Marko Miladinović, Sono contento di essere tornato

 

(Da L’umanità gentile, Miraggi Edizioni 2017)

Andrea Astolfi, quando / leggevo i libri di gorz

quando
leggevo i libri di gorz
ti vedevo
tutti i giorni
e
caffè aperitivi qualche
bacio

forse – mi convinco
ha ragione marx
la caduta
tendenziale
del saggio
di
profitto
non è
un’eventualità
ma
una fatalità
del capitale
a
rivalutare
capitale
ad un certo punto
il marginale cede
al massimale?

(Inedito)

Lucia Brandoli, In tempo

Un orologio scarico
il mio cuore che zoppica,
nel silenzio di notte,
un passo ancora.

Finché l’orecchio ascolta: un passo.
Finché il mio palmo sente, tumefatto,
una carezza antica, una falsa credenza.

Ma se l’orecchio sarà sordo e il cuore stanco
io con il sangue ancora ti potrò sentire.
L’orologio, leale, ti batterà sul petto
le mie ore, il ritmo di una vita.

(Da Una minima stupenda, Interno Poesia 2019)

Matteo Piergigli, Ti cerco

ti cerco, nella distanza
esatta dal nome
in alfabeti addormentati
di una stagione calpesta
appena un muro di lenzuola
contro il bianco del cielo

(Inedito)

Mariella Bettarini, Che ne sappiamo? (Haiku)

Che ne sappiamo?
Troppo saputi noi
troppo superbi

(Da Haiku Alfabetici, Il ramo e la foglia Edizioni 2021)

Paolo Venditti, Stella

Di te mi sono rimaste armoniche, biglietti, stelle marine nella pancia
e un centrifugatore per ricordarmi che sai di frutta.
Quel poco che avevi di me, me lo hai portato in una busta,
dentro assieme al cappellino e alla felpa,
c’era la maglia che mi hai regalato tu.
Ma restavi dietro ogni angolo, eri fantasma.
E ho ripensato…
a perché mai?
Non ti ho più accarezzato i capelli.

(Inedito)

Claudio Pagelli, Nemmeno da qui

Nemmeno da qui
si vede bene il futuro
solo il passato, meno oscuro.
Tolti i chiodi dei rimorsi
ritorna d’aria il cuore, senza paura
nel vento dei cipressi…
*
Nanca da chì
se ved ben el doman
domà el passaa, men scur.
Des’ciodaa i ciòd dei rimòrs
torna d’aria el coeur, senza paura
in del vent dei cipress…

(Da Campo 87, traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva, puntoacapo 2021)

Ksenja Laginja, Incompiuti e rari

Incompiuti e rari
come il vanadio
siamo metalli saldati
nella rabbia, processo
ossidativo in esilio.

Chimica atomica ventitré
la bilancia pende
nomina 50,94.
Hanno peso le vocali
indugiano sulla lettera
la consonante in bilico
nella periodica sconfitta.

(Da Ventitré modi per sopravvivere, Kipple Officina Libraria 2021)

Patrizia Sardisco, Tra spume di dialetto

Nubi di voce, accumuli per piovere.
Alonati silenzi
altissimi
su un pianeta di acque antenate.
Faretre d’aria, dita su corda e coda
schiocco, fischio, parabola
parola. Altissima
ficcante tra spume di dialetto
sull’arenaria accesa.
Incendiaria
l’aurora meridiana di scirocco
trasla un’idea di polvere
dalle giaciture agli amaranti.

(Inedito)

Bertolt Brecht, Frühling 1938

Frühling 1938

Heute, Ostersonntag früh
ging ein plötzlicher Schneesturm über die Insel.‎
Zwischen den grünenden Hecken lag Schnee.
Mein junger Sohn holte mich
zu einem Aprikosenbäumchen an der Hausmauer
von einem Vers weg, in dem ich auf diejenigen mit dem Finger deutete‎
die einen Krieg vorbereiteten, der
den Kontinent, diese Insel, mein Volk, meine Familie und mich
vertilgen mag. Schweigend‎
legten wir einen Sack
über den frierenden Baum.

*

Primavera 1938

Oggi, domenica di Pasqua, presto,
un’improvvisa tempesta di neve si è abbattuta sull’isola.
Tra le siepi verdeggianti c’era neve.
Il mio giovane figlio mi ha portato
verso un piccolo albicocco presso il muro di casa
strappandomi ad un verso in cui puntavo il dito
contro coloro che stanno preparando una guerra
che può distruggere il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo steso un sacco
sopra l’albero tremante di freddo.

