Enzo Campi, Solo un graffio

solo un
graffio
uno di
più uno di
troppo ma
sempre mancante in
ricordo del
gesto tribale l’
offerta il
rito la
messa la
resa le
mani disgiunte a
nascondere il
segno per
omettere il
referto la
sintesi del
gene violato
alieno sì ma
domato con
frusta di cuoio e
canna d’
acciaio ancora un
graffio un
graffito sul
derma che
rendersi può
solo al
chiodo e ai
suoi figli
degeneri un
graffio lo
smacco il
graffito lo
scarto magari un
bassorilievo e il
ritorno del
cuneo a
scalfire il
fusto scolpire il
segno sull’
idolo destituito sul
feticcio mercificato
come cosa in
cui pasteggiare
sulla scorta di
uno scatto che
avanza solo
ritraendosi ecco
questa è la
storia che
nessuno recita a
memoria il
simulacro come
traccia del
dolo che
accompagna il
gesto l’
effrazione il
furto originario la
questione della
fonte l’
amnio l’
acqua-madre l’
umore da
disseminare la
scissione tra il
peso della
separazione e il
pensiero della
rivelazione un
graffio ancora
uno se mai
abortito nella
serie dei
graffiti lo
scacco che
proviene dall’
interno il
cilindro che
recita da
millenni la
stessa supplica il
coro che
scansiona l’
implacabile
dettato il
peccato sorgivo
che precipita dall’
ellisse ovalica dal
ricettacolo che
custodisce le
impronte le
orme i
segni da
ricordare da
dimenticare

(Dal poema Sequenze per cunei e cilindri, 2014/2015, inedito)

Enzo Campi, Phénoménologie

etc
et
e

la progressione in calando aiuta non poco.
ma noi sappiamo che non ci si può imbastardire
praticando la logica formale.

l’unica procedura di risoluzione è un
anello
potenzialmente neutro.

 

(Da Phénoménologie, stampa in proprio a cura del Comitato promotore di Bologna in Lettere 2015)

Enzo Campi, précipité

Nella bile che inonda
l’esofago e rinviene
al palato ristagna
un gloglottio
impastato e retroflesso
votato al riflusso
e alla mancanza
in cui immolare
il discernimento

Vi si cerca
il precipitato
vi si vede
la scia rilucente
nell’andirivieni
degli atomi fluidi
che conferiscono
un nome
al flusso amniotico
imperlato di seme

Ancora un lessema
lezioso tettema
d’artaudiana memoria
per vanificare
l’oblunga pioggia
degli avverbi
sventrati
in un niente di fatto
che s’insinua d’intorno
e solo ammicca
la ricca scorpacciata
in cui ammonire
l’amica lingua
al mai più leccare

Vi si imprime
il segno
di una guaina
famelica
di una viscida
faina
che tutto raccoglie
e sistema
nel suo ricettacolo
Vi si staglia
l’ombra
che invade
la soglia
e scava
nella chora
per arrivare
alla faglia
ove disegnare
la crepa
e innescare
l’oscillazione

Ancora un’isotopia
a inghirlandare
l’incoercibile
placenta sintattica
che a tutti piace
ma non induce
il godimento
se non nelle sillabe
laccate
che si rendono
legnose
per meglio colpire
l’idea di un simulacro
che sempre
avanza
e si fa strada
nel limbo
ove ci si attende
alla fuoriuscita
del pronome impersonale

Vi si impianta
l’idea
che questa
non sia poesia
semplice semplice
così inscritta
e vociata
in claudicanti
dettati
che si aprono
dalla loro sorgività
verso il magnifico velo
attraverso il quale
s’intravede
lo zoppicare
di quell’Edipo
escluso
dalla sua famiglia
invaginante
e condannato
a disseminare
il suo occhio cieco
sulla terra gravida
di spietati oracoli

© Enzo Campi, 2006

  

 

Enzo Campi, Di un’idea di vita e altre filosofie

Di un’idea di vita e altre filosofie

navigai, in punta di piedi e per un attimo lungo come un sogno, tra la stella
che riluce solo se è sollecitata da un’idea e la stalla in cui la paglia non più
ripara da quel siberico filosofare che mette in dubbio il peso dell’ordine e il
grado della misura; al mio fianco incombe l’elegia di un vaso e l’ombra di
un vasaio, le cui mani, intinte nell’argilla, danno viso, corpo e lineamenti,
all’informe massa elementare che fluttua nel buco nero del firmamento e
dirige, per presunta saccenza aristotelica, la tripartizione in cui sfinire l’idea
della privazione; c’è anche l’asino, mi si creda, scalpitante in passo lento,
che catapulta il disincanto tolomeico come progressione aritmetica d’ogni
possibile divenire nel piatto assioma di un ordine precostituito, per cui la
sostanza, almeno così dicono in tanti, è una, unica e di sicuro indiscussa,
ma mi si conceda un tuffo in quel brodo primordiale e già macilento, ove,
incanti a parte, mi sovviene il rimando ad un’impossibile eresia, cercate di
capire, il gioco si fa altro e duro; nell’antro che si vorrebbe chiuso nel primo
pronome personale, magari per carenza d’aggettivi e mancanza di figure
arabescanti, c’è come un divieto d’accesso rivolto a tutti coloro che, come me,
cercano, per l’appunto, di deflorare, in un solo colpo e in solo giorno, la
verginità delle nuvole a mezzogiorno e l’ombelico dei limbi a mezzanotte,
laddove, mi s’intenda, il limbo è quel luogo sospeso ove fluttua il decorso
della ragione e l’ombelico, mi sembra ovvio, è la porta che si apre su quel
cunicolo, intriso di malia, ove il diaframma si nutre della linfa del midollo,
per cui, mi si permetta ancora di reiterare, in lungo e in largo, l’idea malsana
di questo lungo viaggio che pretende di dare il tu all’infinito, che vorrebbe
un maestrale a gonfiare le proprie vele; questo dire, in verità, sfibra e stanca,
perché mette in discussione la tranquillità di chi si sente rassicurato dall’altrui
eletione, e vedo già il pipistrello che, volando in cecità, si frange contro
l’albero e si offre in pasto all’avvoltoio, per cui sono costretto ad invocare
il ritorno di Sofia, cerchiamo d’esser chiari : è già da tempo, oramai, che non
tesse più quel Filo che riconduce Sofo alla luce del sole; non mi stancherò mai
di dirlo, la luce è causa primigenia, generazione di un’idea che non si esaurisce
nel tepore e si fionda, come sasso scagliato dallo sdegno dell’incomprensione,
nel senno, malato e roso dall’invidia, d’ogni deleteria inquisizione; pensate
alla materia che dal ventre di una donna si dipana in tenui respiri di silenzio e
ingordigie di placenta, pensate alla nuova vita che si plasma, poco a poco,
senza ingiuria e senza inganno, questa donna non è forse paragonabile all’arte
del vasaio di cui prima ho decantato il tocco? pensate a quel filosofo come
artefice d’un aspra ligatura indispensabile ad ogni possibile discernimento
della teoria del disegno universale, pensate all’amore per l’amore, pensate alla
linea dell’orizzonte, oltre la quale l’ignoto, finalmente disvelato, diviene noto
pensate questo,
pensate altro,
pensate oltre

(dedicata a Giordano Bruno)