Monia Gaita, A mio padre

Un altro giorno dal corpo sfiancato,
ancora cieco di un occhio, le vesti strappate,
i campi riarsi senza fili d’erba.

Un altro giorno impraticabile
con il tuo nome confitto nella terra,
il resto della cena che raffredda
e l’esercizio di spargerti in granturco produttivo
su ogni luogo.

E la distanza è una puntura dolorosa,
mi tiene in bilico tra gli sbadigli della sedia
e il foglio bianco.

Non so se arriverà una fortuna postuma per me,
qualche provento di consolazione
su questi ettari di buio
che hanno perduto la lingua e la parola.

Intanto la tua voce continua a fabbricarmi
tuniche di caldo.

La morte refrattaria non si espugna,
il bene reclama una rimessa,
estirpa il cancro dalla base,
ti fa salvo.

(Inedito)