Giovanna Gentilini, Perso

perso
completamente perso
il tempo
il giorno e l’ora
nel bosco
nelle ombre lunghe
dei faggi
nell’ondeggiare
delle betulle in fiore
nel fruscio sordo dei passi
persa – io
nell’abbraccio del vento
nel biancore dell’ultima neve
accecante bagliore
che nel torrente trabocca

(Da Mentre rammendi ascolta il lievito, RossoPietra Edizioni 2013)

Michele Bellanzini, C’è vita in ogni cosa

C’è vita in ogni cosa
mentre il silenzio prepara la neve

I netturbini raccolgono
nel nobile clangore

Mia madre dorme
davanti al televisore acceso
a mille metri dal mare

Nella notte verde
ultravioletta
le infermiere ronzano attente
i pazienti
sorridono di dolore

Tutto opera simultaneamente
in questo mondo

e come si può
non piangere
di ogni cosa
come si può
non respirare fino in fondo
ogni amore
ogni frammento del tempo,
mentre il silenzio
prepara la neve?

(Da Il modo in cui la luce, Kurumuny Edizioni 2017)

Mattia Cenci, Mi mancano i silenzi

Mi mancano i silenzi, il buio, il vuoto
gli spazi aperti, i salti, le rincorse.
Il gioco fine a se stesso, le corse
in uno spazio indefinito e ignoto.

 

(Da Ý Lan, Fusilialibri 2017)

Marina Pizzi, Ho perso la poesia in un singulto di fato

Ho perso la poesia in un singulto di fato
In un’imboscata di tempo
In una cascata di parole straniere.
Ora che il tempo diventa breve
Svendo le stelle in coriandoli cattivi
Trito la svendita del mio petto solo.
Quaggiù rammento chi non sono,
veglio la salma che mi attende
secondo l’ultima moda.

(Inedito)

Samuele M. R. Giannetta, Non il brontolio ma la resurrezione

Non il brontolio ma la resurrezione
del corpo che dovrà posarsi a letto
dove il tuo fiato riposa incantevolmente
e tacciono ancora i sogni e le parole
dette solamente per giungere – forse –
alle bianche fila d’un mattino d’inverno,
quando rami s’allacceranno spezzandosi
e con loro moriranno – leggeri – neri segreti.
Aveva ragione Eusebio
– Occorrono troppe vite per farne una.

 

(Da Il sonno limpido del mare, L’Erudita Edizioni 2017)

Cristina Semprini Cesari, Penelope non abita più qui

Eri tu l’unità di misura,
la sabbia veloce nella clessidra,
l’intervallo tra un respiro e l’altro,
mentre il tempo scorreva.
Non mi troverai dietro le persiane,
a scrutare il mare,
dove unico orizzonte era il tuo ritorno.
Troppa vita è passata
anche per Penelope.

(Da Penelope non abita più qui, Campi di Carta 2017)

Piero Schiavo, Grammatigramma

Sei la sesta vocale che scompagina l’alfabeto
il sinonimo sempre mancato
l’invidia dei tuoi antonimi

capricciosa ossessione
della parola ritrosa
sospesa nella memoria

semplice all’apparenza come
immediata bisillaba androgina
universale assonanza
di nulla mai rima

verbo finito senza pronomi
impersonalità di gesti concentrici
a nulla ti fletti
nessuno ti declina

bianca luce che filtra
dalle rovine di ogni calligrafia
il tuo nome è
per me invece condanna

primo soggetto di ogni pensiero
ultimo termine
che dopo sé
altri non ascolta

(Da Dissolvenze, Giuliano Ladolfi Editore 2017)

Rita Stanzione, Come la casa il volo e le stanze

Abbiamo avuto poi
certezze incrollabili come la casa
il volo e ogni stanza
dove il peso ci è scomparso
la costola è sulla costola
si è scoperta a te.

