Carlo Giacobbi, Alle vittime dell’Holodomor

Alle vittime dell’Holodomor

È disquisire sul vello della capra –
sofisticheria d’accademia, fare a quarti
il capello ascrivere ad estirpazione di genia
ad animo di estinguere dei Pugni il seme
o a collaterale effetto di scellerata economia
la primigenia intenzione di Koba.
Il dato, la messa in conto, per favore –
il risultato: ben si dica genocidio consegnare
ad inedia la moltitudine laboriosa, la recalcitrante
etnia produttiva all’organizzato
sistema di razzia della proprietà sudata.
E già – si capisce – cavare due patate, cogliere
un cavolo, la bocca sulla terra tutto l’arco
del sole – chi non vede, in questo, al popolo
insulto, le campagne al capitale?
Estreme, superstiti voci, fiato torto che il groppo
assottiglia, neanche ridirlo all’infinito
capacita, non c’è pietra
– non esiste – da sovrapporre allo strazio –
a vivere mille anni resterebbe
il primo mortuario pensiero del mattino.
Subumane, quasi esalate parvenze, fuscelli
al vento, nel ciondolarsi di crani
casuali alle vertebre, becchi adunchi –
strabismo d’orbite, strascinati inconsci del dove
tra ammonticchiati esamini sulle strade
o quelli sui carri o nelle tombe d’isbe
che furono un fuoco, un pane.
La bambina scomparve, andai a casa sua –
mozzata la testa, il corpo nel forno.
Il neonato per ore a tirare dallo straccetto del seno –
viene niente e litanico piagnisteo scempia chi lo ama
la testina sull’albero e silenzio, sangue rappreso
su scheggiati ossicini e radi ciuffetti.

 

(Da Oltre il visibile, Arcipelago Itaca 2019)

Anna Maria Curci, Quartina XXIX

XXIX

Quando mi troverai già sfilacciata
dalla tua attesa inerte, mio poeta,
bollandoti la fronte penserai
che mai io sono innocua, io parola.

(Da Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca 2019)

Anna Maria Curci, Quartina VIII

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
è invece e a malapena se ne avvede.

(Da Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca 2019)

Carlo Giacobbi, L’impegno di gioire

Benedico il giorno, prometto
d’aggirarmi meno lupo, sto alla luce
che è, alzo un saluto, mi accorgo
a poco a poco, d’essere nel mondo
assumo l’impegno di gioire.

(Da Oltre il visibile, Arcipelago Itaca 2019)

Maria Lenti, Fedra a Ippolito

Giovane che sfreni i cavalli,
ti ha colpito la paura non il rimorso,
la mia possessività non la tua Antiope.
Cercami ancora.
La stella del mattino e della sera,
Afrodite,
ti accompagna.
Ti è colomba al fianco.

Giulio Maffii, Il balbettio ferisce più del silenzio

Il balbettio ferisce più del silenzio
Non c’è segno di presenza
la gelida fondamenta del miocardio
risucchia la parola e ogni mutamento
Non è poca la rinuncia o l’offerta
di tempo a un altro tempo
Si nasce si cresce si disprezza
La sopportazione è una forma d’amore silenzioso
non confonderla con le radici
memoria a memoria vanagloria
Siamo tutti legati a pezzi di placenta
I figli appartengono a se stessi
non all’assenza del padre e alla sua storia
La sentenza è sempre stata freudolenta

 

(Da Angina d’Amour, Arcipelago Itaca 2018)

Cristina Bove, Underground

Semiviventi
in quanto a credenziali
saccenterie tra stipiti e stuoini
tra le mani vetrini scoloriti
e sulla testa zucchero filato
o lucidezze d’alopecia a chiazze
a un tavolo _di sbieco_
seduti fanti e santi protettori
e nella poca luce
sedimentate a vita, ombre platoniche
di cui niente si sa, niente si evince
se non la finitezza d’ogni sorte
dagli ibridi parlanti dalle parole obese
dalle follie discromiche
mi allontano _spossata_
vestita solamente del mio dire
ché preferisco tinte delicate
se proprio devo esprimere un pensiero

 

(Da La Simmetria del Vuoto, Arcipelago Itaca Edizioni 2018)

Juan Carlos Mestre, Ciò che so di me

LO QUE SÉ DE MÍ

Yo he nacido aquí junto a las altas lilas del verano
y los verdes racimos amargos de la aurora.

Yo he nacido entre las rosas que han muerto
y el mustio follaje de los jardines de un sueño.

En las transparentes alamedas que canta el ruiseñor
y abre el rocío con su cuchillo de cristal en la mañana.

Como la hoja que cae sobre un sepulcro
yo he pisado al nacer esta piedra y su luz me ha salpicado.

Como el que nace para la música y talla la madera o la roca
y escucha su voz crujir bajo el cincel y no pregunta.

Yo he nacido duro de corazón y equivocado,
pero vosotros me habéis dado la tierna mano de la primavera.

El que sopla las estaciones y hace reverdecer al árbol muerto
ha mirado esta rama joven que no ardía.

Al consumido en su luz y al que el amor destierra
mis días por igual se han parecido.

Como aquel que al entrar en su casa se encuentra con la mar
y goza y es feliz y se queda con ella para siempre.

Yo he nacido aquí antes de que mi corazón se diera cuenta
y una dulce mujer se acercara a mi sombra como madre.

Desde entonces he sido melancólico y triste
porque he contado los astros y la lluvia y la arena.

