Giuseppe Marrone, Ti sedesti di lato

Ti sedesti di lato, con la luce
immobile e fredda a tagliarti il viso.
Parlammo senza voce, senza vita,
farfugliando infeconde insensatezze
come bozzoli vuoti e rinsecchiti.
Ci tenemmo attaccati ancora un giorno,
eppure da tempo eravamo soli.

 

(Da Sulla riva, Oèdipus Edizioni 2018)

Lorenzo Foltran, La ruota sull’asfalto ti cancella

La ruota sull’asfalto ti cancella,
l’acuto dell’attrito
spazza via l’apparenza e il dormiveglia,
la carezza ai capelli
(sfiora nel buio una frangia di vuoto)
come cieco ricordo.
È in questa falsa cecità che cerco
ciò che ho sempre perduto,
l’ultimo appiglio a quella tua figura
da passato recente
che non conosco più se non distante.
E non trovo nient’altro.
Sconforto: quello che mi è stato tolto
è rubato anche in sogno.

 

(Da In tasca la paura di volare, Oèdipus Edizioni 2018)

Antonio Bux, 22-07-15-21:22

Le punte
più piccole
delle stelle gli archi
fragili e i cosmi
lasciati vuoti
per noi
sovrappongono
rapidi
aurore intere
vicino agli esseri
e le mani per un attimo
splendono
e gli occhi dominati
dai pianeti
dal silenzio di miliardi
di anni luce
scintillano
altrove e sanno
com’è minore
vivere
senza vedere
ciò che resiste

(Da Gabbie In Codice, Oèdipus Edizioni 2017)

Giuseppe Marrone, Nemmeno lo ricordi più il giardino

Nemmeno lo ricordi più il giardino
degli aranci dove ci capitò
quasi per sbaglio d’andare a giocare
in giorni insospettati e insospettabili,
e nemmeno ti attraversa il ricordo
delle stagioni trascorse guardando
l’assorto sbocciare di alberi e fiori.
Vi costruiranno un nuovo parcheggio
e già il suolo è stato disalberato,
evirato nel profondo dell’intimo,
spianato e ricoperto di cemento.
La città che ci ha innalzati alla vita
conosce partenze ma non ritorni.

 

(Da Sulla riva, Oèdipus Edizioni 2018)

Lorenzo Foltran, Ora un po’ timorosa ti domandi

Ora un po’ timorosa ti domandi
che cosa devo dirti,
scivolando sul velo dei capelli,
quale mistero o storia.
Non molto in vero, solo che al museo
riempivi quelle stanze
vuote e pronte ad accogliere qualcosa
con te e la tua risata
(a questo punto mi hai chiamato in treno,
ma adesso non importa).
Davvero, cosa c’era da vedere
l’ha riflesso uno specchio,
quello che c’era da sentire un altro.
E non te ne sei accorta.

 

(Da In tasca la paura di volare, Oèdipus Edizioni 2018)

Fernando Della Posta, E’ di quella irata sicurezza

È di quella irata sicurezza
che ho paura, di quella convinzione
universale che ogni cosa
debba avere un proprio posto
un proprio naturale incastro.
Quel matematico postulare
per cui le curve asintotiche
non debbano mai toccare
il loro mare.

 

(Da Voltacielo, Oèdipus Edizioni 2018)

Fernando Della Posta, Le belle ragazze

Le belle ragazze non escono mai
alle sei di mattina. Non affollano
la metropolitana. Tuttavia qualche scampolo
di bellezza, fa capolino fra i colli e i menti,
sotto gli orecchi, all’ultima piega delle vesti
delle donne sui banchi dei tramvai semivuoti.

E i ginocchi sotto gli orli delle gonne d’estate,
la freschezza dei tratti di pelle in salute,
le scarpe basse, che richiamano certe voglie di fughe
come la colazione di Manet.

 

(Da Voltacielo, Oèdipus Edizioni 2018)

Andrea Raos, Fuori dal laboratorio

La terra esplodeva, ancora una volta. Sono milioni di millenni
in piena, per completa frantumazione
si riversano per terra – esplode, esplosa:
“nella dolcezza, nell’amore,
né la dolcezza né l’amore
stanno – non sopporta più niente,
la vita, non sopporta niente”
“venite, attraversiamo” – traversando
“volo d’animali,
l’immenso il più disteso
non ho mai visto un altro fiume” – con l’amore
come l’acqua, com’è acqua,
colma di leggera, come fuga
a malapena, a stento volo, che non vuole,
che non prende il volo. Sprofondano dentro la terra,
cascate di roccia che la roccia, voragine che dentro la voragine,
da quella stretta che, dentro, alleva,
morso dalla morsa della pietra:
“trasvolando che sento, che cadrò”.
La roccia si solleva, esplode il suolo,
si fa lava, bolle, folle:
è trasvolando che cadendo, sciame dopo sciame,
tutto passa.
Ed ora che passato
passava tutto, intero, per intero,
e su ciò che diventa, si avventa:
l’orso piccolo strappato, che confuso, dalla madre,
alla madre, ombra,
l’orso da poco nato che spaventa
ancora il mondo (che da adulti rende muti senza spaventare, è lì e
basta, è cosa che succede, uccide),
che zampetta e uggiola un po’ debole, un po’ mite – è via
dalla madre
ombra, d’ombra
“ti ho sognata ma eri già morta,
ti ho sognata ma non eri niente, un agitare
di follicoli, estinzioni, di parentesi”
cosa, oh cosa di sangue e di niente, ad annerire ora,
cosa significa restare in vita?
che cosa strazia ora questa
mano, mano che non tiene? questa gola?
capivi che ne usciva suono, nel frastuono,
non perché la vibrazione arriva,
non vedi il battere
e ribattere laringe, strepito –
è il corpo intero che si chiude esplode,
ricontrae, riesplode, nel riaccelerare che il respiro,
per respirare, spira, che i polmoni,
nel vibrare, emettono, riemettere
con tutta la carne che li chiude
mentre, ancora (e come morde, come tremito, che trema)
e nuovamente, intanto,
affollano il nascere i morenti, si affollano, al disnascere, smorenti
– l’orso piccolo, già morto, muore ancora,
cosa nasce?
l’ape pazza che attraversa, il corpo,
cosa non nasce?
sono soli, ora, il vuoto, accerchia l’erba,
verso cui, già piega, verso dove
la terra serba il pianto che le spetta,
cosa nasce e non nasce?
allontana, l’allontanarsi altrove, il numero
di api-sciame, innumerevole –
cosa né nasce né non nasce?
“Non posso, pure, non passare, vero?”

 

(Da Le api migratori, Oedipus 2007)

Alessandra Carnaroli, Mio figlio sepolto sotto metri di neve

Mio figlio sepolto sotto
metri di neve
neppure il cane
migliore amico dell’uomo
Fedele
lo stana
si salverà con acqua lete
mangiando monoporzioni di nutella
fruttini e fette biscottate
Aspettiamo il miracolo
un angelo a forma di nuvola
sopra l’hotel rigopiano
un soccorritore
anche nigeriano

 

(Da Ex-voto, Oèdipus Edizioni 2018)

Laura Liberale, E dunque lei muore

E dunque lei muore.
Un altro mistero s’ingrotta
di donna consanguinea
di stele che non aprì alfabeti.

Finisce in piaga la carne:
la consunzione come punta
di un iceberg familiare.

 

(Da La disponibilità della nostra carne, Oèdipus 2017)