È adiacenza di passaggi
è un fatidico incontro
del tempo perso nel tempo

Afferrami: la voce si lega al tuo nome
e tutti i suoni che s’inventa
sono zampilli, sono
il giro intero dell’acqua

 

(Da Canti di carta, Fara Editore 2017)

Tommaso Di Dio, Con gli anni la vita si complica

Con gli anni la vita si complica
si confonde si immischia
la certezza non si dà
nelle mani mai. Le persone dilatano
s’allargano rughe pance
gli anni sono ricordi nel parco
la stessa strada
che continui a fare e rifare
e gli alberi. Dentro il ventre di una donna
a godere steso con la faccia sporca
sulla terra; nella montagna
fragile delle paure che dilava
cancella
amici case paesi. E ogni mondo
a cui hai creduto come cosa salda e vera
è già di altri negli altri corpi
come una bufera che non riconosci più; che non riesci
ad amare di più.

 

(Da Tua e di tutte, Pordenonelegge-LietoColle 2014)

Rita Iacomino, Pendolari

I passeggeri del treno vivono storie passeggere.
Un bacio di sfuggita una dormita un sogno che gela sul vetro
e poi le luci di un altro treno che sfreccia nel fianco.
Il cielo che di mattina è bianco
i paesi che svettano come strisce d’argento.
Ma siamo sempre altrove io e te, sull’astronave impazzita
e senza terra.

 

(Da Diario di un finto inverno, Edizioni Empirìa, 2018)

Paolo Carnevali, Passeggiavamo verso St. James Park

Passeggiavamo verso St. James Park,
Nelson ci osservava alle spalle.
Una Londra frenetica, batteva i ritmi veloci,
nell’indifferenza e il fascino di colori grigi.
Camminavi nervosa nel tuo trench bianco
prima che ti prendessi per mano
ed entrassimo nella tranquillità del parco.
Ricordo bene quel foulard bleu e verde
nascosto dalla coda nera dei tuoi capelli
che danzava con il tuo passo nervoso.
Parlavamo di letteratura e disarmo
di nostalgie provinciali e affanni contemporanei.
Del tentativo di recuperare gli oggetti perduti
dell’infanzia della vita. Delle scuole di analisi.
Il bisogno in cui l’altro assume le sue estreme
possibilità di sopravvivenza.
Io ti parlai di un mondo minacciato
tu elencasti tutte le guerre che non terminano mai.

 

(Inedito)

Maria Laura Valente, Di voi stessi fatene radici

Di voi stessi
fatene radici
sporcatevi spesso
abbiate presa solida nel tempo.

Fatevi fusto
a volte
fatevi anche ramo
violate a perdifiato qualche altezza.

Sappiate farvi foglia
infine
lasciate andare
disinnescate le certezze, a una a una.

(Inedito)

Gianfranco Vacca, Lega i polsi alle bandiere

Lega i polsi alle bandiere
ed il vento sarà fermo.
Ammanetta l’aria che le sventola
ed il drappo diventerà spento.
Svesti la nudità dell’angelo
ed il suo sesso dal velo
ed in ogni Raffaello
l’ascesi delle immagini
avrà desiderato la sensualità
che attuò il suo pennello.

 

(Da Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi, Puntoacapo 2019)

Paolo Ruffilli, Il mai più

Il termine ridotto
all’incredibile, con
tutti i suoi
sospesi, rimorsi
e sottintesi. Un
punto fermo al
resto che si muove,
pensato e ripetuto
pronunciato
come dato impossibile:
“Mai più”.
Per ciò
che si poteva
e che non fu.

 

(Da Les choses du monde / Le cose del mondo, traduzioni a cura di Patrice Dyerval Angelini, Bernard Simeone, Chiara De Luca e Lorand Gaspar L’Arbre à paroles 2007)

Marco Corsi, dove siete stati a cancellarmi

dove siete stati a cancellarmi
per ogni nutrimento di sostanze
o di acque dense
dove siete stati per essermi
piccoli sentimenti eucarioti, procarioti, sentenze
avete avuto facoltà pressoché indeterminate
silenziose ancora acque
in sé convesse per non dire ripetute
dove siete state noi qui non abbiamo
forma e meno che mai deposito
per qualità di germinanti indizi.

 

(Da Le acque, L’Arca Felice 2014)

Ivana Maksić, Un mostro allo specchio

ČUDOVIŠTE IZ OGLEDALA

Ja sam čudovište.
To znači da sam ti majka.
Ali ja nisam majka.

Ja sam otac.
Ali ja dece nemam.

To znači da sam ti brat.
Onda sam čovek.
Ali ja sam isprva i uvek žena.