De lo ajeno he tenido la bondad de la tierra
y de lo mío la nada en su infinita certeza.

He visto a los hombres mirar hacia el cielo
como buscando la vida que junto a ti se les niega.

Y he padecido con el dolor entre todos
y no he cerrado la puerta al florecido en su odio.

Al que marcado con saliva se esconde de los muchos
lo he elegido más cerca de mi corazón que a los otros.

Y he contemplado a los pájaros
resolver en el vuelo el misterio del aire.

Yo he nacido aquí junto a la piedra de Cluny
donde brota el mirto su tallo en la maleza.

Pero no he sido feliz,
mi memoria se ha cansado de llover y esperarte.

Nada pudo la abundante espiga del dolor contra nosotros,
cuanto más me iba, más tu amor me aprisionaba.

Y así he sido claro bajo el sol y también fuente
donde suben a beber desde el fondo del mundo las estatuas.

Y un día, un día como hoy resplandeciente y puro
rozado tal vez por el deseo se acercó a la ventana mi figura.

Y al ver todo transido de pétalo aquel cuerpo
salí como siguiéndola y me perdí en su calle.

Yo te he amado pequeño pueblo entre dos ríos
donde supo mi corazón el don de la palabra y las alondras.

*

CIÒ CHE SO DI ME

Sono nato qui assieme agli alti lilla dell’estate
e ai verdi grappoli amari dell’aurora.

Sono nato tra le rose che sono morte
e il triste fogliame dei giardini di un sogno.

Nei trasparenti arboreti che canta l’usignolo
e apre la rugiada con il suo coltello di cristallo nel mattino.

Come la foglia che cade sopra un sepolcro
al nascere ho pestato questa pietra e la sua luce mi ha cosparso.

Come colui che nasce per la musica e taglia la legna o la roccia
e ascolta la sua voce stridere sotto il cesello e non domanda.

Sono nato duro di cuore ed equivocato,
ma voi mi avete dato la tenera mano della primavera.

Colui che soffia le stagioni e fa rinverdire l’albero morto
ha guardato questo ramo giovane che non ardeva.

Al consumato nella sua luce e a colui che l’amore dissotterra
i miei giorni hanno somigliato uguali.

Come chi entrando nella propria casa s’incontra con il mare
e gode ed è felice e con lui si ferma per sempre.

Sono nato qui prima che il mio cuore si rendesse conto
e una dolce donna si avvicinasse alla mia ombra come madre.

Da allora sono stato melanconico e triste
perché ho contato gli astri e la pioggia e l’arena.

Dell’estraneo ho avuto la bontà della terra
e di mio il nulla nella sua infinita certezza.

Ho visto gli uomini guardare verso il cielo
come cercando la vita che assieme a te si nega.

E ho sofferto con il dolore tra tutti
e non ho chiuso la porta al florido nel suo odio.

A chi marchiato con saliva si nasconde dai molti
l’ho avuto più vicino al mio cuore di tutti gli altri.

E ho contemplato gli uccelli
risolvere nel volo il mistero dell’aria.

Sono nato qui assieme alla pietra di Cluny
dove il fusto del mirto sboccia nel pruneto.

Ma non sono stato felice,
la mia memoria si è stancata di piovere e attenderti.

Nulla poté contro noi l’abbondante spiga del dolore,
più me ne andavo, più il tuo amore mi imprigionava.

E così fui chiaro sotto il sole ed anche fonte
dove salgono a bere dal fondo del mondo le statue.

E un giorno, un giorno come oggi risplendente e puro,
sfiorata forse dal desiderio si avvicinò la mia figura alla finestra.

E al vedere tutto afflitto di petalo quel corpo
uscii come seguendolo e mi persi nella sua strada.

Io ti ho amato piccolo villaggio tra due fiumi
dove il mio cuore apprese il dono della parola e delle allodole.

 

(Da Non importa ormai vivere bensì la vita, a cura di Tomaso Pieragnolo, Arcipelago Itaca 2019)

Riccardo Canaletti, Ora che ti sei portata qualche centimetro più avanti

Ora che ti sei portata qualche centimetro più avanti
dimmi ciò che vedi dalla partenza
dal porto di Napoli non proprio in orario.
Dove vai, poi, oltre il ponte l’inferriata è scivolosa.
Tira la morbidezza della pioggia
cova l’acqua nel mare.
Qualcuno sospetta
che ci siano ancora trenta metri
prima di uscire a largo,
ma nessuno vede più, da un po’,
ciò che si lascia dietro la città
il giallo a mezz’aria sopra i cantieri fermi.
Qualcuno ti ritrova
e anche l’ultimo di noi stasera balla
o vaga per i piani scalzo
ma tu no.
Al buio tu sei lì a fare non so cosa. Ma se recidi i fiori, sappi:
Se strappi i fiori, vivono.

 

(Da Sponde, Arcipelago Itaca 2019)

Lucio Toma, Le prove

Sebbene sappia quanto basti
il repertorio di casi clinici
dalla mia alle vostre vicine
di casa portate via in pochi giorni
con la storia dei miei cari e di ogni corpo
di questo mondo le parole intorno
al mistero della fine che è spavento
da evitare ai bambini sono mostri
buoni per le preghiere di chi va in chiesa
e per le cure del dottore…
ho le prove concrete che un’intera
notte passata sul cesso è già
di per sé una buona condizione
per squadrare la vita e farsene
una squallida idea

 

(Da La strada di Damocle, Arcipelago Itaca 2019)