Simone Cattaneo, Non è importante ciò che resta o si è fatto

Non è importante ciò che resta o si è fatto,
sono le cicatrici suppergiù visibili
disegnate sul corpo come una mappa di punti interrogativi
che mi piombano addosso e mi inchiodano qui davanti a te,
frontiere avide di dubbi latitanti
che non puoi risanare né ingabbiare
nemmeno se ti plasmi una religione su misura
colma d’amore per i sudari e le leggi marziali.

 

(Da Peace & Love, Il Ponte del Sale 2012)

Daniele Barni, Dialogo tra l’Eternità e l’Istante

Disse l’Eternità:

Vorrei essere l’istante e tintinnare
così di nostalgia, oppure d’attesa,
persino di paura. E poi brillare,
anche solo una volta, di sorpresa.
Urtare nei cantucci della sera
il profumo sereno del mistero;
gradire sulla lingua il sarà e l’era,
l’agrodolce del falso con il vero.
E vorrei che il minuto, lentamente,
mi carezzasse come chi ama e parte:
rimarrei in equilibrio sul presente,
tentando la vertigine a ogni parte;
o cadrei dalla mia noia infinita
nel breve batticuore della vita.

Ma rispose l’Istante:

Ed io vorrei, al contrario, tintinnare
della gioia raggiunta senza attesa,
paura o nostalgia. Quindi brillare
della tranquillità senza sorpresa.
E soffiare per gioco nella sera
il profumo di pollini e mistero;
confondere al palato il sarà e l’era,
non l’aceto del falso e il dolce vero.
Non vorrei che il minuto, lentamente,
mi carezzasse come chi ama e parte,
ma vorrei che l’abbraccio del presente
mi circondasse eterno da ogni parte.
Bacerei anche la tua noia infinita,
perché per me sarebbe vita, vita!

 

(Inedito)

Raffaele Castelli, Il vizio della caduta planare

Quarantacinquesimo farsi sera
all’uggia d’un tratto immaginato
dalla presenza di una persona
sul Parallelo dell’isolamento
geografico, fisico. Umano
fatto di quanta chimica contiene
quanto possono le scarne speranze
morderne e addentarne le spoglie.
Basta non toccare. Non respirare.
Non azzardarsi al sentir dolore.
A guardar bene scorgi vitalità
nei giovani ignari del domani
che dicono lingue senza frontiere
seduti a distanza di certezza:
il quarto stato della materia
la parte liquida del nostro sangue
o del suo fluire nel monitor
dell’impalpabile volubilità.
Quindi non toccarmi. Non respirarmi.
Sono l’avvento del tuo sapere.
Sono il tuo intelletto scemo
la sepsi della connessione certa
il guasto nella tunica griffata
la contaminazione del prodotto
la corruzione nella rotazione
l’infezione ronzante d’un insetto.
Il vizio della caduta planare

 

(Da La zona rossa, Transeuropa 2020)

Simone Scuotto, Sirena

Approdo nell’abisso è l’isola.

Essa è sottosopra
si accede da un dirupo
precipito ma le nuvole mi avvolgono
un sussurro: “vola”.

Si offre nuda all’avara pretesa
d’essere esplorata in una notte,
poi richiude la bocca
l’ancora arrugginisce
e la nave affonda.
Approdo dell’abisso è l’isola
non toccherai altra sponda.

 

(Inedito)

Gabriele Galloni, Anche questo significa venire

Anche questo significa venire
al mondo in piena estate. Non soltanto
le feste disertate dagli amici –

ma ogni giorno contare, nel cortile
dei caseggiati popolari, tutte
le orme di gatto, tutte le radici;
e i rami mutili e le pallonate
a disperdere l’afa.

