Francesca Del Moro, Giuliana

Se mi rovesci in testa il pentolone
si fonderà l’orecchio con la guancia
l’occhio si incastrerà nella fronte
il naso mi colerà sulle labbra.

Riplasmerai tu il dolce viso
che ti condusse un giorno a farmi sposa?

Inciderai col bulino la fanghiglia secca
mi rifarai più bella?

E se poi mi spaccherai come noce
sgranandomi i gherigli delle ossa
come farai a trovarmi i fianchi
per posarvi, di notte, le tue mani?

Oggi le nozze sono consumate
oggi rinnoviamo le promesse.

Sulle mie bianche scapole ricade
tutta scintillante la veste nuziale.
Una musica sale, iniziano le danze.

Quale ballerina avrà vita più sottile
e così esili braccia e dita tanto filiformi?
Chi mai infilerà con altrettanta eleganza
nello scarpino il piede affusolato?

Offerte flessuose alle tue dita
le trentaquattro vertebre ondeggiano
vedi il perfetto candore
della cipria che m’imbelletta?
Vedi come biancheggia
la collana dello sterno?
Com’è delizioso il corpetto
del costato che mi adorna?

E le giunture delle falangi
lo vedi come m’inanellano?
Che bel bracciale di perla
splende tra l’omero e l’ulna?

Quale ballerina mai danzerà più leggera?
Quasi senza peso alle tue braccia
volteggio, piroetto, arabescando nell’aria.

Come incanta la grazia dell’umana armatura!
La carne è effimera e lo scheletro
è fatto per nutrire una passione duratura.

Mio caro, come vuoi, mi ti concedo
entra in me senza sforzo, sono cava.
Orsù ripeti la parola amore
rinnovami gli eterni giuramenti
immergi gli occhi nell’abisso dei miei occhi
posami un bacio, a suggello, sui denti.

 

(Da La Statura della palma. Canti di martiri antiche, Edizioni Cofine 2019)

Francesca Del Moro, Matrix 2100

Il dispositivo è dentro di te e ti sta sognando.
Le pupille saettano comandi a ripetizione
e ti illudi di muovere l’escrescenza vermiforme
del tronco la vedi carezzare il caro volto
echeggiano applausi nel cranio sei bravo
lucciolette si accendono e spengono tutto intorno
sei bravo i sacchi lacrimali ti si commuovono
in scaglie di pianto ti fioriscono le guance irruvidite
color del metallo provi ancora l’amore è per quello
che vivi per quello che ti trema il corpo affusolato
h 24 confitto h 24 alimentato h 24 riscaldante
senza bisogno di alcuna fatica senza sofferenza
alcuna il corpo finalmente comodo comodo
il dispositivo in te perpetuamente fibrillante.

 

(Inedito)

Francesca Del Moro, ho comprato le lenzuola

Ho comprato le lenzuola
il copriletto gli asciugamani
gli accappatoi ho scelto tutto
con cura ho ponderato bene
quale musica suonare, Hindi Zahra,
perché forse non la conosci
e infonde energia positiva
mi sono alzata all’alba ho preparato
un riso e un’insalata particolari
perché vuoi stare leggero
ho tostato le mandorle infornato
la schiacciata condito le friselle
ho preparato la zona aperitivo
e quella pranzo in giardino
ho immaginato i tuoi passi
dall’una all’altra le parole
da dirti ho esposto i libri
i dvd e i dischi più belli
mi sono fermata ogni tanto
per sciogliere il respiro
fermo nella gola ricacciare
indietro il pianto – quanto
ti ho aspettato, quanto –
ho infilato in una borsa
qualche volume e un vinile
da donarti ho fatto il bagno,
ho avvolto il mio corpo
nella crema agli agrumi,
nel profumo abbinato,
ho messo l’intimo di pizzo bianco
appena comprato, lentamente
mi sono pettinata truccata le labbra,
solo quelle come sempre, ho indossato
un abito blu e una collana crema
come le scarpe col piccolo tacco
ho provato i miei movimenti
l’accoglienza il benvenuto
l’abbraccio i possibili argomenti
la casa ordinata è bagnata di luce
mi rallenta il battito accelerato
mi calma le gambe che tremano
dalle mie mani l’amore si irradia
indora ogni oggetto ogni superficie
nell’amore ogni cosa risplende

 

(Da Una piccolissima morte, Edizionifolli 2017)

Francesca Del Moro, Dicono noi dobbiamo

Dicono noi dobbiamo
e tu non capisci
non sai chi noi siamo
in questi spazi invasi
dal discorde tam tam
lo sbattere dei piedi
sulla propria mattonella.
La rivolta neanche a parole
che si è così presi
a spezzare il verbo in quattro
a umiliarne il valore.
Non sai chi noi siamo
tra tutte le pagliuzze
da cercarsi negli occhi
le mille dita puntate
le mitragliate a salve.
Non sai chi noi siamo
tra gli o tempora o mores
con il dorso del polso
languido sulla fronte
la schiena che s’inarca
e trova breve sollievo
per poi piegarsi al padrone.

(Gli Obbedienti, Cicorivolta Edizioni 2016)