Marco Aragno, Abbiamo difeso la nostra infanzia

Abbiamo difeso la nostra infanzia
in un pugno di casupole bianche
tufo aggrappato al dorso della roccia
esposto al passaggio delle stagioni.
L’abbiamo difesa in una stanza
riscaldandoci al fuoco serale
che riaccende questi volti come faceva
con le facce dei nostri padri.
Altri, invece, tentarono la sorte
attratti dalla grandezza della valle;
violarono il cuore delle foreste
che li sedusse col palpito del verde
e rubò la vita a uomini e animali.

 

(Da Terra di mezzo, Raffaelli 2015)

Oscar Hahn, Tanto vanno i fantasma all’acqua

Tanto vanno i fantasma all’acqua
che alla fine si bagnano

tanto va l’acqua ai fantasmi
che alla fine evapora
io il fantasma tu l’acqua

Mi inonda la tua umidità
fino a tramutarmi in acqua

Ma solo tu evapori.

 

(Da Mal d’amore, Raffaelli 2017)

Raffaela Fazio, Dal roveto

Dal roveto
“Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?»” (Es 3,13).

Io-ci-sono-io-ci-sarò:
non ti lascio
e non sono ancora
tutto.

Come un nido è il mio Nome
che cresce con l’uomo.
In me
c’è spazio per il grido
la lode
il dubbio.

Torna se vuoi.
Se puoi spicca il volo.
Se anche mi scordi
non sarai mai
solo.

 

(Da Midbar, Raffaelli Editore 2019)

Federica Volpe, Guardarsi nel pozzo

Guardarsi nel pozzo cieco d’uno specchio e non sapere
se ci si vuole ora comprensivi o comprensibili.
Non so se gli anni hanno tolto o messo nella ruga,
so che questo buio è voce muta, è presenza manca
–mi guarda vitrea ciò che sono, e io ferma a non sapere–.

 

(Da Parole per restare, Raffaelli Editore 2016)

Raffaela Fazio, Dabar

Ogni parola è un passo.
Cambia nel dirsi e nell’ascolto
come una distanza
raggiunta con il corpo
e superata.
Fonda flessuosa luce le cresce dentro
se in alto
o nella misura dell’appoggio
più spazio riesce a separare
l’immagine dal nome.

E il nome pronunciato
è già percorso.
Non c’è certezza di un inizio
sul cammino.
L’origine ci sfugge
come l’istante
in cui tutta la lingua si dispiega
e il bambino
di colpo sa parlare.

Ogni parola è un balbettare
forte dell’inciampo
con cui il suono
l’invera mano a mano.

Nasce dal deserto e non lo lascia:
mentre lo attraversa
ne spinge il confine più lontano.
E nel silenzio si vede
riflessa, incinta di echi
come il profeta
che muore
carico di futuro
sulla soglia
della terra promessa.

(Da Midbar, Raffaelli Editore 2019)

Massimo Morasso, Se chiudo gli occhi

Se chiudo gli occhi
penso a una costruzione della gioia,
qualcosa come un’alta cattedrale fatta d’anime
che abitano nell’aria in preda al sogno
di un altro mondo, più essenziale, dietro al nostro.
Qui, invece, l’erba si dissangua fra le pietre,
e io faccio fatica a immaginarmi
cosa significa uno scambio con il cielo,
l’impronta di una scarpa sul muretto oltre le lapidi
le tracce di un dolore che ora sento
vibrare nel respiro che è di tutti, cuore a cuore…
Mi ricordo le sere senza pioggia.
Colline, in fondo alla carraia, un’auto immobile sul prato,
la strada per Soriasco, Francesco appena nato, cose piccole.
Come ci parlano le ore del raccolto…
I grappoli che ho scelto, i chicchi che ho lanciato verso gli angeli
nascosti fra i filari, tenendomi ai vitigni,
pensando a Orazio come a un’anima spaurita
che sciama in mezzo a schiere senza corpo e forma
eppure qui, nel tempo,
segno di un’orbita che è in noi, che insiste dentro la speranza
stretta all’istante come a un impalpabile
fertile permanenza dell’amore.

 

(Da Viatico, Raffaelli Editori 2011)

Isabella Serra, Sapesse la notte dove finisce

Sapesse la notte dove finisce
quando il soffio non la sfiora,
non ritorna, né si trasforma in giorno
ma sparisce, senza traccia della sua aria,
solo stelle che si spengono davanti al cielo
mentre fumo e guardo, seduta sul balcone.

 

(Da Notte, Raffaelli Editore 2016)

Isabella Serra, Le vie sono così stanche

Le vie sono così stanche
e io non ho più paura di trovarti,
scende la sera sulle betulle bianche,
scende la sera sulle cupole azzurre,
solo la neve sa di saperti.

(Da Notte, Raffaelli Editore 2016)

Fosca Massucco, Non c’è differenza con il carro bestiame

Non c’è differenza con il carro bestiame –

ritorno inanime dal mattatoio,

lo scivolo lieve sull’anello cittadino.

L’aria si sperde tra le camere del cassone

con la compiutezza ineluttabile

del vuoto – smarrisce gli odori nel cammino,

non oscilla al fiato di condensa.

 

Sono il giusto, ripetevi, getto in mare

cavallo e cavaliere – con bracci d’equilibrio

ondeggio intonando l’eterofono

e accordo l’assoluta inconsistenza.

Per te sono il sentiero –

spazio tra via e banchina,

il compiuto accomodamento

del vilucchio alla tua terra.

 

D’improvviso domandavi: “Com’è il vuoto

visto da dentro?

 

(Da Per Distratta Sottrazione, Raffaelli Editore 2015)

Marco Scarpa, Si direbbe un moto ondoso

… si direbbe un moto ondoso, un vagito
trattenuto, di cenere un cumulo
svanito con un soffio, spalmato
su più terra di quella calpestata.
Si direbbe sia sano dubitare con acume.
Poi piani, terrazze,
stenti a divergere, spazi
in memoria d’altri spazi. Poi
rimane il detto, si sarebbe dovuto
e il dovere ritomba la colpa
dei sensi, la più disgraziata.

(Da Mac’ero, Raffaelli Editore 2012)