Donatella Bisutti, Canto Del Verde

Mondo arboreo equoreo
bocche di corolle botanici parasoli
trasmigranti dal mare alla terra
intrecciarsi di verdi serpenti squamati
arborescenze infiorescenze luminescenze
tenere gemme emerse dagli abissi sul dorso dei grandi cetacei
mutazioni geologiche nel molle strisciare di un bruco
che hanno disertato la nostra memoria ma ancora
ci scorrono sotterranee nel sangue se solo
decidiamo di prestarvi ascolto
nei panni scuciti
delle nostre parole

Rami che danzano battelli ebbri nel polline dell’aria
le foglie che pendono dai rami pesci lucenti
un formicolare di silenziose
infinite gradazioni del verde
le infinite coniugazioni del silenzio
nell’oscurità indecifrabile delle nervature

Sillabario d’erba
e lo stilo dei pistilli
ombra luce sinuoso
lamine di un labirinto lucente e sfuggente
foglie come zampe palmate
o mani protese
ad attutire la caduta della goccia
aperte a ricevere
ciò che è destinato a fuggire via trascolorando

Non sapremo mai
quello che veramente significano
queste infiorescenze di lucertole
questi mazzi di calici abitati dagli insetti
questo strisciare e protendersi più vivo
di qualsiasi movimento animale
queste immobili corse furiose
del verde spalancato a misurare l’azzurro

O forse solo da quando abbiamo abbandonato la forma arborea
per diventare animali che danno e ricevono morte
da quando abbiamo dismesso la nostra prima natura di foglie
per emettere suoni diversi da quelli del vento
diversi dai canti degli uccelli posati come frutti sui rami
frutti di piume che dondolano
lanugine verde equorea arborea canora

Ah verde vegetale vegetale verde
quanto sei estraneo e inaudito eppure
quanto ti apparteniamo ancora e nonostante tutto
nel fondo delle nostre viscere di sangue oscuro
quanto ti intrecci nelle ramificazioni dei nostri polmoni
quanto fiorisci sulle nostre labbra
quanto batte il becco dell’uccello sulla corteccia ispessita del nostro cuore
ah intrico labirintico del pensiero
ah lucertole sfuggite dal greto d’erba dei nostri sogni
ah verdi lance delle nostre perdute battaglie
azzurri licheni della memoria
aghi confitti nella pelle
da un vento che inutilmente gonfia
i nostri desideri
disperazioni e speranze
poema del verdazzurro e del glauco
poema del fruscio
e delle raffiche
poema della verde aureolata tempesta
del troppo umido e del troppo secco
dell’arbusto e del fiore senza nome
del leccio e del pitosforo
dell’alloro della robinia dell’acanto
dell’umile timo
e del trilobato trifoglio
su cui cammina la coccinella di una breve fortuna
prima di trasvolare

Accoglici, oh verde
consolaci dei tuoi aròmati
poni la frescura aliena della tua mano
sulla nostra fronte affaticata
e bruciante.

(Da  Rosa Alchemica, Crocetti editore 2011)

Maria Grazia Calandrone, giardino della gioia originaria

la tua carne nascente come una fiamma nella fiamma verde della campagna
io non credo ai miei occhi

vedo il bronzo dorato
del corpo che si accosta
io non credo ai miei occhi

estrai oro volatile
dal tuo petto capace di provare amore e mi dici tra i baci è un miracolo
io non credo ai miei occhi

tutta l’erba e l’intero profumo della campagna sono stupore

questo pane lasciato nell’erba è stupore e lo è la bottiglia che schiuma sui fiori

non ti asciughi la bocca
la tua bellezza è senza sbarramento

nel mio sangue c’è spazio senza dominio, e dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo

te l’avevo già detto
in città, ti ricordi? guarda, il mondo è grandissimo, è il tuo amore che si è fatto spazio

nuda a metà, l’asciugamano in spalla
cammini
con la carne rinata dai miei baci

con piedi da bambina
sali le scale,
sali a sentire dove comincia l’anima di una creatura viva

nel luogo cruciale
c’è un grande silenzio
e un ronzio di zanzare
l’oro delle tue labbra
la bianca oscillazione del tuo sangue

dal corpo amato affiora
un chiaro che trabocca,
tutto il corpo fa un suono di mare
come batte il tuo cuore
e nel mio sangue splende la stessa luce

ogni tanto ridiamo della mia pena
che non esistano parole più grandi

se io potessi aprirei il mio petto, ti ricordi?

invento io le parole
invento tutto il mondo
per farti felice

poi, ti ho lasciata andare come volevi

non andare, dicevo, mi manca
cosa sono con te, questa cosa
capace, questo spazio assolato che diventa il tuo bene

non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona
circostante doleva
e il silenzio raschiava come una lima e completava l’opera spontanea del dolore

quale eco, che luna, quale zolla, quale cratere, quale
fra le alte stelle della notte che hanno illuminato la tua bocca ancora
felice per l’amore, che pietoso pianeta
si è mosso a compassione? cosa ha avuto bontà?

il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale

alba che oscilli sulle cose mortali quando si svegliano
come se non dovessero morire
questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano anni a tornare
carne che vuole essere ancora benedetta dai baci, non lasciarla mai sola

9.7.14

 

(Da Serie Fossile, Crocetti Editore 2015)

Pierluigi Cappello, Assetto di Volo

A Gino Lorio, in memoria

Con lui venivano una determinazione feroce
dalla camera alla palestra
i cento metri percorsi in cinque minuti,
con una tensione di motore imballato
tutta la forza del suo corpo spastico
ribellata alla forza di gravità.