Životinja i duh.

Majka i telo.
Telo je žrtvovano tobom.
To znači da sam otac jer zavisiš od mene.

Našla sam grešku.
Prokrvarilo je.
To znači da više ne boli.

Ja sam besno čudovište.
Nisam majka, ni žrtva, ni brat, ni otac.
To znači da nisam niko ko bi tobom bio izazvan.

Tvoja sam sestra.

Skrcano ogledalo.

*

Un mostro allo specchio

Sono un mostro.
Significa che sono tua madre.
Ma io non sono una madre.

Sono un padre.
Ma non ho figli.

Significa che sono tuo fratello.
Quindi che sono un uomo.
Ma io sono originariamente e sempre una donna.

Un animale e uno spirito.

Una madre e un corpo.
Il corpo è sacrificato per te.
Quindi significa che sono tuo padre perché dipendi da me.

Ho trovato un errore.
Ha sanguinato.
Significa che non fa più male.

Sono un mostro furioso.
Non sono né una madre né un olocausto, non sono né un fratello né un padre.
Significa che non sono nessuno la cui esistenza sia stata causata da te.

Sono tua sorella.

Uno specchio in frantumi.

 

(Da La mia paura di essere schiava, Gilgamesh Edizioni 2015)

Christian Sinicco, Trasmissioni finali: deposizioni pronuncia

[TRASMISSIONI FINALI : deposizioni pronuncia]

la risposta è bianca,
il suo codice è sconosciuto, negato,
sostituito, avvolto d’edera
fuori da gallerie
lunghe come la terra
e rifratte;
i suoi rapporti
non sono conservati,
la sorgente di tutto è dentro un uccello
che riarticola, che si estranea
e violentemente adagia un richiamo
aprendo gli occhi al mio sonno
prima di abbassarsi sotto le acque
prima di convertirsi
senza più respirare
solo nei flussi – in delle pieghe
ho pronunciato due occhi commossi,
ho pronunciato » entrata «
deposizione chiara
di particelle, di un mio uragano
che si sposta nel ventre,
nella dorsale e poi verso la costa
ho pensato che era l’attimo, mentre
la bocca mi scoppiava;
apprendo che l’inizio
è una trasmissione
e la risposta è bianca
come il muro che echeggia
alle spalle

 

(Da Alter, Vydia 2019)

Gianni Montieri, Di schiena guardi il mare grigio

Di schiena guardi il mare grigio
dell’inverno uruguaiano, del giorno corto
del tuo giubbotto di pelle che è memoria
viva, come gli occhi tuoi fissi alla linea
d’acqua che separa, allunga e accorcia
i pensieri rapidi o il caffè
bevuto allo Scala e ti scorgo riflessa
appena sopra il cartellone Calzedonia
nel vetro del tram che passa davanti.

 

(Da Le cose imperfette, LiberAria 2019)

Maria Lenti, Fedra a Ippolito

Giovane che sfreni i cavalli,
ti ha colpito la paura non il rimorso,
la mia possessività non la tua Antiope.
Cercami ancora.
La stella del mattino e della sera,
Afrodite,
ti accompagna.
Ti è colomba al fianco.

Giulio Maffii, Il balbettio ferisce più del silenzio

Il balbettio ferisce più del silenzio
Non c’è segno di presenza
la gelida fondamenta del miocardio
risucchia la parola e ogni mutamento
Non è poca la rinuncia o l’offerta
di tempo a un altro tempo
Si nasce si cresce si disprezza
La sopportazione è una forma d’amore silenzioso
non confonderla con le radici
memoria a memoria vanagloria
Siamo tutti legati a pezzi di placenta
I figli appartengono a se stessi
non all’assenza del padre e alla sua storia
La sentenza è sempre stata freudolenta

 

(Da Angina d’Amour, Arcipelago Itaca 2018)

Gianluca D’Andrea, Un racconto: ricordo d’infanzia

Gli ultimi giorni sono i più devastanti.

