Pierpaolo Lazzaro, Lo scavo della primavera guardinga

Nel profondo: lì dove tutto prende il sapore
della conoscenza di carta fresca.
L’acuto dettaglio del cinguettio del mattino
è la risposta silenziosa al mio scavo.

Come sempre è tutto un respirare
in discesa, mentre parole male ossigenate
potrebbero bloccare la mia primordiale apnea
verso le squadrate fondamenta delle cose.

Il verso, però, affonda, immobile, nella sabbia
bianca che mi separa dalla fine di questa
lirica scoperta di raggi aggrappati.
È una primavera guardinga e desidera farsi luce.

(Inedito)

Valentina Casadei, Quando nelle vene dell’inverno

Quando nelle vene dell’inverno
l’anima si tiene ben dritta
e non cede al precipizio
il crocevia dei geli
rende ai fantasmi una dignità mortale
di strati invisibili
sorti da fondali scoloriti
e nelle piroette di fumo
che fuoriesce dal camino
Scivolare

(Inedito)

Elisa Des Dorides, Il deserto

S’è sparso, sembra,
dalle grondaie alla sera,
un senso di polvere e dinamite
come licenza di follia
che confina e chiude.
E tutti hanno preso a ritirarsi in casa
come i panni dopo il lavaggio sbagliato
come la marea dopo la luna.
Solo il contadino s’attarda in strada
col suo trattore, astronave di terra
in mezzo al deserto.

(Inedito)

Davide Galipò, Pleistocene

Aveva qualcosa in cui
sperare guardando di lato
il primate sorride cantando
le gesta del cielo e del fuoco.
Nuvola dolce è il sereno
contadino che spacca la legna
incurante del rumore di fondo
del significante fuori sincrono.
La nuova carne è nel registratore
congela l’istante come certe fotografie
ed ecco le proteste dei vecchi paesaggisti
“il linguaggio è mio e lo gestisco io.”
Ma la parola non è mai conservazione:
di solito nasce per avere una chance
tra il machete ed il piombo;
non muore con te – ti sopravvive
la parola – che oscuro presagio –
può fare a meno del corpo:
basta trovare un altro organismo
ospitante. La parola è endemica.

(Inedito)

Matteo Persico, Che a ventisei, discutere di previdenza

Che a ventisei, discutere di previdenza
complementare e fondi pensione
ci sembra la morte stia già lì, rapace
dietro l’angolo, pronta a rapirci. O magari
è l’ombra dell’illimitato possibile
che sopravvaluta il ciclo di vita, un retaggio
degli studi umanistici: non ama fermarsi
alle polverose logiche di risparmio. Invece,
dovrei sbloccarmi rispetto ai valori aggiunti
e smettere di ancorarmi al non-si-addice;
che davanti ad un Caffè Mauro – assunto
alle spalle di un’alba usa e getta – di cosa
dovrei mai parlare? Calcio e pensione:
cardo e decumano, in logiche ferree.

(Inedito)

Elisabetta Destasio, Facciamo così

Facciamo così,
metto un coltello
al posto della penna.
Poi arriva mattina:
sotto la luce non si smuovono
le ombre che la notte
si ostina a mettermi in braccio.
Esistere solo per
la vertigine, le braccia livide
le vene che si rompono
lo sguardo
compassionevole dell’infermiere che si concentra sull’ultimo tentativo per la flebo.
E intanto il tempo
diventa una lama
senza inchiostro,
sempre più sottile.

Cosa è stato,
cos’era quel piacere che mi batteva in testa,
mentre tutto fuori
sembrava arrestarsi – non esistere fuori dal tempo
dell’unione di due corpi?

Non lo ricordo:
c’è caduto sopra un secolo e mezzo di assenze,
e la certezza di essere di troppo, in un luogo che è
questa vita – come una vite
ammalata.
Gli altri respirano, tu soffochi
in attesa che sia concesso, vostro onore la Morte, un qualche finale meno tragico di tutta questa bestia
che mi divora
[di tutto l’amore che ho dato
senza averne un briciolo di ritorno: silenzio].

Ho dimorato anche io,
sola,
in estranee cose.

(Inedito)

Valentina Casadei, Domani è il passo che non faccio

Domani è il passo che non faccio
e trovo il mio posto
nel mondo degli addii
dove
(con una parvenza di verginità alla vita)
saluto il cielo con la mano
pregando la scoria di non essere radioattiva
e salire fin dove si arriva

(Inedito)

Claudia Olivero, Cavoretto, interno cimitero

Sentirsi addosso il passo
greve dell’edera
e non provare più la pietà
nel sapere i vostri morti bambini.

Poi solcare il silenzio, il frusciare
nero del corvo – versare un ultimo sguardo
al freddo, rifugiarsi ai bordi
di altre storie, pensare la poesia –
l’eternità. Decidere
di non restituirsi al mondo.

(Inedito)

Luca Ariano, I giorni della vecchia

I giorni della vecchia
– così li chiamano… –
con gli ultimi strascichi
d’inverno: quella neve
un tempo avrebbe pulito l’aria
ma ora barrica in casa a lungo.
Dalle finestre il timore di gesti
per strada, di preghiere nascoste
in una Domenica delle Palme
senza ramoscelli:
forse non metti piede dai tempi
del catechismo o con tua nonna
in raccoglimento per le loro anime.
Quel Libeccio d’Aprile
non porta via nulla ma amplifica
suoni di sirene… voci dai televisori
mentre cadono linee di videochiamate.
Aspetti quella telefonata
ripensando a mattine che paiono
un’altra vita, quando l’amore
durava stagioni e la luce
guidava il vostro incedere discreto.

(Inedito)

Annamaria Giannini, ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole

ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole
e le bandiere, come fossero canzoni
sono stata piazza, popolo e grida al cielo
mescendo vino buono nelle gole dei ribelli
c’è stato un tempo da inseguire il vento
con gli occhi di un uomo in mezzo ai fiori
ora guardo i tetti schiacciati dalla neve
d’un inverno che sembra senza fine
le gemme di grano fanno le domande
noi, alberi spogli, non sappiamo dire

(Inedito)