Enrico Barbieri, Ero nel nervo spinale del bosco

Ero nel nervo spinale del bosco
e questo era tutto.
Ero un atleta sai? Dice una
delle voci in colpa, dice
ero come te ma più di te
e salivo il Ticino fino al ponte
di barche a Bereguardo, sotto
pneumatici e case galleggianti.
Di te so, cantavo Old Man River
e in fondo al perno dei remi
ho il ricordo dei pesci morti.
E tu, ragazzo, mi seguivi per fare
un piacere ad un uomo ubriaco
sul lungofiume, scheletro mio.
Tu altrove hai tentato di vivere
e sempre fallito, reso abile
ad essere odiato e così noi
dello stesso sangue potremmo
cantare Old Man River, coetaneo
astemio del mio legno scemo!
Affonda i denti del remo
e saliamo passato il ponte
della ferrovia: ecco il Me Kong!
Avevi trovato un cane morto
sui sabbioni tra le zanzare
e non ascoltavo gli aironi
delle tue passioni. E fai questo,
e fai quello! Resterai con un
piatto di pasta e del vino,
perfetta previsione del sangue.
Quant’è che siamo uguali?
E le furie sono sabbie auree
e anche tu, tu sei posseduto,
ossessionato dai capelli verdi
che navigano sotto l’acqua,
ossessionato dalla corrente.

(Da Meno di una pietra di calcare, Delta 3 Edizioni 2021)

Doris Bellomusto, La Baccante

Bella e fiera,
balla e si consuma,
come la cera
delle candele
nelle sere
d’estate,
fra l’indifferenza
di chi si veste
di composta misura.
Non dura
l’estasi
di una notte
abusata.
Non dura
la metamorfosi
in fiera selvaggia.
Rallenta il ritmo,
nuda e sola,
viaggia
nel tempo
e solo di notte.
Il sole la offende.
Ferita
non più fiera,
non si perdonerà.

(Da Fra l’Olimpo e il Sud, Poetica Edizioni 2021)

Elisabetta Destasio, Facciamo così

Facciamo così,
metto un coltello
al posto della penna.
Poi arriva mattina:
sotto la luce non si smuovono
le ombre che la notte
si ostina a mettermi in braccio.
Esistere solo per
la vertigine, le braccia livide
le vene che si rompono
lo sguardo
compassionevole dell’infermiere che si concentra sull’ultimo tentativo per la flebo.
E intanto il tempo
diventa una lama
senza inchiostro,
sempre più sottile.

Cosa è stato,
cos’era quel piacere che mi batteva in testa,
mentre tutto fuori
sembrava arrestarsi – non esistere fuori dal tempo
dell’unione di due corpi?

Non lo ricordo:
c’è caduto sopra un secolo e mezzo di assenze,
e la certezza di essere di troppo, in un luogo che è
questa vita – come una vite
ammalata.
Gli altri respirano, tu soffochi
in attesa che sia concesso, vostro onore la Morte, un qualche finale meno tragico di tutta questa bestia
che mi divora
[di tutto l’amore che ho dato
senza averne un briciolo di ritorno: silenzio].

Ho dimorato anche io,
sola,
in estranee cose.

(Inedito)

Valentina Casadei, Domani è il passo che non faccio

Domani è il passo che non faccio
e trovo il mio posto
nel mondo degli addii
dove
(con una parvenza di verginità alla vita)
saluto il cielo con la mano
pregando la scoria di non essere radioattiva
e salire fin dove si arriva

(Inedito)

Claudia Olivero, Cavoretto, interno cimitero

Sentirsi addosso il passo
greve dell’edera
e non provare più la pietà
nel sapere i vostri morti bambini.

Poi solcare il silenzio, il frusciare
nero del corvo – versare un ultimo sguardo
al freddo, rifugiarsi ai bordi
di altre storie, pensare la poesia –
l’eternità. Decidere
di non restituirsi al mondo.

(Inedito)

Luca Ariano, I giorni della vecchia

I giorni della vecchia
– così li chiamano… –
con gli ultimi strascichi
d’inverno: quella neve
un tempo avrebbe pulito l’aria
ma ora barrica in casa a lungo.
Dalle finestre il timore di gesti
per strada, di preghiere nascoste
in una Domenica delle Palme
senza ramoscelli:
forse non metti piede dai tempi
del catechismo o con tua nonna
in raccoglimento per le loro anime.
Quel Libeccio d’Aprile
non porta via nulla ma amplifica
suoni di sirene… voci dai televisori
mentre cadono linee di videochiamate.
Aspetti quella telefonata
ripensando a mattine che paiono
un’altra vita, quando l’amore
durava stagioni e la luce
guidava il vostro incedere discreto.

(Inedito)

Domenico Cipriano, Se ti abbandonerò

Se ti abbandonerò
non è per il tuo odore umido
di terra a novembre
ma per l’odio giallo delle fronde
sul tuo costato di roccia chiara.
Animali da fieno
battono zoccoli duri
sulla tua pietra bianca,
il cuore spoglio tutto l’anno
del geranio disarma
mi rende estraneo.

(Da La grazia dei frammenti, Ladolfi 2020)

Annamaria Giannini, ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole

ero pugno tra i pugni dritti alle nuvole
e le bandiere, come fossero canzoni
sono stata piazza, popolo e grida al cielo
mescendo vino buono nelle gole dei ribelli
c’è stato un tempo da inseguire il vento
con gli occhi di un uomo in mezzo ai fiori
ora guardo i tetti schiacciati dalla neve
d’un inverno che sembra senza fine
le gemme di grano fanno le domande
noi, alberi spogli, non sappiamo dire

(Inedito)

Sandra Branca, Questa casa

Questa casa non fa corrente.
Nella piccola casa bianca sedevo invece
ogni mattina davanti ai sedici noni d’un vetro.
Lui ed io eravamo l’uno dinanzi all’altra
uguali e distanti. Cambiava tono di giorno
in giorno il verde sui fianchi, si sfogliavano
le stagioni, le rondini tornavano come le nubi
come l’innervarsi dei fulmini e dei venti impazzanti.
Come il monte anch’io osservavo l’energia
e il principio della sua conservazione.
Non sono mai più stata così ferma e viva,
nel disciogliere le cose da fare, nel cadere
veloce dei fogli di giornale, non sono
mai più stata così finestra aperta, custode
inerme della vita, passaggio fresco spoglio
e invaso dalla corrente.

(Inedito)

Francesca Tisano, Ismene

Ismene, sorella inconclusa,
piccola come seme chiuso nel petto,
non guardare chi più di te
grida al mondo la sua violenza
non ascoltare i padri rotti dal pianto,
nutri la ribellione nel petto.
Ignava per amore,
schiava per terrore,
la paura del mondo
te la sei presa come inquieto ricordo
di un tempo d’infanzia nell’ombra del mondo.
Oscuri i tuoi occhi senza figli e senza eroe
attendono la risposta del padre
accudito per sbaglio.
Sapevi del tuo crimine incompiuto
sapevi di non avere strada affatto,
amavi la vita
quella vera, quella allo sbando
senza nome e senza età.
Ismene, sorella inconclusa,
menami al pianto.
Tu, dodici anni appena, sapevi
che la tua morte niente avrebbe fatto
e sotto l’ombra di chi ti amava
hai trattenuto il grido nel cuscino
hai scagliato il tuo pugno.

Essere eroi per non amare se stessi:
troppa infame crudeltà
lasciare ai vivi questa eredità.

(Inedito)