Sono i ricordi di tutto ciò che finisce ed io ricordo le passeggiate tra gli uomini, le persone e i luoghi che non formano il passato ma la sua scomparsa, il ri-presentarsi delle immagini, i fantasmi dei tanti me trascorsi, delle persone incontrate, degli spazi vissuti perché scomparissero dentro l’accumulo, l’archivio aleatorio della memoria, che tiene viva la scomparsa ben oltre me. Così, immagino la radura con lo sterco di capra, la ricerca di un angolo accessibile e l’angolazione per intercettare una prospettiva riposante, uno spazio di rigenerazione. Dopo, la collina riprendeva la sua ascesa fino a espandersi in un panorama di altre colline. Il valore rassicurante di una meta, prima del ritorno calcolabile – questo era il massimo di una spregiudicatezza infantile –, rendeva la valle sottostante, col suo fortino spagnolo, il centro dell’esplorazione dei nostri corpi; la pienezza delle loro funzioni consisteva nel potere approdare dopo il cammino, provando a scoprire un mistero nel luogo, o meglio a immaginarne il mistero. Il rientro al luogo di partenza, pur conservando la sensazione rassicurante dell’accoglienza, annunciava una sconfitta. L’impossibilità di capire la nostra fine era esorcizzata dal racconto dell’impresa, delle scoperte fatte, immaginate. Da una mitologia oscura.

In sospensione sulla radura
evitavamo le palline di sterco,
dopo aver rifiatato si apriva
un orizzonte e una caduta.
Al forte, al forte! Per finire
d’immaginare l’ultimo giorno
e la sua scomparsa prima
del ritorno ai nostri rifugi,
la vera finzione del racconto
uno accanto all’altro
sentendoci insieme nel desiderio
di dire la nostra visione.
Il mito senza fuoco
che esorcizza la paura,
peggio di morire dimenticare?
Ha un’origine sentire gli spazi
espandersi e richiudersi
dentro un flusso di parole.
Mai riconobbe la propria paura
rifluendo nell’aneddoto
e nella contingenza della storia
comune e abnorme
degli eventi immaginati.

 

(Da Forme del tempo, Arcipelago Itaca 2019)

Cristina Bove, Underground

Semiviventi
in quanto a credenziali
saccenterie tra stipiti e stuoini
tra le mani vetrini scoloriti
e sulla testa zucchero filato
o lucidezze d’alopecia a chiazze
a un tavolo _di sbieco_
seduti fanti e santi protettori
e nella poca luce
sedimentate a vita, ombre platoniche
di cui niente si sa, niente si evince
se non la finitezza d’ogni sorte
dagli ibridi parlanti dalle parole obese
dalle follie discromiche
mi allontano _spossata_
vestita solamente del mio dire
ché preferisco tinte delicate
se proprio devo esprimere un pensiero

 

(Da La Simmetria del Vuoto, Arcipelago Itaca Edizioni 2018)

Juan Carlos Mestre, Ciò che so di me

LO QUE SÉ DE MÍ

Yo he nacido aquí junto a las altas lilas del verano
y los verdes racimos amargos de la aurora.

Yo he nacido entre las rosas que han muerto
y el mustio follaje de los jardines de un sueño.

En las transparentes alamedas que canta el ruiseñor
y abre el rocío con su cuchillo de cristal en la mañana.

Como la hoja que cae sobre un sepulcro
yo he pisado al nacer esta piedra y su luz me ha salpicado.

Como el que nace para la música y talla la madera o la roca
y escucha su voz crujir bajo el cincel y no pregunta.

Yo he nacido duro de corazón y equivocado,
pero vosotros me habéis dado la tierna mano de la primavera.

El que sopla las estaciones y hace reverdecer al árbol muerto
ha mirado esta rama joven que no ardía.

Al consumido en su luz y al que el amor destierra
mis días por igual se han parecido.

Como aquel que al entrar en su casa se encuentra con la mar
y goza y es feliz y se queda con ella para siempre.

Yo he nacido aquí antes de que mi corazón se diera cuenta
y una dulce mujer se acercara a mi sombra como madre.

Desde entonces he sido melancólico y triste
porque he contado los astros y la lluvia y la arena.

De lo ajeno he tenido la bondad de la tierra
y de lo mío la nada en su infinita certeza.

He visto a los hombres mirar hacia el cielo
como buscando la vida que junto a ti se les niega.

Y he padecido con el dolor entre todos
y no he cerrado la puerta al florecido en su odio.

