,
meta, meta, arsi e riarsi,
durante la costa dei millenni.
Incessante se lo vide nascere e morire
il mondo fino a dove
non ci fu più tempo né abbastanza luce
per seguitare i paradossi demoniaci
sbalzato come dura pietra molle ora
nelle acque del fiume,
si agitava dentro pezzi di realtà dissimili.
Nel mentre cantano nel petto i volti
dei suoi sogni
muta al mattino in albe anche dorate,
quale certezza venga da mondi paralleli, attriti
posti sopra o sotto, vincolanti.
Scivolando lungamente sul fianco
della piramide atavica
lo blocca quando vuole come esercizio
e intanto la miseria dell’uomo
va consumata dentro di sé, nell’arca
del suo spazio interiore
intendeva infrangere ciò che da inadeguato
si ricompone ad ogni istante.
L’attrazione dinamica del fare mancò
a quel punto
e alla fine della danza più lunga,
l’abbandono e il silenzio
della grandiosa solitudine
lo rendeva eterno,
come collocato su di un punto raso
della terra, sotto le stelle.
Non era più chiamato in battaglia
da tanto tempo.
Il mio inizio è forse il solo inizio,
disse l’uomo assetato, e si sedette
a guardare l’evidenza del suo destino.
Il cavaliere che guarda la luna,
non cerca e non aspetta niente.
Beveva quel soffice vino d’agosto
e teneva la porta aperta
sulla laguna afosa della fine d’agosto,
musica in viole di quel tempo, vino di Graal.
Si chiedeva se non fosse una sua fantasia
mentre risa fendevano l’aria,
di giovani donne ubriache.
Arrossisce il suo silenzio il vino
e gli dà corpo
col respiro batte il ritmo della mente
nell’aria intatta
ora a cerchio lo sguardo la perdita lo svela,
un parallelepipedo di una battaglia navale
del settecento,
esatto d’ombre fatte di sfumature.
In settembre oltre la luce così bassa
e radente, c’è nebbia
e l’odore di funghi porcini annusati
a lungo, come nelle sere d’inverno.
La configurazione del male così conosciuta
era allora impalpabile, sembrava
non ci fosse traccia.
Intanto la luna al primo giorno calante
porge la notte in adagio,
la struttura tutto sommato
è tonda ora, poi cambierà.
Già pensa che il santo Graal è troppo lontano,
e il bicchiere si sta offuscando
di rosso, – qualsiasi cosa signore, ma
spingimi avanti – nuovamente il bicchiere
brilla rosso e la luna
fra gli alberi cade con la certa nebbia
fino ai pini, alle acacie, ma non i grilli
non i ragni, le libellule fino a ieri poi.
Non c’è arrivo non c’è sosta non
c’è partenza, ma il succedersi senza tregua.
Questo sì, che a ogni livello ne succeda
un altro, per generazione spontanea
l’aveva saputo della ruota che girava
mentre i mondi finivano, a volte.

 

(Da Ante Rem. Scritture di fine Novecento, a cura di Flavio Ermini,  Anterem Edizioni 1998)

Vittorio Sereni, Le mani

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

 

(Da Frontiera, in Tutte le poesie, Meridiani Mondadori 1994)

Francesco Filia, L’ordine delle strade e dei visi

L’ordine delle strade e dei visi, è questo
che ci farà impazzire: come riconoscere
la regola degli elementi, la logica di un gesto
di un assioma calato come mannaia
su pensieri divenuti passi sospesi
eco dell’asfalto. Ecco i miei occhi
sbarrati nel vuoto, spalle al muro.

 

(Da L’ora stabilita, Fara Editore 2019)

Domenico Alvino, Lontananze (Tra sogno e dicerie)

Ci sono luoghi
a Bologna o altrove
ristoranti o salotti o sale di conferenze
o di ballo o spiagge
anche lì fra terra e luce
dove arrivando una donna
manda intorno un po’ di sguardo in cerca.
E trova
che l’aspettava
uno come un cieco smarrito
una mano
che lo indirizzi.
Vi lega una ministoria
fatta di cenni e sguardi
una stretta, un sorriso
un affaccio l’uno dentro l’altra
un annuso d’incavi,
di secrete
come una volta da ragazzo
nella falegnameria
stando al buio
e lei tutta offerta in luce
d’una ministoria
portata via dall’ombre
come altre poi
fatte miseramente
cadere.

I presenti intanto
se ne sono andati uno ad uno.
Il locale sta per chiudere.

 

(Da Thauma Donna Domina Domus Prima, Loffredo Editore 2014)