Raffaele Castelli, Il vizio della caduta planare

Quarantacinquesimo farsi sera
all’uggia d’un tratto immaginato
dalla presenza di una persona
sul Parallelo dell’isolamento
geografico, fisico. Umano
fatto di quanta chimica contiene
quanto possono le scarne speranze
morderne e addentarne le spoglie.
Basta non toccare. Non respirare.
Non azzardarsi al sentir dolore.
A guardar bene scorgi vitalità
nei giovani ignari del domani
che dicono lingue senza frontiere
seduti a distanza di certezza:
il quarto stato della materia
la parte liquida del nostro sangue
o del suo fluire nel monitor
dell’impalpabile volubilità.
Quindi non toccarmi. Non respirarmi.
Sono l’avvento del tuo sapere.
Sono il tuo intelletto scemo
la sepsi della connessione certa
il guasto nella tunica griffata
la contaminazione del prodotto
la corruzione nella rotazione
l’infezione ronzante d’un insetto.
Il vizio della caduta planare

 

(Da La zona rossa, Transeuropa 2020)

Marco Tufano, Si scriveva con le dita in corsivo l’incognita

Si scriveva con le dita in corsivo l’incognita
insopportabile per te, che leggevi nell’aria
i miei dolori e le insofferenze inconsistenti
ferme al centro del petto e poco più in là.
È terra di confine l’anima mia, trincea
disarmata, calco di tallone sulla sabbia.

 

(Da Granito e bauxite, Transeuropa 2020)

Marco Tufano, Cosa rimane sui basamenti delle nostre sagome

Cosa rimane sui basamenti delle nostre sagome
se ci lasciamo scolpire fin dentro agli organi interni,
alle convulsive linee linfatiche.
Facciamo che ci penetri la mano delle divinità
che sono per noi áncora al terriccio umido,
ai fanghi mobili dell’ incompletezza per un dono
di disequilibrio. Così mentre oscillo sulle mie
ginocchia di granito, mi creo ed esisto.

 

(Da Granito e bauxite, Transeuropa 2020)

Josef Koohestanian, Tu mi hai abbandonato

Tu mi hai abbandonato
perché potessi osservare il cedro
in fiore, per contemplare
il riso di un uomo, anche questa
è bellezza per i tuoi occhi grandi
che vivono.
Se il mio dolore fosse anche il tuo,
diventerei la frase che sa pronunciare
lo sbocciare impudico di quei rami.
Ma io ammutolisco e cerco l’oscurità
di un altro Dio, cerco un cedro che
non sappia fiorire.
Liberaci allora dal male e se non vuoi,
non ti accetterò come un amico disarmato.
Perché era creatore il mio dolore.
Perché tu l’hai creato perché mi incitasse
a comporre frasi dal buio.

 

(Da Getsemani, Transeuropa Edizioni 2019)

Giovanna Frene, Mattatoio H.G.

Oggi le nostre lancette girano solo all’indietro
(A. Politkovskaja)
I.
laddove tristezza, tiranno, potere che domina il mondo.
laddove tiranno, potere, tristezza che prescinde l’impronta sul muro,
la scavalca, la riforma con grappoli, istinto di fuga e insieme ritorno
per le chiare ragioni che incontrano sul posto lama e cibo,
sempre lo stesso posto, la virtù cardinale degli insepolti,
parassiti

II.
trasformati nel popolo dei ratti, rimuovono gli esseri umani. che aleggia
sul posto, il fruscio d’ali, va all’incontro con il marchio di esistere,
si interseca al vertiginoso concrescere botanico e sociale
per le chiare ragioni che non guarda negli occhi lo sguardo,
ritorna al buon senso, la virtù cardinale degli insensibili,
pulizia

III.
vivono ancora tra le nostre, crescono esposti al triste.
della distruzione, l’ala, che sopra il fatto, si rifà; potere.
altre tristi, rovesciate ai suoi piedi per il vento, ventre del progresso.
lo scavalca per le chiare ragioni che se è per sé non incontra niente
di intero, spada che ritorna alla roccia, la virtù cardinale degli insidiosi,
patria

 

(Da Il noto, il nuovo. Appunti postumi sulla natura del potere e della storia, Transeuropa Edizioni 2011)

Michail Ajzenberg, Красные Ворота (Krasnye Vorota)

Красные Ворота

Голод? Голода не было.
Был до конца концов
в облаке цвета пепла
мелкий набор свинцов.