Sant’Agostino diceva che perfezione
è la carne che si fa spirito, lo spirito che si fa carne
ma non è vero: ogni mattina i puntali delle stampelle
scivolano metro a metro per guadagnarne cento
ogni mattina lo spirito è tagliato via da quel corpo,
dalle suole strascicanti e dalle nocche strette,
bianche sull’impugnatura,
ogni mattina dal dorso di lottatore
si stacca un collo di tendini tesi e redini allentate
un urlo chiuso nella sua profondità,
perfetto nella sua separazione.

E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti
e dentro la parola andare la parola compimento
e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento
mentre la volontà conquista le giornate a morsi,
schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera
schiaffo dopo schiaffo chiglia in piena bufera.

Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,
un dio non assiso in mezzo agli sconfitti
ma così in tutta bellezza lo posso immaginare
come un bambino alle prime pedalate,
reggilo, eccolo, tienilo così – adesso tiene
uniti la terra e il cielo dell’estate
non sbanda più, vince, è in equilibrio,
vola via.

 

(Da Assetto di volo, Crocetti Editore, Milano 2006)

Maria Grazia Calandrone, Poniamo il caso della gratitudine

Poniamo il caso della gratitudine

 

Chiamiamo A il donatore.

Chiamiamo B il destinatario del dono.

A cammina verso la casa di B portando in dono a B una cosa severa, concentrica e importante:

qualcosa

di equivalente a una possibilità di dilatarsi, a un liquido per la compassione

e per ciò A sente il petto come una nave ferma nella luce.

A prevede la gioia che darà a B, anticipa l’abbraccio che solleverà ciascuno dei due amici più in alto di se stesso quando è solo.

A si avvicina alla casa di B e sorride da solo.

A non sa che nella bocca di B si è formata una sacca di silenzio, dura come la capsula di un dente, infetta come la sua inattesa

suppurazione. Niente ha ancora guarito quel male. Non i ragionamenti sulle opportunità. Non l’amore che, dopo, è venuto a salvare: se l’amore non salva e non guarisce, se l’amore può solo

indicare

la direzione. Ora

o mai più: dove puntava

la scaglia d’oro dell’unica freccia. La tua vita è quello che mi hai fatto. Lo splendente disastro

che hai fatto

di me. Un follicolo inerte

che ha manifestato il suo sorriso

una volta. All’insaputa di A nella bocca di B si nasconde una infermità: sulle salivari

di B preme una ghiandola di fallimento

la cova velenosa di un ascesso.

A non sa che il cuore di B è una bilancia e che B ha mandato a memoria il minuzioso elenco degli oggetti dati. Tutto il cuore di B è in abbandono. Questo è senza rimedio. Questo fossile nel mio petto sanguina

le sue pareti colano rimpianto. Il bene che mi porti è solo eco

del mio amore perduto. Io sono della specie

che non dimentica – dunque

perde natura. A non sa che B è incapace di privarsi di qualcosa e poi dimenticare, di trasformare tutta la mancanza in combustione.

Dunque B non riconosce la gratuità del dono e nel dono di A legge una inumana perturbazione

e una cruda, una acidula affermazione di potere

da parte di A. B intravede l’aguzzo di una chiglia che separa la calma del mare. Ci è voluto

tutto il mare, per coprire la solitudine di B. Così, avviene che:

  1. B allontani con rancore A dalla propria casa, B si disfi con violento disprezzo di A, che lo ama;

dopo avere smantellato l’ingombro del dono di A, B si impegni nel denigrare A per affermare la propria libertà dal bisogno che il dono di A gli ha rivelato.

A ha involontariamente dimostrato di sapere cose sul passato di B che B non vorrà conoscere

mai più. B sa che adesso è tardi per l’amore. B rimarrà fedele alla siccità. B ha posato una copertura nera senza fiamme dove stava

tutta la fioritura.

Il silenzio del cuore rassicura B. Il nero gotico delle albe, la spelonca vuota, il muto

concerto dei morti. Il vuoto è privo di contrasto: una completa assenza di contrasto

circola nella linfa dei fantasmi. Il fantasma ha espressioni circolari.

Il fantasma è soggetto come un arbusto di dolore al sole incostante del capriccio di B.

B non mette nella bocca del fantasma il tralcio aguzzo della parola: l’esca viva.

La parola farebbe sanguinare anche il fantasma.

