Luigi De Rosa, Dita

Una ragazza tranquilla,
sopra lo schermo il nome dell’operatore
sotto lo schermo le dita senza smalto,
ogni pagina aperta una via che porta altrove,
lontano
una ragazza tranquilla
muove passi eccitati usando le dita senza smalto che scorrono,
e lontano c’è casa
(sì, casa, una via deve sempre portare verso casa
dove ci sono colonne bianche di sole
e ammassi di voci troppo familiari che si arrampicano ovunque)
immagine fotografica irraggiungibile
senza il nome dell’operatore,
contratto scelto con accortezza,
le lunghe ricerche su internet passate a contare,
si tratta di una ragazza tranquilla agitata
dalle pagine che scorre verso destra:
e più le vie portano lontano più le dita tremano
e l’operatore non basta alla ragazza tranquilla
per comunicare che su quelle dita non c’è smalto
perché tremano troppo.

(Inedito)

Sonia Caporossi, Sono il figlio senza madre

sono il figlio senza madre, la testa senza volto
lanciata come un pacco oltre il vuoto siderale
l’ammanco di speranze, l’invito inascoltato
a ritardare l’attimo della separazione
il taglio dell’addome, lo squarcio all’ombelico
le viscere disiectae di questa esposizione
io sono il puer proiectus, un essere-gettato
la persistenza abulica di un segno marginale
tracciato sulla pelle in lingue sconosciute
parlate oltre la rete che portò via mia madre
io sono il figlio orfano, il nulla ingenerato
il pianto neonatale di un mostro inconsolabile
che esala svaporando nel fuoco dell’estate
per non turbare intorno il mondo in divenire
come alito di fiato sospeso nella sabbia
come ombra di una fiamma infiochita dall’errore

(Inedito)

Luigi De Rosa, E dal momento che sei me

E dal momento che sei me, sono anche il tuo corpo.
Stiamo insieme nel tuo corpo come fosse un tempio
mentre ti osservi insieme a me.
Non comprendo il tuo imbarazzo,
non comprendo il tuo cercare
di tenere insieme i pezzi che crollano,
ogni singolo pezzo che tenta di
allontanarsi,
perché ogni crepa mi sembra al posto giusto,
perché le tue crepe sono le mie crepe,
perché se la tua forma non la senti tua può diventare mia per un po’,
e se ti tocchi le guance io sento le tue dita sulle mie guance,
e le mie dita sulle tue.

(Inedito)

Guido Turco, Curve (picchi di incoerenza visiva)

Lo spazio curvo suggerisce il movimento
ma come le onde impassibile
o i rami quando non sanno dove andare.
Adesso sfronda.
Rapidi staccati per evocare
false lontananze, distribuzioni di trama trasparente
il momento finalmente
dell’imbarazzo di fronte a una lingua sconosciuta
il grido che nessuno raccoglie, forse le formiche in fila
per quelle molliche soffiate chissà come.

(Inedito)

Antonia Vetrone, Iperattività artificiosa

Tra la folla è utile fingere,
riusciamo a toccarci i gomiti
sbucciati dalle botte di solitudine.
Le parole tese che ci diciamo
si stendono come lividi rossicci
che poi rosicchiamo per costringerci
a seguire quel frullio di piedi e occhi.
Non ci risparmiamo al tramestio
rimbambito, anche se il timore è quello
di cominciare a spellare come tante
lucertole – gialli per il sole che ci abbaglia
soli in mezzo ai soli, finti in mezzo ai finti.
La folla ci sottrae al nostro tempo
vulnerabile, è una catena di gusci irti e
colorati – un’implacabile marcia.
Avvicinarsi è l’unica maniera per non
calcolare la fine, perché noi vogliamo
smettere di centellinare le ore come
sorsi di vino pregiato sparsi in un acquaio.
Vogliamo prenderci la terra e il mondo,
essere ladri affamati, trovare il modo per
dirottare insieme l’ordine prestabilito,
espandendoci a spruzzo nello spazio
come cani randagi impazziti. E fingiamo
perché la folla non ammette uomini tristi,
quell’ostinato affaccendarsi è un grande
privilegio, un beneficio per chi non sa soffrire.
Tutto questo potrebbe chiamarsi iperattività
artificiosa: farsi inghiottire dalla folla,
diventare folla, scongiurare l’oblio.