Al que marcado con saliva se esconde de los muchos
lo he elegido más cerca de mi corazón que a los otros.

Y he contemplado a los pájaros
resolver en el vuelo el misterio del aire.

Yo he nacido aquí junto a la piedra de Cluny
donde brota el mirto su tallo en la maleza.

Pero no he sido feliz,
mi memoria se ha cansado de llover y esperarte.

Nada pudo la abundante espiga del dolor contra nosotros,
cuanto más me iba, más tu amor me aprisionaba.

Y así he sido claro bajo el sol y también fuente
donde suben a beber desde el fondo del mundo las estatuas.

Y un día, un día como hoy resplandeciente y puro
rozado tal vez por el deseo se acercó a la ventana mi figura.

Y al ver todo transido de pétalo aquel cuerpo
salí como siguiéndola y me perdí en su calle.

Yo te he amado pequeño pueblo entre dos ríos
donde supo mi corazón el don de la palabra y las alondras.

*

CIÒ CHE SO DI ME

Sono nato qui assieme agli alti lilla dell’estate
e ai verdi grappoli amari dell’aurora.

Sono nato tra le rose che sono morte
e il triste fogliame dei giardini di un sogno.

Nei trasparenti arboreti che canta l’usignolo
e apre la rugiada con il suo coltello di cristallo nel mattino.

Come la foglia che cade sopra un sepolcro
al nascere ho pestato questa pietra e la sua luce mi ha cosparso.

Come colui che nasce per la musica e taglia la legna o la roccia
e ascolta la sua voce stridere sotto il cesello e non domanda.

Sono nato duro di cuore ed equivocato,
ma voi mi avete dato la tenera mano della primavera.

Colui che soffia le stagioni e fa rinverdire l’albero morto
ha guardato questo ramo giovane che non ardeva.

Al consumato nella sua luce e a colui che l’amore dissotterra
i miei giorni hanno somigliato uguali.

Come chi entrando nella propria casa s’incontra con il mare
e gode ed è felice e con lui si ferma per sempre.

Sono nato qui prima che il mio cuore si rendesse conto
e una dolce donna si avvicinasse alla mia ombra come madre.

Da allora sono stato melanconico e triste
perché ho contato gli astri e la pioggia e l’arena.

Dell’estraneo ho avuto la bontà della terra
e di mio il nulla nella sua infinita certezza.

Ho visto gli uomini guardare verso il cielo
come cercando la vita che assieme a te si nega.

E ho sofferto con il dolore tra tutti
e non ho chiuso la porta al florido nel suo odio.

A chi marchiato con saliva si nasconde dai molti
l’ho avuto più vicino al mio cuore di tutti gli altri.

E ho contemplato gli uccelli
risolvere nel volo il mistero dell’aria.

Sono nato qui assieme alla pietra di Cluny
dove il fusto del mirto sboccia nel pruneto.

Ma non sono stato felice,
la mia memoria si è stancata di piovere e attenderti.

Nulla poté contro noi l’abbondante spiga del dolore,
più me ne andavo, più il tuo amore mi imprigionava.

E così fui chiaro sotto il sole ed anche fonte
dove salgono a bere dal fondo del mondo le statue.

E un giorno, un giorno come oggi risplendente e puro,
sfiorata forse dal desiderio si avvicinò la mia figura alla finestra.

E al vedere tutto afflitto di petalo quel corpo
uscii come seguendolo e mi persi nella sua strada.

Io ti ho amato piccolo villaggio tra due fiumi
dove il mio cuore apprese il dono della parola e delle allodole.

 

(Da Non importa ormai vivere bensì la vita, a cura di Tomaso Pieragnolo, Arcipelago Itaca 2019)

Riccardo Canaletti, Ora che ti sei portata qualche centimetro più avanti

Ora che ti sei portata qualche centimetro più avanti
dimmi ciò che vedi dalla partenza
dal porto di Napoli non proprio in orario.
Dove vai, poi, oltre il ponte l’inferriata è scivolosa.
Tira la morbidezza della pioggia
cova l’acqua nel mare.
Qualcuno sospetta
che ci siano ancora trenta metri
prima di uscire a largo,
ma nessuno vede più, da un po’,
ciò che si lascia dietro la città
il giallo a mezz’aria sopra i cantieri fermi.
Qualcuno ti ritrova
e anche l’ultimo di noi stasera balla
o vaga per i piani scalzo
ma tu no.
Al buio tu sei lì a fare non so cosa. Ma se recidi i fiori, sappi:
Se strappi i fiori, vivono.

