Alessandra Flores D’Arcais, Homo oeconomicus

L’homo oeconomicus
vive nelle città per progetti
da servo emancipato
a coltivare idee
pagate a cottimo
e nel tempio
sacrifica
il tempo della vita
e qualità e talenti
al dio neoliberale
i sacerdoti del lavoro
lo hanno ammaestrato
in un recinto mobile e precario
all’efficienza nomade
alla creatività flessibile
e lui alla fine crede davvero
che non esista altro modo
per sentirsi umano.

 

(Da La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro, a cura di Valeria Raimondi, Pietre Vive Edizioni 2019)

Christian Tito, We Care

1. L’Azienda che chiameremo indicativamente «la fabbrica del benessere» ha come unico obiettivo quello di moltiplicare il denaro investito dagli azionisti a esclusivo vantaggio degli azionisti.

2. Si operi in modo tale che resti agli occhi dell’opinione pubblica (i clienti e la stampa prima di tutto) e dei dipendenti, qualcosa di oscuro e mai dichiaratamente svelato.

3. Si lasci invece intendere che la Mission sia tutta a vantaggio della salute dei clienti e dell’orgoglio di appartenenza dei dipendenti.

4. Si ricordi, ricordiamo, noi ricordiamo, che i clienti sono cose da cui tirare fuori denaro e che i dipendenti sono escrementi da spremere e sostituire a fine spremitura.

5. Si neghi qualsiasi tentativo di portare alla luce ciò che noi sappiamo.

(Da La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro, a cura di Valeria Raimondi, Edizioni Pietre Vive 2019)

Valeria Raimondi, Che sollievo questa terra sotto i piedi

che sollievo questa terra sotto i piedi
che trattiene il baricentro di una stella
il tuo corpo stremato che vacilla
che sollievo contarsi a due a due nei passi
nella certezza dei numeri avanzare
cantare senza il rospo nella gola
e portarsi avanti dentro orme già pestate
stupita di restare ancora al mondo
mentre il mondo si lascia camminare

 

(Da Debito il Tempo, Edizioni Pellicano 2016)

Valeria Raimondi, Amelia R. (1954-1968)

Dal grembo dissecco straripa e dissipa
il seme gettato alle ortiche dei padri
il campo imbevuto di arsura che brucia
concezione sgravata per parte di madre
Non avevi di donna l’ampiezza di gonne
ma il cerchio degli occhi conchiuso a spirale
e rotoli e serpi di lingua animale
una fiacca di sillabe necessarie a rifarti
Si adirano i padri anche da assenti
Pollicina che getti manciate in avanti
e impronti anzitempo prigioni e rifugio
(ma aver vie di fuga non estingue la pena)
Da lontano i rumori copron gli spari
i tuoi versi a caduta
-versanti di bile
e sul dono ammalianti e roventi iniziali
(le scatole chiuse non hanno i rimbombi
del Vuoto
-architetto ingegnoso che abbraccia le piene)

Riscrivere la Storia in assenza di storia
spiegare le vele in mancanza di vento
ascendere a picco sulla linea del volo

 

(Inedito)

Valeria Raimondi, Boccone di padre

Boccone di padre

Cilicio non sotto, non scelto
ricama le curve di carne di schiena,
ricama origami su carta di pelle
Compare dal nulla, elegante,
non sostiene sui fianchi, non regge
Sui fianchi ricalca una strada battuta,
sui lombi tratteggia e imprime le colpe
Accessorio banale, frivolo orpello,
innocente la carne sorprende,
non più vanità di pizzi o decori:
la costola a inchino si tende

È boccone di padre la mano,
di quello che ieri teneva la sua,
non più pane di padre ma morso
-uno sbrano
che sferza, che batte, ribatte e colpisce
Giù in fondo si ammolla il rancore
affonda, stordisce,
minuscola mano arresa al tremore
Sarà mano che uncina buoni ricordi,
-ma invano,
mano di ladra che ruba dal suo,
sarà mondo spostato fuori dal fuoco
pronto a esplodere a ogni sibilo strano

Respirare una volta ogni volta
Come allora ingoiare un lamento
Come allora cercargli la mano

 

(Inedito)