Caterina Davinio, California

Ha i suoni del sole sull’orizzonte
dammi risvolti di luce
dammi accordi
i tatuaggi fioriti dei tuoi cantori
artisti veri e buone vibrazioni,
dammi l’amore dell’aria chiara,
sono un naufrago sulle sponde
e aspetto la tenerezza delle tue lunghe dimore
di sabbia e di sale,
dammi salvezza,
chiudi la desolazione delle strade larghe
dove fanno rotta pattinatori come vele
agli incroci, delle canne di fucile
degli occhi estranei
di atletici funamboli;
sono un infinito naufrago
pieno di dolcezza.

(Da Erranze e altri demoni, poesia e fotografia, Robin, 2018)

Caterina Davinio, Non attraversi l’ora

Non attraversi l’ora, né il domani
né il sempre, e il mai, punti cardinali
desueti
Tu non esisti nel mio elenco
di occasioni, tu corri avanti
non segui il calendario
Ché insultano le cose belle quotidiane,
i teoremi senza invenzione, la ragioneria
familiare, l’anima mia con paziente
ragionevolezza
Ma forse nelle ombre di tempo
nelle ipotesi di spazio curvo
Sotto le tendine ferree dietro
intensità impenetrabili.

 

(Da Erranze e altri demoni, poesia e fotografia, Robin Editore 2018)

Alessandro Trionfetti, Appunti sul Don Chisciotte

APPUNTI SUL DON CHISCIOTTE

1.
Sancio Panza
sogna e si espone, parla con i preti
chiede lavoro, cammina sempre in fretta, corre
– Guarda fratello che quelle sono pale
io che non ho letto i tuoi codici
ma mi ricordo della guerra
ho aperto il tempo, ho bucato le porte
ho cantato per osterie con uno con la tromba
che non sapeva suonare.
Don Chisciotte calcola e pensa
ha poco da dire
le botte lo hanno rincoglionito
– Prenderemo una casa nel Toboso
Dulcinea
con le mani callose
sporche di terra, sulla sponda
del carretto con il miele e il formaggio
d’estate guarderai le ragazze di una volta
che leggono le storie delle terre lontane.
Lo vedi – mi dici – è una ragazza lei
a cinquant’anni canta e balla
sotto la pioggia, ride al vento senza peso
Yo pienso, y es así verdad

2.
Ho origliato alle porte
degli alberi,
e non è solo un modo di dire.
La teoria l’ho strappata dai libri.
Su queste strade storte,
Sancio, ho avvertito il profumo
delle rondini che si perde nel verde
del cielo, l’arancio che cadendo
sulla terra di notte la fa vacillare
mentre il caldo si disperde intorno
e le cose incatenate alle leggi
trattengono a stento le forze inespresse,
e mi chiedevano parole.
Ma non tu Sancio,
non dirmi che le osterie sono castelli,
gli otri giganti,
serpenti i capelli.
Ho ancora bisogno che tu prenda
i miei fantasmi in sogno
per schietta farina.
Non scappate
codarde e vili creature
che è un cavaliere solo che vi attacca!
– Levati, Sancio, mettiti a pregare
con quel ramo rifaremo la lancia
anche tu bruciavi le lucertole
e le infilavi nei fiaschi di vino
– Sì, io ci credo, a quello che voi mi dite
la notte dormo, è che bisogna riempirsi.
Io sono quello che deve andare
e la mia pancia è piena di memorie
La luna mi desta tra gli alberi
umilmente con questo mio asino
non mi lamento per il dolore
Un ragazzino ha disegnato i mulini
il padre ha riscritto la storia
Non gli pareva per nulla una fatica,
la tua partenza è la mia.

3.
Quel ragazzo non
crede di essere Don Chisciotte
ma tutta l’estate con il suo sole
e il mare
pensa che converga lì dentro
che tutto in quel momento è
nel libro
Lo ha letto d’estate
in una città catalana
che dice di non essere sarda
dove la gente parlando esclama
aio aio andiamo
Poi ha cambiato il finale del romanzo
ed ha scritto dei versi su uno stato
d’animo sulla periferia che non finisce
su una domanda inesprimibile

4.
– Caro padrone mio io ti inganno
che è meglio in queste contee
e tutti sanno chi sei ti aprono i castelli
le dame ti vogliono hai bisogno
di Sancio che ti freghi onestamente
– Sancio sei la vittima della mia
geopolitica i romanzi la carta le parole
le sfide della cavalleria ti hanno
dato alla testa, la tua gentile deferenza
da analfabeta lotta nelle tue viscere
la mente, Sancio, non tollera concorrenza
Così succede che nel sole dell’estate
il mondo si fermi
e l’umanità sia tutta lì dentro
due contadini col cappello di paglia
trebbiano il grano con un grosso trattore
il ragazzo che sfoglia i campi
sfoglia il grano, il cielo, il trattore
la paglia del cappello,
il silenzio.
Gli sembra che tutta la realtà
non solo quella naturale
passi lì dentro
anche quella
umana e politica.
Tu guarda quelle colline.

 

(Da Campo Aperto, Robin Edizioni 2017)

Gualberto Alvino, la tua rovina delega inazione lasciar fare

***

 

la tua rovina delega inazione lasciar fare

io non sono come te voglio dare le carte

e se dovrò scottarmi sarà col fuoco

che io stessa avrò acceso

ne hai appiccati d’incendî

perdeva l’equilibrio ansimava così

sono salita sulla specchiera ho puntato i piedi

contro il pilastro premendogli

il petto sul viso spingendo

strusciandogli la lingua sul collo negli orecchi

non c’è altro modo per farlo finire

quando finisce mi piace non solo

perché sembra un agnello ferito

perde le durlindane e posso finalmente

guardarlo dall’alto in basso ma perché

capisco d’essergli stata utile anche

se i capezzoli fanno sangue un sangue

denso nero e non posso orinare

per qualche ora tanto mi brucia sono cose

che passano ho tolto la mano per vendicarmi

della maga che continuava a sbirciare

lui ha intuito e ha gridato forte

ci siamo sempre capiti al volo senza

bisogno di parole gli voglio bene

per questo lei ha sbattuto tre volte

la porta per farsi sentire ho sorriso

e anche lui è tornato serio m’ha tirato

su il pigiama ha cominciato

a cullarmi frusciando una specie

di nenia nella sua lingua bella

 

(Da L’apparato animale, Robin Editore 2015)