Съевшие тонну пыли,
сто килограмм песка,
рады, чтоб их лепили
из одного куска,
люди читали, чтили,
знали наверняка
строчечный след несчастий,
воздуха трафарет –
облачно-серой власти
самый большой секрет.

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Krasnye Vorota

La fame? Non era la fame.
Era prima della fin fine
nella nuvola color cenere
minute matrici di piombo.

Mangiando moli di polvere
cento chili di sabbia,
contenta di esser plasmata
da un’unica massa,
la gente leggeva, lodava,
conosceva di sicuro
l’orma in riga delle sciagure,
il normografo dell’aria:
di un potere grigio-nube
il più grande segreto.

 

(Da Poesie scelte (1976-2011), a cura di Elisa Baglioni, Transeuropa Edizioni 2013)

 

Gilda Policastro, La verità è che i quattro salti in padella

La verità è che i quattro salti in padella
non so’ cattivi (all’oasi
della birra i due studenti, biglietto timbrato
proiezione esclusiva):
lo isolavo tra il dire senza dire
di Kircher, dei frammenti di Leopardi
tarantato
(che poi, m’interrogavo verificando la faccia,
di questo si fanno le vite, le cose:
incontri, chiamarsi, chiavare, per dirla con l’ES).
D’altronde sono tre le ipotesi: amicizia, relazione, intimità
e delle tre nessuna (verificata
la faccia ha troppi denti
o pochi, o non saprei sceverare il teschio,
l’origine, risalire, dei frammenti, i primitivi,
di te, quell’astratto che precede la verifica)
oppure la prima, a condizione
che sostenga passaggi,
fluttuazioni e sfumature.
Ma se fosse ancora il tempo – la colpa, dice C. –
di sperimentare (edificare no, ch’è tardi, o presto, e
la biologia finisce dove comincia l’evoluzione
dei costumi, o le opinioni,
a ricordarsi del presente stato):
iniziare, consumare, finire
la via che riporta
alla sentenza un pezzo per volta,
senz’alternative.
Astrazioni, distrarsi dal contesto e ricalcare il fare
metaoperativo: un oggetto che serve a qualcosa cui la
forma non rimanda, lo scopo senza la funzione
(verificare la faccia, a invalidare
ciascuna delle tre obbligazioni),
di più disorientarsi, finire senza cominciare o viceversa, tutto
scorrendo, limando solo le malattie,
proscrivendo la morte,
sconfessando il dolore (superando?),
ch’è fardello che ti accolli da troppo, e la vita,
quella degli altri, è fatta di cose piccole, leggere, buone,
di quattro salti in padella, non per dire

(Da Inattuali, Transeuropa Edizioni 2016)

Marco Giovenale, Dall’altra parte del fotogramma

***

 

Dall’altra parte del fotogramma
il tempo continua in linea retta.
L’acqua – a sciame contro alluminio
giù dal doppio tetto capovolto è dentro
il fosso che la spezza e la preserva.
La durata dell’enigma è gli anni
necessari a rinunciare – con ragione.
Il ratto è nero. Corre in cerchio, accanto.
È la natura della versione. Il paesaggio
fa storia stesura, all’indietro,
all’inverso, pagina-vetro.
È una: varietà della scrittura.
Di questa. Rasura.

 

(Da Storia dei minuti, Transeuropa Edizioni 2010)