(Trad. Luigia Oberrauch Madella)

Roberto Ariagno, Sotto le nuvole l’azzurro

sotto le nuvole l’azzurro, il ferro del paese
le corse per la muta, la peristalsi, è qui
che morde la primavera, agli inizi della conoscenza
                 (il vento sui piazzali
le facciate mosse da un transito di luce
quando la fame era già manifesta
e una corrente agitava i risvegli
                poi la svolta di un’allegria
se dai corridoi esterni portano aria
schiudono gli spazi tra le parole
zitti riempiono di bianco la stanza

(Da Il tempo di una muta, Kurumuny Edizioni 2020)

Manuel Paolino, Un’ultima notte insieme

Avevamo una chitarra di ron piena,
e la notte.
Mantello nerissimo appena appoggiato sulle spalle.
Avevamo poche sedie per pochi amici, gli ultimi.

Avevamo una chitarra di ron quasi piena.
Schegge di lampioni notturni riflesse sull’ambra.
Avevamo la ragazza comparsa
dal nulla a farci compagnia,
con i suoi lamenti,
le lacrime d’amore e il fuoco tra le gambe.

Avevamo una chitarra enorme di ron
molto piena.
Avevamo la nostra amicizia vecchia
ed eterna, estesa nello spazio dall’oceano
della costa dominicana
fin sopra le case al di là della frontiera haitiana.
Avevamo tutti i racconti, gli aneddoti, le risate,
che solo noi possediamo; noi e quelli
che non ci sono più ma che erano lì,

dentro la chitarra con ancora ron fra i vetri.
Avevamo la polizia che ci controllava poi,
infine, quella fanciulla con le curve
dure. Troppo dure
per il mio fratellino affogato nel ron.

Avevamo una chitarra enorme
con pochi sorsi e una croce sul fondo.
Avevamo l’alba.

Avevamo poche sedie
per pochi amici.

(Inedito)

Federico Carrera, Non un passo

Non un passo, non ancora
se il teatro è vuoto e scuro
e non c’è silenzio. Un tavolo
pieghevole da giardino…
altro non manca all’appello.

Ti aspettavamo con ansia
e tu ti sei decisa a partire.

(Inedito)

Antonietta Bocci, Inamovibile

La tua lista d’incombenze urgenti
è sbiadita ancora nel sole amaro
di un torpore remoto, atrofizzante.

Sulla carta increspata da una tazza
che perde, il blu di china torna in vita
in brucianti lacrime al gelsomino.

Lo lascerai asciugare di nuovo,
languido bagnante di questa estate
già conclusa e spessa di nostalgia.

(Inedito)

Guglielmo Aprile, Eros, figlio di Penia

Il testosterone fa incandescente
il tungsteno nelle plafoniere,
spacca i condotti delle serpentine
dentro le celle frigorifere;

una fame millenaria, da rettile,
va braccando orme su una calzamaglia
dai soffici pendii, risale il collo
liscio lucente della studentessa;

un branco irsuto sono gli occhi, in cerca
di preda, l’asfalto scotta, si scollano
i grappoli sul petto delle strade;
i sistemi di allarme dell’amore

suonano all’impazzata, ma io fingo
di dormire: so che fine abbia fatto
il sepolto vivo per sbaglio, quando
riprese coscienza e si spaccò i denti

sul silenzio zincato.

(Da La strage degli aquiloni, Robin Edizioni 2019)

Gianluca Pavone, Spazio Universo

Un tempo, sotto la matita, c’era l’isola. Un non luogo che rimpiccioliva come occhi alla sera. Ci dicevano che questo Universo di soli e mondi era solo una visione e che non c’erano nomi né passato, avvenire. Esisteva questo istante dove il cielo era in scena, la clessidra, e quel che è nei cieli deve rimanere nei cieli. Lì, di notte, a volte scorgo la tua luce che una volta circondava il corpo e l’anima che lottava. E’ tempo che io vada, che ogni passo lasci il bosco un po’ più nudo. Per ogni fuoco. Per ogni canto.

(Inedito)

Claudia Zironi, Cosa direte tra trent’anni di quest’onda

cosa direte tra trent’anni di quest’onda
che avanza e si ritrae, di quanto vi emoziona
attendere l’acqua, gelida sul petto
di quanto è deludente che mai vi raggiunga.
cosa direte di questa pietra così lucida
che non assorbe lacrima, di tanti sprechi di sogni
di alberi, di vini, di imballaggi colorati, di sorrisi
di parole, di respiri: veloci, profondi, audaci
nel nulla sperduti. cosa direte? dell’inesistenza
provata, colma e spietata dell’amico, vero
del morto, del vivo, della luce di dio.