 

(Da L’estate del Mondo, Marco Saya Edizioni 2020)

Giuseppe Andrea Liberti, Variazioni su un motivo di Charles Mingus

Nulla di nuovo sul fronte meridionale.
A fronte del nulla il nuovo sembra sappia
che il nuovo è nulla e annulla ogni tuo
affronto. Di nuovo nulla che tu non sappia
nulla che non conduca al meridiano, al fronte
dove un meridionale vuole farsi omonuovo.
Ma nulla fa di un uomo un uomo se non il
suo nulla quindi affrontati, confrontati
sii tuo di nuovo, guarda ai dettagli.
Il dittare del mondo tralascia un dettaglio:
chi detta gli sguardi? Chi adotta lo
sguardo per muovere strali? Ai guardi
non piace chi guarda che amano i dettagli
che tu non dirai. Non lasciar trapelare
che guardi ai dittamondi più che ai dotti
o saranno guai. Io sogno di avere tutto
il mondo per perdermi e perdermi è
tutto. Chi aspetta nel mondo chi
aspetta? Tutto il mondo è nella casa e non
aspetta. Il mondo era un posto in cui perdersi
un tempo. Affretta il tuo passo per perderti
perché questo è il tutto dell’uomo di mondo:
affrontare i detti e raffrontare i dettati, guardare
il tempo e penetrare in tutti i suoi strati.

 

(Da Pietrarsa (2010-2019), Arcipelago Itaca 2020)

Nicolas Genovesi, Il lupo

Ed il seme selvaggio del lupo,
Era quasi sparito del tutto
Alla fine degli anni cinquanta:
ora ulula, ulula, canta.
lo vedi nel vuoto e il cespuglio
dei boschi vicino al paese.
Di tempo tu aspettane ancora
E saremo già a dare la caccia
Alla madre affamata col figlio
Che vaga nel verde là sopra.
“sicuro che mangia il cinghiale…
È certo che mangia il capriolo…
Ma se giri da solo
Che cosa gli nega
Di pensarti del cibo
E sbranarti (una preda)?”
Vivrà lo stesso quando gela
L’autunno che copre costante
Le fatte, le tracce, le tane,
Un ibrido e un piccolo branco
Un bastardo di cane di lupo
Ha salvato dall’era un dirupo
Nascosto là sopra il crinale
Donando a qualcuno un pensiero
Per finire di fare del male
Tornare a sognarsi un guerriero
Tenere un fucile sui monti,
una volta lasciato il sentiero

 

(Inedito)

Alessandro De Francesco, Viene premuta la superficie rigida

viene premuta la superficie rigida e perlacea questo sole viene come una consolazione che ondeggia sopra il rilievo formato da un agglomerato che sembra carne premendo ancora questo sole viene come una consolazione l’agglomerato si sposta ai lati della superficie e questo sole viene come una consolazione copre quasi la curva resa obliqua dalla pressione esercitata il sistema perturbato sembra questo sole viene come una consolazione modificare il proprio ritmo respiratorio la successione dei differenti stati di questa materia organica questo sole viene come una consolazione avviene in un silenzio quasi totale interrotto solo da questo sole viene come una consolazione fruscii dovuti alla pressione e ai movimenti dell’agglomerato

 

(Da (((, Arcipelago Itaca 2020)

Alessandra Familari, Estranea

E non mi resta nulla
di quelle mani invadenti
né degli occhi curiosi
come i miei che non lo sono mai
veramente. E mi resta il senso
di me
rapito da punto a punto
da un corpo:
materia momentanea
Poi come persiane altre mani
giungono, ritornano altre
e ti copri
senza farti toccare
lasci che la luce entri
ma non ti curi del tepore
che per un tratto, un brano soltanto
di evasione – non senti –
Poi torni in te
uno dei tanti
tu che conosci che sai
– di te
dell’altro – che non hai mai
saputo. E se senti ti senti
estranea, da umana
alle cose degli umani

 

(Inedito)

Elio Pagliarani, Cominciò studiando il corpo nero

Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck all’inizio del secolo (dispute se era il principio o la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti d’azione fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica – scuola di Copenaghen
e da quella ondulatoria del principe di Broglie che ben presto i fisici
si accorsero come le nuove meccaniche benché basate su algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita

Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la penna
scrivendo a Roosevelt «Caro presidente, facciamola
l’atomica sennò i nazi» l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue dal naso che ti libera

Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto di B
se il microggetto in sé è in conoscibile
se l’onda di Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla
certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi

con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché i 160 milioni di decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore problema
quello cioè se i sopravissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti

Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da Cesaretto ruchetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di cuscini
nella mia stanza

Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l’anima
ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni.

