Stelvio Di Spigno, I padroni e le creature

Dalle foglie rinasceva la vita, ma un giorno
hanno attaccato in forze, con spot e cannonate,
per devastare
l’asse cigolante della terra, l’umana verità:
il picchio della stazione è morto, le vetrine
esplose, il municipio sbranato.

A che scopo? Era così bella l’erba fiorita,
le pianure epocali, i ragazzi in cammino.
Non c’era ragione. La lingua ora è nel panico,
le strade sventrate, i palazzi e il cielo
un unico ammasso di macerie.

Il potere è in mano loro. Vogliono che viviamo
senza più orecchi, cervello, sentimento,
alla prima ribellione scatenano le armate
della barbarie e della solitudine,
dai virus alla folgore, non risparmiano

corpi tanto inermi, come li volle il Signore,
la bontà della vecchiaia, le ragioni
dei poveri, l’illibata bellezza
di una donna che ansima mentre partorisce,
ogni giorno, ogni ora,
le nuove ondate del mondo.

 

(Da Minimo umano, Marcos y Marcos 2020)

Francesca Del Moro, Oggi ho ripensato

Oggi ho ripensato
a quando gli ho parlato
– lui si è alzato e ha fatto
gomito a gomito
scherzando, come ci si saluta
ai tempi del contagio –
e alla sua frase ripetuta,
tu tutto bene, sì, tutto bene?
e poi i suoi occhi induriti
il corpo fermo che fuggiva
e nel pensiero a un tratto
mi sono vista morta
ho visto il mio viso morto
scavato e tumefatto
spuntare dal vestito rosso
indossato per piacergli
e lui che inorridiva.

 

(Inedito)

Alessandra Familari, Eppure un residuo

Eppure un residuo di voce trapela:
estinta l’acqua nel bicchiere
non si estingue la sete
torna atroce e nuova
come l’ubriaco del quartiere.
Così rincasa – in te – interminata
l’estinzione delle cose,
e ti schiudi allo spazio che entra
e non ti avvolge,
Sapiente silenzio si spande
puro nei pori delle porte
chiuse. Riempie la forma del vuoto
di un vuoto cosciente
E lì voglio stare
nello stralcio di luce
che dalla porta socchiusa s’infila
al confine tacito, schiusa
nello spazio d’aria di una fessura

 

(Inedito)

Corrado Aiello, Tutte queste molecole

Tutte queste molecole
che s’aggregano e
si disgregano
in continuazione
senza un attimo
di fiato
a dirla, la complessità
dell’amore
si fa notte
a viverla
non viene più giorno

Alessandro Cardinale, Vado a lavoro e da lavoro vengo

Vado a lavoro e da lavoro vengo,
ogni tanto conto quel che tengo.
Non serve domandarmi se domani cado;
vengo da lavoro e a lavoro vado

 

(Inedito)

Sonia Caporossi, Privativi

(Da Taccuino dell’urlo, Marco Saya Edizioni 2020)

Gerardo Masuccio, E non mi scuote il punto di domanda

E non mi scuote il punto di domanda:
che il peccato sia un dono o una colpa
è il dilemma del folle,
che l’amore sia un fiume
cui manca la foce – o la fonte –
è l’inganno del mite.

Questo mio sopravvivermi invece
non trova risposta
tra la polvere e i piatti di carta,
nell’istinto dell’acqua e del sonno.

E si nutre – spiraglio taciuto –
del tiepido gelo
d’esser qui, ma per sbaglio.

 

(Da Fin qui visse un uomo, Interno Poesia 2020)

Dimitri Milleri, La gerarchia delle valute

La gerarchia delle valute, il trust, le transazioni
e il decumano, e i buoni e il cardo illimpidiscono
nel fitto della spiaggia.
Non è erroneo nei nomi dei lidi l’ammiccamento
all’Est citato male: qui il nirvana
muove da un vuoto proposizionale, cambia segno,
vuole il rituale rigido, il gesto muto, cerca
l’estuario della specie.
Diventa fede discreta: sbriciola sul volto
di chi la dice,
fonda reliquie misere:
la cassa, il tanga, il flyer, la prevendita
col santo e la risata composta.
Ci entrano dentro come l’olio nell’acqua, cercando
l’andatura più esatta, un volto buono, ma le cause,
la relazione e il senso a forza si ritraggono
coi gasteropodi nei pyrex.

 

(Da Sistemi, Interno Poesia 2020)

Raffaela Fazio, “Sono vecchia” ti ho detto

(per S.)

“Sono vecchia” ti ho detto
cosciente di quanto
mi fossi in altri
perduta.

Eppure ho tremato
come mai prima

come mai trema
qualcosa che è vecchio

come sussulta soltanto
ciò che nuovissimo spunta
da sotto
sbalzato dal vuoto
che lui stesso proietta.

 

(Inedito)

Marco Giovenale, né mistero nei viaggiatori

né mistero nei viaggiatori
locali, con i borselli a ordito onesto
neri laminati, beaux temps,
e la plastica del berretto, sua falda tutta scoria.
non fa, non fanno, storia. venti, trenta
secoli e una parte di urto antropico non è
variato; genera dal sonno, dorme, scorta
il sacco, torna
indietro, sotto le polveri vulcaniche
– muore nella pagina di paglia per paura
dell’eclisse, prima che finisca.
culla, non cura

 

(Da Quasi tutti, Edizioni Polimata 2010)