 

(Da Sponde, Arcipelago Itaca 2019)

Lucio Toma, Le prove

Sebbene sappia quanto basti
il repertorio di casi clinici
dalla mia alle vostre vicine
di casa portate via in pochi giorni
con la storia dei miei cari e di ogni corpo
di questo mondo le parole intorno
al mistero della fine che è spavento
da evitare ai bambini sono mostri
buoni per le preghiere di chi va in chiesa
e per le cure del dottore…
ho le prove concrete che un’intera
notte passata sul cesso è già
di per sé una buona condizione
per squadrare la vita e farsene
una squallida idea

 

(Da La strada di Damocle, Arcipelago Itaca 2019)

Guido Turco, Toscana

Tratti allungati di ciglioni
papaveri capannoni
la sirena dell’ambulanza
mentre parli dell’ingombranza
dei lavori
che svuota di mistero
quello che ancora
in quest’ultimo di maggio
ci ostiniamo a chiamare paesaggio.

 

(Inedito)

Ivana Maksić, Complice

SAUČESNIK

Da li je vaše ime bitno

Oslikava li ono vaše poreklo, neku
može biti skrivenu osobinu, načelo
zbog kog postojite
Kazuje li mi vaše ime o strahu
koji je samo vaš O zlodelima
koje ste počinili O navici
da sve važno zaboravljate
a nevažno ponavljate

Je li makar jezik na kom pišete to ime neotuđiv
Možete li s pravom reći da ste njegov saučesnik

*

Complice

Il tuo nome è importante?

Riflette la tua origine, può contenere
delle peculiarità nascoste, il principio
che è la causa della tua esistenza?
Il tuo nome mi dice qualcosa della paura
che è esclusivamente tua? Dei crimini
che hai commesso? Della tua abitudine
di dimenticare le cose importanti
ripetendo quanto è invece irrilevante?

La lingua in cui scrivi il tuo nome è almeno inalienabile?
Puoi affermare di esserne suo complice?

 

(Da La mia paura di essere schiava, Gilgamesh Edizioni 2015)

Jacopo Curi, Autorappresentazione

I giorni avvengono
senza avverarsi
e solo a volte capita
di sorprendersi vivi
di sentire il tatto
allora ci si ritrova
tutti a convivere
nei passaggi persi
in attesa che torni
quel passato mai còlto
capaci in anticipo
o in ritardo
forse solo di ricordare.

 

(Da L’Immagine accanto, Arcipelago Itaca 2019)

Adua Biagioli, Ogni accadimento sottrae qualcosa

Ogni accadimento sottrae qualcosa
porta in un limbo
al faro rotto e ai frantumi delle foglie
la svirgolata viola sopra l’occhio perde i sensi,
i pensieri furono intarsi del non so più chi sono:
le onde fisse nella notte di Munch
l’urlo silenzioso in volto – nessun messaggio –
solo il linguaggio muto del cercare vita.

 

(Da Il tratto dell’estensione, La Vita Felice 2018)

Nelo Risi, Le Ville

Mecca, falotica meta di tutti segnata a dito
viola di sera viola del pensiero oh quanto violata
non hai più niente d’inedito.
Ogni giorno l’ultimo venuto
armeno cafro o solo cisalpino
come me scava nel tenero
si taglia una parte di livido e di Senna
numera i ponti si fa un po’ alla lingua
va sull’antenna della più alta torre di ferro
spazia e decide: qui staremo ottimamente.

Pubblicamente io ti ringrazio.

 

(Da Polso Teso, Mondadori 1956)

Antonio Porta, Buio contro buio

Buio contro buio
la scrittura come un lume lontano
o invece si apre al presente
e respiro di nuovo
e ho voglia di anticanto
poesia dell’antimateria.

 

(Da Tutte le poesie, a cura di N. Lorenzini, Garzanti 2009)

Giovanna Frene, Mattatoio H.G.