 

(Da Lezione di fisica e fecaloro, Feltrinelli 1968)

Valentino Zeichen, Come dirti ancora amore mio

Come dirti ancora amore mio,
mia, mio, adesso
che gli aggettivi possessivi
sono istruiti di dubbi, svogliati
e disaffezionati alla proprietà
abbandonano la guardia e disertano
lasciando sguarniti i beni privati,
concedendosi solo al plurale.

(Da Le poesie più belle, Fazi 2017)

Giacomo Trinci, lied della castità 2

fui casto di lussurie, lussuriosamente vasto,
d’ampie escursioni in lungo e largo, a lungo,
depravato d’innocenze, lo fui, tenuto stretto,
magro indecente di verginee voglie, ed abissali
astinenze da digiuni e pentimenti,
consunto di purezza, corrotto consumai,
non ebbi voglie che non soddisfeci, insoddisfatto,
imperfetto m’estinsi quasi tutto, prima di me,
prima di sfarmi, presi di tutto un po’,
non mi contenni mai, fui continente,
mi resta quel che resta qui di tutto,
la tua treccia, canzone,abbandonata,

dura la vita dura, ed io con lei che duro,
anche dopo, d’altrove, oltre ogni muro.

 

(Inedito)

Alfredo Rienzi, La notte che smarrimmo i luoghi

La notte che smarrimmo i luoghi
non bastarono i vecchi trucchi
d’astrolabi e cannocchiali, né il gioco
d’angoli o secanti, o negromanzie,
non servì il crepitio di stelle
né il rantolo del monte: nessuno
più comprendeva altezze
le distanze, se fossimo vicini
alla guglia di vetro o ancorati
a basse prospettive di pietraie.

 

(Da Oltrelinee, Dell’Orso Edizioni 1994)

Giovanni Laera, Primavera / Premavere

Primavera

Ricordarsi di te, del veleno
di viola nelle vene è freddo d’acqua
che spacca pietre e dalle scarrasse entra
entra con scarpe di ghiaccio nel fiato
come un’ostia di morte
un corpo cariato.
E tu solamente dicevi
con la voce avariata:
«La primavera mi divora i piedi».

*

Premavere

Arrecurduarse de tè, d’u velene
de violette ind’e’ vene é fridde d’acque
ca spacche i pete e d’e’ scarrasse trese
trese ch’i scarpe de ghiacce ind’o’ fiète
com’a nn’ostie de morte
nu cuérpe caruluète.
E tu descive sckitte
ch’a vòscia spessedite:
«’A premavere me stè mmange i pite».

 

(Da Fiore che ssembe, Pietre Vive Edizioni 2019)

Mariapia Crisafulli, Generazioni contrarie

Abbiamo la stessa età ma non gli stessi anni

Viviamo
in stagioni diverse
che scavano rughe
a scaglioni

Ricordi l’estate? Io no.

Hai sempre avuto un viso
più disteso del mio

 

(Inedito)

Matteo Piergigli, non eravamo (più)

non eravamo (più)
eravamo altri cadevamo
a pezzi come balconi
le parole appese senza
risurrezione e misericordia

 

(Inedito)

Gerardo Masuccio, Ti ho vista salire le scale

Ti ho vista salire le scale
nei passi di un’altra
e del tuo riflesso ho colmato
un istante di vuoto.

Quando, edera muta, tu invadi
le crepe di questo mio muro,
non mi resta di me che maceria.