B mette nella bocca del fantasma una ruota bianca di silenzio.

A vedeva i fantasmi di B stretti e muti sul cuore di Buio.

Uno scenario esangue.

A è composto di fango e di pastura. A è del tutto

compromesso con la vita. Il suo cuore è un fattore algebrico sanguinante. Rosso come un’appoggiatura patetica. Ogni vita lo culla e lo tradisce. A prova rabbia, umiliazione, gioia e spavento. Canta, piange, è soprattutto nascente. Germinativo.

Amore porta in dono Amore. Amore

porta nudità

trasparenza e umiltà di Amore. Niente altro.

Da principio Buio ammirava il perpetuo devolversi di Amore. Prima che la moltiplicazione di Amore cominciasse a manifestare la sottrazione di Buio.

Scacciando Amore con malanimo Buio richiude la crepa, asciuga la paurosa infiltrazione del sangue, quel profumo di nettare che piegherebbe il capo sulla terra e piegherebbe le ginocchia

nell’odore dei tigli, riconferma un’avara superiorità sul proprio deserto:

scempio, se vogliamo chiamarlo col suo nome. Buio non desidera desiderare. Buio non intende

essere turbato

dal vano impulso alla generazione. Buio, dopo quella notte

di impassibili mantici di sangue rovesciati

a sfiatare nel buio

esoterico dell’isola, dice a se stesso che a generare sono buoni tutti

i pedissequi e gli inetti, triste animule prive

di libertà e coraggio, spiriti facili e senza spessori

che si tirano dietro il mondo

secondo la legge

di attrazione dell’ovvio. Giogo della natura. Niente di più insipiente.

Buio si ritiene molto esotico. Buio dice che solo Buio è veramente libero. A questo punto A dovrebbe morsicare B con sapido trasporto

e mostrargli il sedere. Ma qui si vuole dimostrare

come perdonare una ingratitudine.

Sembra niente ricevere un dono ed esserne grati. La vita, per dire. E invece. Così avviene che:

  1. Spaccato il primo guscio di dolore

tutta la cera del cuore di A venga accesa da una compassione per il cuore di B, così privo di questa compresenza ronzante e buona

di fiori e api, della plastica altezza

della fiducia. A piange per il petto di B che ospita un sordo

magma – e così

definitivamente solo. Dunque:

  1. A non ha smesso di amare B. Eppure
  2. B non smetterà di essere solo.

 

Buio ha appena richiuso la porta alle spalle di Amore e per un breve istante dice questo. Poi

dimentica.

Detto di Buio:

 

Amore, se spacchi il mio cuore con il tuo dono intravedi le tracce

della vita che lo attraversava. Questo è senza rimedio. Via da me questo scempio! Vattene, lasciami rimarginare: questo fossile sanguina

nel mio petto – tutto il costato cola dall’interno

il suo rimorso – stalattiti di lacrime ghiacciate

da quell’ultima notte di modestia, quando ero

ancora così docile

devoto

e naturale da ricevere tutti i tuoi baci

come una logica consolazione. Con quale senso di opportunità e di cosa ben fatta io ricevevo

in tutto il corpo la consolazione dei tuoi baci. Allontana da me

il graffito di bestia del tuo nome: l’incisione che sgocciola

sul piatto

un tatuaggio di diavoli e di angeli

compenetrati. Allontana da me!

questa incoerente liquefazione, questa tardiva attesa, questa impressione di meritare ancora

la feroce bellezza della vita: disattenta

e incostante. Lo vedi: il risultato di ogni cosa

è che muore. Solo il lutto è rassicurante

e perfetto. Divino. Solo il lutto

è immutabile e fedele. Tutto il bene che porti è buia eco

del bene perduto. Disamorata eco. Niente regge il confronto con il morto.

Il Dio morto, il Dio vero, il Dio divino, il più Dio

di te, Eros, indecoroso caprone! Mendicante! Sei un’infelice emorragia di nuvole, il groviglio di un

    parto di bestia

che sfonda gli sterpi. Membra insolenti, zampe che affondano in quote di fango, striscia di sangue

sulla pelliccia, versamento di organi vivi

dall’interno del corpo: fertilità che prova

la prevaricazione di una specie dannata. Sei l’indugio che non permette al morto di morire, il picco in basso della sua idiozia. E quello urla e non ha più giustizia. Non riconosce il ferro della legge. Stacca! dalla lingua del morto il residuo fetale

della combustione di un melo

che fu nutriente. La mia lingua era tutta fiammeggiante. Stupido, ridicolo, languido

amore: tutto tremante, tutto sospiroso, tutto illuso di essere vivo. Vattene, lasciami rimarginare! Chiudi la terra! Chiudi l’imboccatura alle tue spalle. Mondami! Tutte le rose hanno esasperato il

    loro male

sul mio corpo soggetto

alla rosa letale

del tempo. Vattene!

e io dimentico. Io non sono più vivo.                                                                         

 

Roma, 1-3 giugno 2011

 (Da Il bene morale, di prossima uscita per Crocetti Editore)