(Da Not Bad (2019/2020), Arcipelago Itaca 2020)

Sergio Rotino, Ogni cosa

ogni cosa
ogni cosa è già stata scritta quindi
ogni cosa è
ma non vuol dire nulla perché ogni parola è cosa ogni cosa è detta nell’ombra sta aspetta e appena la
[maledetta cade fuori
dalla nostra bocca imperfetta ci culla afferra il nostro peso lo afferma cancellandone le forme dice che è
[vero il vero anche se no anche se tutto si vede non è ha colore
del nero abisso addosso ci resta veste i nostri nessi di quel vero coraggio per quanto nero sia sincero nel
[moto della menzogna appare
sempre lo ripete sempre ci svuota sia o meno il nostro volere ci crea vita attorno la smonta la ricompone
[afferma quanto sia vera pur calata
dentro il nero colore gli aggiunge valore ogni tanto ci rende leggeri dentro il nero affondati coscienti del vero
[incoscienti

(Da Narrazioni, Seri Editore 2021)

Francesco Vitale, Scrivere haiku è facile

Scrivere haiku è facile
come creare una goccia
per gli amanti della pioggia

(Da Varchi attivi (Haiku), Edizioni Erranti 2020)

Daniele Ventre, Ci sono troppi intorno che discutono

Ci sono troppi intorno che discutono.
Le voci intorno fanno ancora rumore.
I corridoi ne dànno l’eco. Ritorna
per solite parole per connessioni
idiote di parole. Formano un gregge
che bela sillabe a comando. Si vende
la solita parola. C’è l’opinione
diritto vuoto. Restano indifferenti.
Ripetono. Ricamano. Ridicono.
Ridicoli in asprezza. Dolce non troppo:
inutile di certo. Telegiornali.
Cacata carta norme buro-pazzia.
Ti esprimerai secondo norma comune
se la parola idiota resti cucita
nel modo noto nello slogan già vecchio
e nato morto dopo cinque secondi.
ll resto è satira. Era saturo il senso.
La discussione è chiusa. Chiusa la ditta
per fallimento. Si è fallibili. In troppi
si è già falliti. La parola a voi in studio.

(Inedito)

Doris Bellomusto, Vivere per addizione è un vizio

Vivere per addizione è un vizio
di forma,
si vive di ciò che resta
dopo tutto l’oblio.
Si sottraggono gli istanti
alla somma dei giorni.
Resta il cielo
respirato a cuore aperto.
Resta lo sguardo puro
di quando il mondo era
sognato e non ancora
sciupato da mani avide
e pance ingorde.
Il resto si dà per sottrazione.

(Da Come le rondini al cielo, Tracce Edizioni 2020)

Luciano Mastrocola, Mano nella mano

mano nella mano
nell’ordito di canali spurghi
da catrame erba gondole ardesia
penso unicamente contemplarti
rastrellando l’abisso
che tace nell’enigmatico destino

l’iride esplode
sfacciata cingendoci decisa
trapezio che bene conosciamo
perché tanto desiderato correggerlo
nel quadrato regolare
scudo al nucleo da benedire

(Da Fiducia nel nulla, Transeuropa 2020)

Marko Miladinović, A molti pesci in avvenire

libera è una prostituta
se dipendente statale
il sogno di un animale
nella piazza intorno a
una fontana una civiltà
di cui restano soltanto
gli schizzi d’acqua libertà
cosa sei libertà? non l’autista
né l’automobile il narratore no
sì la pubblicità di un’automobile
in questo verso io la metto
in garage libertà chiedi aiuto
i bambini giocano liberi di giocare
(che cosa ci stanno a fare?)
una farfalla diventa bruco
liberi gli uomini di non essere
uomini per obbedire di essere
capricciosi saltare in un abisso
con il paracadute liberi di cadere
senza sostegno vivere se non si vuole
volere non vivere la vita liberi
(di non esserlo) di non smettere
di pensare libertà ti invoco per
non finire ora che ho cominciato
che mi fai fare avevo chiuso
un verso fa ora devo riniziare
che mi fai dire ora che tutto
si è fatto contenuto non ti vidi
né nominai non colsi di te un’ombra
o il rilievo ma sempre fosti tu
per me un pesce nella rete giura
il mare non ha fondo ma io
ti presi alla riva ed è tardi ora
per toccare il fondo libertà
olio fritto in padella
una lisca libertà
ha punto l’ugola