(Da Fin qui visse un uomo, Interno Poesia 2020)

Poesia Ultracontemporanea va in ferie

Poesia Ultracontemporanea chiude per un periodo di meritato riposo. Del resto il nostro motto è: una poesia al giorno, o quasi (sic!). Ma la poesia non finisce qui.

Per avvalorare il lavoro svolto finora, Vi invito a leggere, rileggere e commentare i testi finora pubblicati: gli autori, quasi tutti viventi, ne saranno felici.

Continuate a mandare i vostri lavori inediti o editi (comprensivi in tal caso di nota bibliografica) a criticaimpura@gmail.com per eventuale valutazione e selezione: le pubblicazioni ripartiranno dal Primo Settembre.

Buone vacanze ultracontemporanee a tutti!

Sonia Caporossi

Stelvio Di Spigno, I padroni e le creature

Dalle foglie rinasceva la vita, ma un giorno
hanno attaccato in forze, con spot e cannonate,
per devastare
l’asse cigolante della terra, l’umana verità:
il picchio della stazione è morto, le vetrine
esplose, il municipio sbranato.

A che scopo? Era così bella l’erba fiorita,
le pianure epocali, i ragazzi in cammino.
Non c’era ragione. La lingua ora è nel panico,
le strade sventrate, i palazzi e il cielo
un unico ammasso di macerie.

Il potere è in mano loro. Vogliono che viviamo
senza più orecchi, cervello, sentimento,
alla prima ribellione scatenano le armate
della barbarie e della solitudine,
dai virus alla folgore, non risparmiano

corpi tanto inermi, come li volle il Signore,
la bontà della vecchiaia, le ragioni
dei poveri, l’illibata bellezza
di una donna che ansima mentre partorisce,
ogni giorno, ogni ora,
le nuove ondate del mondo.

 

(Da Minimo umano, Marcos y Marcos 2020)

Alessandra Familari, Eppure un residuo

Eppure un residuo di voce trapela:
estinta l’acqua nel bicchiere
non si estingue la sete
torna atroce e nuova
come l’ubriaco del quartiere.
Così rincasa – in te – interminata
l’estinzione delle cose,
e ti schiudi allo spazio che entra
e non ti avvolge,
Sapiente silenzio si spande
puro nei pori delle porte
chiuse. Riempie la forma del vuoto
di un vuoto cosciente
E lì voglio stare
nello stralcio di luce
che dalla porta socchiusa s’infila
al confine tacito, schiusa
nello spazio d’aria di una fessura

 

(Inedito)

Corrado Aiello, Tutte queste molecole

Tutte queste molecole
che s’aggregano e
si disgregano
in continuazione
senza un attimo
di fiato
a dirla, la complessità
dell’amore
si fa notte
a viverla
non viene più giorno

Alessandro Cardinale, Vado a lavoro e da lavoro vengo

Vado a lavoro e da lavoro vengo,
ogni tanto conto quel che tengo.
Non serve domandarmi se domani cado;
vengo da lavoro e a lavoro vado

 

(Inedito)

Sonia Caporossi, Privativi

(Da Taccuino dell’urlo, Marco Saya Edizioni 2020)

Gerardo Masuccio, E non mi scuote il punto di domanda

E non mi scuote il punto di domanda:
che il peccato sia un dono o una colpa
è il dilemma del folle,
che l’amore sia un fiume
cui manca la foce – o la fonte –
è l’inganno del mite.

Questo mio sopravvivermi invece
non trova risposta
tra la polvere e i piatti di carta,
nell’istinto dell’acqua e del sonno.

E si nutre – spiraglio taciuto –
del tiepido gelo
d’esser qui, ma per sbaglio.