Oggi le nostre lancette girano solo all’indietro
(A. Politkovskaja)
I.
laddove tristezza, tiranno, potere che domina il mondo.
laddove tiranno, potere, tristezza che prescinde l’impronta sul muro,
la scavalca, la riforma con grappoli, istinto di fuga e insieme ritorno
per le chiare ragioni che incontrano sul posto lama e cibo,
sempre lo stesso posto, la virtù cardinale degli insepolti,
parassiti

II.
trasformati nel popolo dei ratti, rimuovono gli esseri umani. che aleggia
sul posto, il fruscio d’ali, va all’incontro con il marchio di esistere,
si interseca al vertiginoso concrescere botanico e sociale
per le chiare ragioni che non guarda negli occhi lo sguardo,
ritorna al buon senso, la virtù cardinale degli insensibili,
pulizia

III.
vivono ancora tra le nostre, crescono esposti al triste.
della distruzione, l’ala, che sopra il fatto, si rifà; potere.
altre tristi, rovesciate ai suoi piedi per il vento, ventre del progresso.
lo scavalca per le chiare ragioni che se è per sé non incontra niente
di intero, spada che ritorna alla roccia, la virtù cardinale degli insidiosi,
patria

 

(Da Il noto, il nuovo. Appunti postumi sulla natura del potere e della storia, Transeuropa Edizioni 2011)

Renata Morresi, Non ci sono cose

Non ci sono cose
senza evento in questa casa

come: contenitori,
cubi, coperture.

Il letto si allunga a terra

girata sulla sinistra ne sento
meglio il cuore comune.

Da parte a parte cambiano
l’aria, la luce

venendo dall’incavo
dell’appartamento

come fosse nato ora
dall’interno

 

(Da Cuore comune, Pequod 2010)

Bruno Galluccio, Il cielo è diventato alto aspro di stelle

il cielo è diventato alto aspro di stelle
così discendiamo nella nostra macchina
a separare le ore dai secoli
per tentare inclinando
la millesima porta del riposo
la campagna respira attimi nelle vicinanze
e i piccoli salti hanno facilità terrestre
le nostre ombre che non esistono
le nostre riflessioni separate
ritorni sopra immagini di ritorni
piccoli laghi il nostro sereno terribile

 

(Da La misura dello zero, Einaudi 2015)

Mario Famularo, Le cose che non nomini

le cose che non nomini
e non vedi
non esistono

gli oggetti e le creature
per un tratto
si distinguono

e se poi, figlio, si rivela falso?

benedetto inganno
che sfumando sovraccarica
le nostre intimità

della crepa sanguinante
non dirò la dispersione

ma solo l’occorrenza
di annientarsi nel contagio
della contaminazione

 

(Da Favete Linguis, Ladolfi Editore 2019)

Alessio Barettini, Settembre

Trascorre ancora l’estate,
e cigolano gli errori di tutti gli uomini.
Settembre è l’odore del tempo che gira le spalle
Il mio braccio teso ad afferrare la resa,
la speranza di un cieco riso di ghiaia,
i resti del fuoco di Prometeo
che senza guardare in faccia il tempo, ci lascia
dentro un mare di incertezza e di stralci.

Ogni anno dimentichiamo le regole
e ripetiamo
sperando di ingannare i nostri dubbi nascosti in profonde cavità invisibili ai più
che nulla ricominci,
che tutto cambi,
che il tempo si fermi,
che qualcuno ritorni.

E invece no, ti dico,
l’assenza è la nostra condizione,
la mancanza il nostro desiderio,
la diversità il tempo per creare.

Lo ripetevi, ascoltando
il vociare dei bambini all’uscita dalla scuola,
i giornali riprendere i discorsi consueti,
il sole farsi ogni giorno meno caldo.

Volevi essere Jekyll, e hai perso anche Hyde,
hai cercato il tuo Frankestein dimenticando il tuo corpo.
E alle spalle quel tempo dilatato, adesso,
non è che un ridicolo gonfiabile ormai sciapo,
una pozzetta d’acqua piena di mosche,
l’aria che si finge estate,
ma è già portatrice di morte.

Lo specchio contorto di quel che è già stato,
quel che si arrende, ora e per sempre,
danza di serpente che intorbida il senso, e non lascia scampo.

 

(Inedito)