(Da L’umanità gentile, Miraggi Edizioni 2017)

Michela Gorini, sul lato bianco del muro

si consuma la notte dell’attesa
[di tempo si consuma] e vedo
solo ombre nella luce
sul lato bianco del muro

il tuo silenzio mi tocca mi sceglie
si posa incognita la notte finita
i segni svaniti sul lato bianco del muro

[ovunque]

i miei interrogativi indisciplinatamente diversi e tu
gentile, ad accostare

[gli inquilini sbattono la porta]

compari poi scompari
in questa anomalìa non torni
mai, sui tuoi passi

[la casa dice che non basti]

fasci e riduci a tua dismisura
sospensioni e oscillazioni del cuore

e non sono pratica, se dipenda,
se la causa son parti di me
o sei tu che sempre parti

tu, gentile
tu che scendi in certo
tra due flussi e poi ti spargi
fuori della porta sulla scala
sui tuoi passi irrimediabili e

[chiusa] dentro dimentichi me

(Inedito)

Monia Gaita, A mio padre

Un altro giorno dal corpo sfiancato,
ancora cieco di un occhio, le vesti strappate,
i campi riarsi senza fili d’erba.

Un altro giorno impraticabile
con il tuo nome confitto nella terra,
il resto della cena che raffredda
e l’esercizio di spargerti in granturco produttivo
su ogni luogo.

E la distanza è una puntura dolorosa,
mi tiene in bilico tra gli sbadigli della sedia
e il foglio bianco.

Non so se arriverà una fortuna postuma per me,
qualche provento di consolazione
su questi ettari di buio
che hanno perduto la lingua e la parola.

Intanto la tua voce continua a fabbricarmi
tuniche di caldo.

La morte refrattaria non si espugna,
il bene reclama una rimessa,
estirpa il cancro dalla base,
ti fa salvo.

(Inedito)

Cinzia Marulli, Non c’era sapone

non c’era sapone – niente acqua –
per lavare via
l’ombra sudicia sulla pelle
la pelle impaurita di carezza
che ha il volto mostruoso di satana

ma la bambola le ha dimenticate
quelle mani sporche
che l’hanno portata nel silenzio
interno delle costole

il suo biancore immenso rende luce
tra quel nero
e l’avvolge nel suo stesso bene
quel bene ha per combattere
quella pura essenza di bambina
con gli occhi aperti e il pudore
il pudore tanto di sentirsi profanare

niente reggerà il peso del mondo

atomi più grandi delle molecole –
ognuno trova poi il suo riparo
quel luogo sicuro e sacro dove
                                       non sentire

(Inedito)

Prisco De Vivo, A Van Gogh

Una natura immobile
Mi ha mutato nelle ombre del crepuscolo
ed ha sbattuto davanti
a occhi grevi
– infinite rovine di metamorfosi –
ho saputo distinguere
dall’asilo delle città
tutte le forze avverse dell’ignoto.
Ho guardato a fondo
il ponte di Langlois
del mio paese.

(Da Il lume della follia, Oèdipus Edizioni 2019)

Guglielmo Aprile, Le strade percorrono in tondo

Le strade percorrono in tondo
una capocchia di spillo,
invidio i cuori puri,
così bravi a non porsi domande
su dove le correnti conducano i banchi di plancton,
su dove vengano smaltiti
i contenitori di pile usate,
sui tempi di inoltro della corrispondenza
e sull’esattezza dei recapiti,
su chi dall’altro capo del telefono
annoti l’autolettura del gas;
e ogni strada è una spina conficcata nel cielo,
gli aquiloni non passeranno indenni
le inferriate più alte.