 

(Da Fin qui visse un uomo, Interno Poesia 2020)

Dimitri Milleri, La gerarchia delle valute

La gerarchia delle valute, il trust, le transazioni
e il decumano, e i buoni e il cardo illimpidiscono
nel fitto della spiaggia.
Non è erroneo nei nomi dei lidi l’ammiccamento
all’Est citato male: qui il nirvana
muove da un vuoto proposizionale, cambia segno,
vuole il rituale rigido, il gesto muto, cerca
l’estuario della specie.
Diventa fede discreta: sbriciola sul volto
di chi la dice,
fonda reliquie misere:
la cassa, il tanga, il flyer, la prevendita
col santo e la risata composta.
Ci entrano dentro come l’olio nell’acqua, cercando
l’andatura più esatta, un volto buono, ma le cause,
la relazione e il senso a forza si ritraggono
coi gasteropodi nei pyrex.

 

(Da Sistemi, Interno Poesia 2020)

Raffaela Fazio, “Sono vecchia” ti ho detto

(per S.)

“Sono vecchia” ti ho detto
cosciente di quanto
mi fossi in altri
perduta.

Eppure ho tremato
come mai prima

come mai trema
qualcosa che è vecchio

come sussulta soltanto
ciò che nuovissimo spunta
da sotto
sbalzato dal vuoto
che lui stesso proietta.

 

(Inedito)

Marco Giovenale, né mistero nei viaggiatori

né mistero nei viaggiatori
locali, con i borselli a ordito onesto
neri laminati, beaux temps,
e la plastica del berretto, sua falda tutta scoria.
non fa, non fanno, storia. venti, trenta
secoli e una parte di urto antropico non è
variato; genera dal sonno, dorme, scorta
il sacco, torna
indietro, sotto le polveri vulcaniche
– muore nella pagina di paglia per paura
dell’eclisse, prima che finisca.
culla, non cura

 

(Da Quasi tutti, Edizioni Polimata 2010)

Alberto Pellegatta, Lasciare tutto in ordine per fare finta di niente

Lasciare tutto in ordine per fare finta di niente –
pastiglie e terrazze meglio che fucili e rasoi.

Asciuga sotto cespugli di mirto.
Si inarca inconsolabile
l’azzurro ruffiano degli ospedali.
Non dorme mai
neppure quando cedono le bestie
sembra un cuore robusto.
La pena ha un orario di visite.
Non basta questa superficie
se pure si allungasse in un miracolo.
Troppo rudimentale, di poche pretese
ancora troppo acustica, ancora non
impronta di animali nella neve. Senza verbi
funzionerebbe lo stesso, puro stile
senza significato. Senza mani da lavare.

Sempre un bene di circostanza, una fantasia
su cotone. Dimentica di essere un telefono
per diventare affetto. Scrivimi indietro.

Sparirebbe anche da altri appartamenti
coperto da un bianco sfibrato – eccidi che accelerano
le armonie naturali. Pure con altri atteggiamenti.

Nei tuoi bicchieri l’acqua diventa asma.
Forse un esaurimento, su grandi ali
come un sollievo. Si battono i bisonti nella nebbia.

Il dolore esce oleoso dal rubinetto chiuso male.
Nell’incavo del ginocchio dove prude.
Per questo le scariche, il trauma, non per ritrovare
l’equilibrio, non per formare piazze o tendenze
ma per disobbedire alla natura, che poco a poco
diventi libertà. Dolci sparatorie rischiarano la notte.
Per ogni forma il suo contrario. Andare in pezzi
per migliorare.

(Da Ipotesi di felicità, Mondadori 2017)

Franco Buffoni, La lunga nota medievale

Ma voglio quegli anni o gli anni nuovi,
Mi sorprendo a chiedermi: un
Tuffo nell’ignoto o la strategia del noto?
Da capo rivivendo quel nostro decennio
Con la testa di oggi,
O ritrovandomelo intatto a stordire?
Si ripresenta la fuga del padre
Perdutasi nel nulla verso oriente
Dopo che conventi e osterie
Bordelli e sacrestie
Mi ebbero accolto e scacciato
Nutrito e denunciato.
Poi apparisti tu, Jucci, e io…
Fammi almeno risentire
La tua lunga nota medievale,
Con quella in mente
Voglio trasmigrare.

