Selenia Bellavia, Knockout

tempesta d’aria
questa luce spaccata
per la fame
darkroom
strafatta
et al piombo collimato
d’Alessandria
recordatio
per niente sobrio l’archipendolo

Traendo queste mani da ricordi, sotto un vento chiuso, a occidente, ingoiavo calde simmetrie come l’aneto giovane il suo prato. E un gran bagliore d’osso spalancava l’orizzonte. O mi sembrava.
Era il tifone sui gradini e diecimila urli nella macchina da gioco.
Era un fragile destino. La febbre nella lingua più rigonfia quanto un bulbo di giacinto respirato a nascere nel tonfo. Era d’azzurro indocile. Una metafora dal tempio. Sorvolava le fatiche amate, necessarie a perdonare il sole o un’altra stella d’obbligo caduta all’orizzonte per un nuovo olimpo d’alfabeto.
Un corallo orfano di dio
cadeva fra un rizoma e un occhio
la segreta luce, mascherava d’oro
il morso della Pizia mentre ingenuo un fiato apriva l’infinita gola d’universo battendo mille volte la corniola ematica più fonda sopra i corpi reclinati a disputarsi inverni, tornando a nascere nel blu dell’agapanto acceso in una stella organica più nova.
Era la parte umana impressa dalla nebbia a radicare i segni ininterrottamente dati mai e ridati in crespi vergini da traduzioni avite per gioire ai nomi o farne vulìo
scaldando al fuoco di un’ellisse ingorda
la lingua sacra dei rondoni
aperta d’una voglia rossa
a ricercare il punto di fenomeno o uno specchio
che lisciasse morbido un altrove
consumando l’ora sull’inciso più accudito per un altro vuoto, per il suo narciso.
Ma sorgeva il sole: ogni stele minima guidava la necessità compresa dell’aurora o forse rimontava una grammatica assoluta alla forza interminabile di questo possibile
dicendomi del kama
delle forme paniche
del mare
e avrebbe finto anche l’estate per un segno dato candido, copiosamente ignudo, spingendo la sua golosità miracolosa nel fogliame dei vernacoli quasi fosse un filamento d’anima capace di flautare una parola che significasse tutto, tutto come amandosi morire – ma sorgeva il sole. Indossavo
la sua pioggia onirica nel dare
nome a un fiore, a un corso d’acqua,
alla voce lieve dell’autunno
naufragando nella danza delle costole
il paesaggio d’una lacrima
battente contro i flutti della storia: al mormorio bucato dell’arteria
muoveva il più terribile, più dolce senso della tachicardia e qualche iddio spergiuro, più vero lui del trifosfato, avvicinava a un palmo le lontananze mitiche, la creta di Babele, il suo tracciato quantico, il fonema sullo iato e d’ogni fibra colma possedeva l’attimo narrato, narrato-come-nostro, l’orgasmica attitudine a tremare
per vivere
sorridere: questa fionda tesa
nel sorteggio cosmico

poi cademmo al solo sguardo simile d’azzurro per una qualche nenia
ci parlammo a forza d’ombre discorrendo con il mare
la ferocia delle rughe / un’onda sei sul grembo dei ricordi / indorando
carne e vino c’inzuppammo anche il midollo come ciò che pur essendo
pur non è sul mondo_ merce_ sintomo_ disegno come quella genesi
che ci contenne incontinendo il soffio di catarsi e ci mise in conto
gli idoli invadenti già avvolgendo una ribellità febbrile ai pesi
più inclinati dai riverberi a ritroso / un’onda sei che addensa
i vuoti d’aria / cancrizzando nostre parodie bevute in chiave di violino
a fingere misura e fingere colore e fingere la forma e fingere
di fingere l’assioma come cisterna infera e una schiuma
oppure il neuma sotto le forze incluse a una possibile mimosa o forse
l’organo, lo spirito, il senso dell’io nei bruscoli
di terra fitta di scommesse / un’onda sei nel folto a confonderci
le felci / tra un’urgenza e una ripercussione noi baciammo l’insistenza
dell’umore innato a rapinare senza un calcolo tutto l’idrogeno dal sole

tenemmo il freddo per un’edera
sanguigna al punto cronico
per consumare un vincolo

fu segnata eco e fu la goccia
dopo la goccia dopo la goccia
a fare un mondo senza il mondo

e una polvere di scanno _ in and out _ già vaga silenziosa rapida improvvisa, vaga pallida come la gomma d’acqua su la quercia e poggia la sua primula nel dosso _ in and out _ sfrenando la radice ressa nello sfamare il banco fradicio a una bocca: se ogni piuma poi nascesse ferma in quintessenza, se l’asfalto ruggine all’impatto di consciènzia ci sfibrasse la sua faccia _ in and out _ la sera strattonerebbe la medaglia indolenzita a conteggiare mandria in _ assieme out_ inchiodando il responsorio al suo knockout.

Selenia Bellavia, Da sempre era di casa

Da sempre era di casa

per tanti forse fredda ma

nessuno l’aspettava. Volevano

chiamarla sconosciuta X

del mondo perché somigliava

ai floppy dell’infanzia.

 

Per scrollare le sue spalle

non serviva

una camicia tipo ’80.

 

Era già tardi.

 

Però

la rete wireless

prendeva nella stanza

come fissando quel domani mitico

dove i falò d’agosto

risuonavano di grunge

assai convincente a chi portava i segni

d’uomini nutriti da impressioni e

metamorfosi, da certe faccende.

 

(Dalla raccolta inedita Generazione X)

Selenia Bellavia, Epitteto

Epitteto

 

Bevo in particelle una geometrica parola

l’apparizione e un fremito sul petto, oh  lascia

che io penetri nei tuoi luoghi sacri come un dito

oliato per i buchi, tu lo sai, la voglia di ficcarsi

dentro è dichiarazione vera

dell’amore che inabissa i suoi protoni a quel tu

divaricato, all’unico richiamo

una lettura assoggettata che più scioglie

e più trafora: tu fondami le storie

immaginali

 

in corpo musicale, per un’ora e semper, le tue alghe

nelle furie già perfette a sillabe e diluvio

sopra i nervi atomici del fiato

 

una pressione larga da ingoiare, la forma

semplice del nome, una potenza nell’evento

e come supera l’infinità nella ripetizione

il mito, la sua ritualità, un’epifania stordita

in fatto pubblico di sé, l’alterità di me

che si trabocca in forme di tyche danzante

al numero cambré del prima e poi

come il piede d’Aristotele si muove all’essere

cos’era

 

mostra ogni travaglio

al dio che piroetta così la trama accesa di vento solare

scellerata e franca si svolgerà sui pori, tu

 

ancor vibrante.

 

(inedito)