(Da La strage degli aquiloni, Robin Edizioni 2019)

Emanuele Franceschetti, EINGEDENKEN

un suono familiare oltre la porta, un minimo segnale in uno spazio
circoscritto. segno che non possiede volto o nome finché memoria e udito
non agiscano in piena sinergia
(amygdala è una mandorla nascosta nell’encefalo, le stimolazioni
improvvise del mondo circostante vengono rilevate e rubricate
riportate nel seme, al palinsesto)
questo lascia riemergere qualcosa
che sempre mi tormenta. anche se ora, nel tentativo di focalizzarlo
con precisione massima il pensiero incontra variabili e deviazioni.
cerco di rendere virtuosa e rapida questa prestidigitazione, invano.
inevitabilmente fuori tempo, la traccia scritta che inseguivo cede
all’ennesima irregolarità. il suono-segno torna al suo riposo.
eppure che miracolo d’assurdo la mente che nasconde e custodisce,
tutta una vita intera. (ora è riemersa una malinconia domenicale,
un odore di polvere e velluti, e quello insopportabile d’ inchiostro
dei quotidiani, quando mi sembravano strumenti adulti di separazione.
questo subito la mente lo stringe e lo comprime dentro un fotogramma
che non è memoria: è fulminazione, sospensione breve del tempo-assenza,
e dunque ricomparsa, e dunque)

(Da XV Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos Y Marcos 2021)

Gabriele Marturano, Il padrone punisce il servo

Il padrone punisce il servo
per sentirsi signore
d’un mondo che non gli appartiene.
E così nel sesso:
se tu avessi occhi solo per me,
saresti un ciclope.
Eppure te ne vai impudica,
grano che ondeggia le anche,
e mi incateni al ruolo del padrone,
mi accoltelli dalla parte del manico.

(Inedito)

Gianluca Pavone, Eppure soffia, si contrae

Eppure soffia, si contrae: qualcosa comincia nel cielo. Aliti e tramonti. Cieli in braille, interrogatori a petto nudo sfidando l’occhio del sole.
Teoria del come. Teoria del dove. Una voce imbevuta d’azzurro dice: “Il servizio è sospeso”. Si aspetta, non si parte mai. Movimenti rampicanti a diesel, tegole arroventate dalle lenti del binocolo puntate da un fotoreporter sui tetti, sui cortili. Il delitto Thorwald, l’indagine.
Nelle fotografie scolastiche il tuo sguardo è distratto nell’altrove: qualcosa vive ancora nella tua testa. Tarme che divorano gli anni migliori. Alto voltaggio, Infernetto. Ogni cielo ha la sua scatola nera da qualche parte. E tu resterai qui, ad affondarti nel cuscino. Tra allucinati campi di fragole e piste di ghiaccio dove scivolano i denti di un pettine. La tua terraferma di ogni sonno, dove attraversi i morti a sassate chiamando a rapporto il profilo di un padre. Contrasti, sbavature. Un finale di crampi. Poi più nulla.

(Inedito)

Francesco Vitale, Cornici vuote

Cornici vuote
aspettano che il verbo
diventi quadro

(Da Varchi attivi (Haiku), Edizioni Erranti 2020)

Antonietta Bocci, In mare aperto

A frotte, come esiliati
chiedenti asilo, parole
affollano una coscienza
angusta e sbracciano verso
la riva d’un senso certo,
d’un valore decisivo.

Benevole teorie
– o esecutrici incoscienti –
vi colgono grida antiche,
inascoltati bisogni,
schemi ripetuti dentro
labirinti senza uscita.

In balìa di sé resta
la sincerità mortale
di quei segni, risoluti
a denunciare una smania
assordante a chi salvarli
non vuole e silente oramai

li annega.

(Inedito)

Claudia Zironi, Sarebbe bello ricominciare

sarebbe bello ricominciare, io e te
ma proprio dall’inizio, da prima che
da prima dei se, da prima
che le foglie di due anni fa cadessero e
si disfacessero in un fango dorato che fa da specchio
ai pochi uccelli rimasti dalla migrazione, da prima che
non ci conoscessimo e non sapessimo che non ci saremmo
amati, da prima che il tuo amico ti lasciasse solo
una sera in cui avevi proprio bisogno di farti una bevuta al pub
da prima che io nascessi, che fossi concepita, che fossi solo
immaginata, da prima che nascessi tu, come una promessa
di eterna estate, da prima che le api e che il miele e che i fiori
da prima che i vulcani soli
abitassero il pianeta, da prima che dal caos
emergesse la luce. sarebbe bello ricominciare
immaginarci differenti, sorridere al pensiero
di vederci, di nulla chiedere e insieme andare
verso un quieto viale del parco a cercare
le nate margherite.

(Da Not Bad (2019/2020), Arcipelago Itaca 2020)

Maria Laura Valente, Se non avessi ucciso la parola

se non avessi ucciso la parola
che ci esplorava a tratti gli endocosmi
avrei saputo allora disegnare
il giusto paio d’occhi a quella morte
che è scivolata lenta dentro il gorgo
senza uno sguardo muto da evitare

(Inedito)