(Da Jucci, Mondadori 2014)

Massimiliano Moresco, Ricordo

Ricordo
Ricordo perché sono nato
di nuovo
tra uno strappo
e una coabitazione
ricordo lo sfarfallio dei clavicembali, il sorriso dei sax
ricordo due orecchie da topo
l’origliare in silenzio, in ginocchio,
mani giunte, poi disgiunte
un segno di interpunzione in volto, ricordo la domanda, domandavo
al fine di evitare l’obbligo a ripeterle quanto mi strappasse il volto.

Ricordo, ricordando il muso di una mucca
la bacca di corbezzolo infilata dentro le labbra, il sorriso malizioso , le spine degli occhi
ricordo ma è solo un sogno
definire l’interno della crocefissione nella tua bocca.

 

(Inedito)

Mariangela Gualtieri, Preghiera a sua madre perché muoia

Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.

Gesù non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi più le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipì – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi così spesso da quel tuo vacillare.

Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura più grande.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

(Da Le giovani parole, Einaudi 2015)

Alessandra Familari, Impallidisce la terra

Impallidisce la terra
se una scaglia di bianco
s’impenna, sboccia dal mare:
così il tuo viso si fa, Anima
se indovini tra i miei occhi
-non uno- quanti volti?
E qui prendi a camminare
Ed io di me uno dei tanti
che scelgo
che scegli
raccogli ora tra le mani
l’informe sedimento e
percorre righi antichi, svela i segni:
memorie sui tuoi palmi
E lì me in me s’adagia

 

(Inedito)

Francesca Del Moro, Indossano collane di hashtag

Indossano
collane di hashtag regalmente,
sbrilluccicano belle paroline tutto intorno.

Ma è feroce il loro viso,
resta in ombra.

E la favola del Bene e del Male
va avanti come sempre,
dei nemici e degli eroi.

Ma stavolta la voce che racconta
non ha più nulla di umano,
distilla arredi asettici
e webcam sempre accese.

 

(Inedito)

Laura Serluca, In ginocchio ti affronto

In ginocchio ti affronto fino a
Fiorirmi
Sentirmi imprecisa per l’intera metà
Sono spettacolo e candela
Nell’ombra ricucita
Della stanza in preghiera
Per costringere le vene
Alla natura
E tornare all’albero bianco.

 

(Da Magenta, Amazon 2020)

Alfonso Guida, Dobbiamo morire

Dobbiamo morire. Questo è l’assurdo.
La voce che chiamò istinto, la forbice
nera del vuoto. Il tempo ci dà spazio.
Noi speriamo nel raccolto. Bruciamo
la legna che ieri abbiamo ammucchiato nel
bosco, una faggeta verde, freschissima
che non darà calore. Spalanchiamo
nell’acqua le mani, torno a pregarmi,
l’invisibile oltraggia gli occhi, certe
barche che resteranno ferme sulla
riva per sempre. Non mi batte il cuore.
Blocco la voce sui petali azzurri
delle petunie. Ora puoi dire senza
rancore, in piena luce: non è niente.

 

(Da Luogo del sigillo, Fallone Editore 2017)

Tommaso Di Dio, E se questo mare non finisse

Oceano, giovedì 11 ottobre, più tardi

E se questo mare non finisse. Se ci fosse altro mare
oltre il mare. Oltre questo
azzurro e nero e buio e luce spazi
altro azzurro e nero e buio, altro solare
e ancora più vasto
rifrangersi d’orizzonti. Dicono che per legge
fra due terre si tenda il mare. E se non vi fosse terra.
Non vi fosse limite. Se ogni limite non fosse
che accecante oppure opaca mobile
superficie di un tragitto
in una mente senza fine mai. E se questo
che calcolo e conduco
a furia di matematiche e compassi e mappe
non sia che uno dei possibili
cammini fra mare e mare, l’errore essendo
un bene moltiplicato altrove.
E se io procedo.
E se indietreggio. E se io già
sono da sempre
nel mare
come chi s’è perduto.

 

(Da Verso le stelle glaciali, Interlinea 2020)