(Inedito)

Antonio Raffaele, Virtù e Amore

Le quattro stelle di virtù, ad averle,
non basterebbero comunque a dare
calore al verde di una foglia fresca
finché al fianco dei pensieri sospesi
non pongo l’oltre, il dosso celeste,
la bionda piuma di luce, l’altro in me che,
anima rossa senza compagna scienza,
le ossa mi consuma e mi governa.

(Inedito)

Antonietta Bocci, Sul limitare

Per giustificare l’apatia,
di sera ripasso attentamente
le tue dubbie frequentazioni –
i malati mentali, i codardi
in comoda fuga dai doveri,
i peccatori che non potranno
sperare nell’ostia del perdono.

Nei frantumi di sonno alternati
alla coscienza, non sono in grado
di schivare domande moleste
come mosche intontite dal caldo –
E se invece tu fossi riprova
di saggia indifferenza? Se fossi
somma affermazione dell’Umano?

Quando nel tepore del mattino –
l’anima sgualcita di rimpianto
per l’ennesima occasione persa –
fantastico sulla meraviglia
della tua voce, mi domando
in che lingua avresti sussurrato
Amore, ti aspettavo già da un po’.

(Inedito)

Monia Gaita, Il cuore

Il cuore non è a occidente.
Batte sul lato orientale? Esattamente non lo so.

Striscia con passo furtivo nelle cose,
mi offre le bucce di mela di quello che rimane.

Non è capace di rispettare gli impegni.

Se le promesse bussano apre,
ma non mantiene fede,
affonda con le unghie nella carne del volere
fino a vederlo sanguinare come una fontana.

Nessuno soffre più di lui,
torto in un banco di incertezze
che dalle vie si leva e cresce a dismisura.

Applica pure le metamorfosi d’insetto
di fingersi contento,
di attraversare la felicità in punta di piedi—
capisce bene quanto poco duri il suo pane caldo.

Se le preghiere non vengono esaudite
e i tentativi parcheggiano agli stalli,
lui si rivolta contro la disfatta,
prova a salvare vene e pelle,

restituisce l’oro e i denti rotti che mi deve,
ritira un altro assegno di speranza,

chiede di punto in bianco un lume
nella nebbia.

(Inedito)

Elisa Des Dorides, Ammantarsi

Dai piedi, le une nelle altre
scivolano le colline, come
schiene su schiene s’addossa
e affonda la sabbia, come.
Mi cerca un umore fondamentale
tra il sangue e la flemma
crasi di bianco e nero, la bile
per corrispondenza naturale mi trova.
Poi cade la notte
e due si dicono ‘mmantate
con due ‘m’ a baciarsi
che per suono raddoppiano
anche le coperta, toccandosi.

(Inedito)

Luca Ariano, La nebbia in perenne conflitto

La nebbia in perenne conflitto
con quella luce ti illude
di un viaggio sereno,
confonde tra campi e resti
di conventi;
quel chiostro abbattuto da autostrade
non è così lontano da torri
che tagliano foschie.
Voci affievolite tra corpi persi
nelle strade: non tornarono più
alle loro case mentre rimane fisso
il vostro incontro nelle stagioni,
anche ora coi lampioni fiochi.
Forse solo il tuo sguardo dal tram
di una via mutata in pochi mesi:
non trovi quei punti saldi
e il tuo passo appannato scivola
come quando catturavi palloni.
Ci hai sperato sotto portici e arcate
tirate a lucido per l’occasione
ma quella festa mai fu annunciata.

(Inedito)