Anna Maria Curci, Sale

Stanza tutta per me è un’espressione
che aggrinza le mie labbra ad un sorriso.
Di rimpianto, tu dici, tu che sai
che l’esclusiva sempre fu preclusa.

Invece l’ho trovata, l’ho inventata
in fogge disadorne eppure piene.
Due reti e un cassettone a soggiornare
con Il trono di legno e La ricerca.

Accolse una poltrona grande e lisa
gli esercizi sgraziati alla chitarra.
Ora è un ramo proteso di ligustro
a guidare lo sguardo, ogni risveglio.

Nelle sale remote puoi entrare
a patto di scostare le cortine
di sfondare i tramezzi in truciolato
di sopportare il peso d’esser sale.

(Da Opera Incerta, L’Arcolaio 2020)

Vittoriano Masciullo, ultima preghiera nel tempio di asakusa

ultima preghiera nel tempio di asakusa
so per chi cosa devi
piove rientri così scrivi
ma col tempo sai anche
questi senza fine giorni
irripetibili più feroci delle spine
infragiliti dalla tosse
col tempo sai la morsa del palmo
in silenzio formicolio che non si
più al buio di quella
delle analisi sangue o
linfa da parte terrei ti servisse
ma cresciuta non più libera
dalla luce suicida
col tempo sai
(vicino i fiori galleggiano
presto verso il bianco
che qui è l’addio)

 

(Da Dicembre dall’alto, L’arcolaio 2018)

Maria Allo, In sogno il vento ha grandi occhi di brina

In sogno il vento ha grandi occhi di brina
Polvere che imprime alle carni
Il disordine del giorno
Dalla gola una voce straripa
Invade l’aria annebbiando
Il corpo immenso del perdono
Qui resiste nel suo calore un grande cuore
Ci detiene e tutti ci contiene
Attendo parole antiche
In questo luogo non c’è
Altro luogo in cui vorrei essere
Ecco come la notte prende il sopravvento
Su tante solitudini straniere
Forse un destino c’è per questo cielo
Vaga già nel buio tra gli ulivi
Sui volti disperati
Ma davanti alla violenza non si cede
Fuori piove

 

(Da Solchi – La parabola si compie nei risvegli, L’Arcolaio 2016)

Anna Maria Curci, Può un acquerello urlare a chi lo guarda

Può un acquerello urlare a chi lo guarda
o resta il suo colore falda piatta
arrangiato conforto all’emergenza
alla simulazione dello scoppio

che s’offre come rito prepagato
– basta una coda al bancomat, è fatta –
centrifuga risciacquo asciugatore
di commedianti lacrime d’autore?

La diceria dell’angelo che guarda
prova da tempo a farsi mio custode.
Se è un canto dal silenzio o di sirene,
sta tra l’ugola e il tubo digerente.

 

(Da Nuove nomenclature, L’arcolaio 2015)

Fabio Michieli, Svelami ora il mistero

svelami ora il mistero
di questi suoni, di queste parole
– «je dirai quelque jour vos naissances latentes…» –
l’incanto di una musica
che mai fu mia se non in neri abbagli
(eppure vorrei che il sole sciogliesse
in un sorriso un risveglio già tardo)
nella luce
tra le mani
un volto che il fragile addio spegne

 

(Da Dire, L’Arcolaio Editore 2019)

Fabio Michieli, Se è il dolore di me che ti spaventa

Ad A. C.

se è il dolore di me che ti spaventa
non ha colpa la mia poesia:
la vita
a volte si fa nera nell’inchiostro
più del nero che incrosta sulla carta

ma la luce che filtra dalla grana
dice a me – nel silenzio – tutto il bello

 

(Da Dire, L’Arcolaio Editore 2019)