Lucio Toma, Italia 1.0

E mi chiedo se c’è ancora un filo
di memoria – forse è troppo
pensare a un briciolo di cuore –
che tiene uniti nei gerghi,
oltre le opposte vedute dei borghi,
in questi derby delle domeniche
di calcio, tre colori di stoffa, un lembo
di terra e contraddizioni tra Salerno-
Reggio Calabria e tavoli
di contrattazioni TAV- no TAV!

Lo chiedo perché voglio fare
una statua di parole alla mano,
a quell’ago di sarto che rivestì di rosso
mille giubbe e bordò di bianco l’orlo
degli stivali prima di cadere
stremato sull’umida pianura.

Lo chiedo perché qualcosa non torna
nel turno del disoccupato che resta
sulla strada che da Quarto
porta fino all’ultimo piano
della sua cassa integrazione.

 

(Inedito)

Daniele Ventre, Prima il programma, poi i nomi

Prima il programma, poi i nomi. Poi sudici l’uno con l’altro.
Poi le stelline pulite anche si insudiciano.
Poi si suicidano i bianchi straccioni e ritorni Virginia:
anche la lega è patacca e l’apartheid di quassù
era un po’ verde d’invidia e insieme un po’ giallo di bile:
era malsano comunque: anche era un po’ Ku klux klan.
Era un po’ il ciclo, un po’ il cerchio e l’avvitamento e l’eterno
tornio di farsa tragedia: era anche un tempo da loop.
E l’intervento europeo locale e il sistema nazione
la nazionale di calcio -osteoporosi da sport:
anche porosi i valori. I lavori in corso e procede
anche la corsa al disdoro. E la risorsa non è
più che la resurrezione e il resort coi neri al lavoro
nero -nessuno si vuole a lavorarci così.
Restano in lavorazione le pratiche: buone anche quelle.
I contenuti però, quelli non vincolano.
Poi s’era pure contratto il morbo. Il contratto rimane.
Prima il contratto, poi i contro e dopo tutto anche i pro:
prima di tutto anche i prozac. Eppure era meglio Platone:
e la repubblica già te la ripubblicano
nuova con tanto di idee -la nuvola delle parole
fumo che va nei tuoi occhi e la canzone old good days.
Il venditore di vuoto ti liquida l’evo moderno
liquido -segnano i post l’ombra dell’ultima età
e i segnaposto al banchetto. La postverità del postuomo
che si postpone a sé stesso. Anche si insudiciano
prima il programma, poi i nomi, più in là le stelline -e la lega
è la patacca di sempre e più non puoi di così
sudicia. Certo nel nord si smussano punto per punto
punti di svista e check point e si considerano
nella commedia gli attori istituzionali sul palco:
ti rappresentano in atto, anche ti recitano
questa magia del consenso assenza. E ritorni Virginia
e la stellina collassa e la voragine sta
per la via sacra. Io ci andavo per caso. Era il buco un po’ nero
delle carenze in bilancio. Ora ci vorticano
autobus, vecchie carrette del mare -era l’esodo eterno:
exodus quanto alle trame. Anche lasciamoli un po’
a lavorare, parbleu. Le stelline un po’ collassate
mangiano il mondo e nel blu si spaghettificano.

Paolo Polvani, La prima vera vera pacchia è ignorare la complessità

La prima vera vera pacchia è ignorare la complessità
le implicazioni le complicazioni la concatenazione delle cause
e si, una grande pacchia l’attraversamento dei deserti quando
l’unica prospettiva è guardare il muro della fame e aspettare
soltanto di finire, ah che pacchia pacchia quando il mare t’inghiotte
e ti risucchia e ti risputa in forma di poltiglia, in placche
di carne e ossa che l’acqua spolpa in sussurri, in gargarismi
e garruli rigurgiti che pacchia pacchia prendere l’umanità
e pestarla, calpestarla, frantumarla che tanto noi c’abbiamo l’acqua
e c’abbiamo filo spinato quanto basta e c’abbiamo il grido
delle truppe e i voti e gli stendardi e i baluardi e i crocifissi
da appendervi voi tutti che invece c’avete soltanto fame e occhi
disperati e che pacchia pacchia non avere neanche un piccolo orto
per piantarci i semi del rimorso che pacchia ignorare
il pianto delle madri che pacchia il pil che sale e il sale
che incrosta le ossa in fondo al mare che pacchia i respingimenti
se te ne stai al sole e sei in vacanza che pacchia dire
ma questi tutti col telefonino e certe pretese e certa fame!
che pacchia affilare le armi e sprofondare dentro sonni tranquilli
che pacchia il buio e la ferocia senza pentimenti che pacchia
questa tremenda notte che c’inghiotte

Michele Belsanti, La civiltà ingrassa gli avvoltoi (ma anche iene e scarafaggi se la passano bene)

La civiltà ingrassa gli avvoltoi (ma anche iene e scarafaggi se la passano bene)

 

La masse, come pecore, allevate

in recinti di odio e di ignoranza,

private

di consapevolezza, di sostanza,

di futuro,

e che in compenso vengono sfruttate,

tosate, succhiate, spolpate, disossate,

ridotte a povertà,

ad un presente ormai sempre più duro,

le case pignorate, i prestiti richiesti per campare,

e sopra tutti senti volteggiare

questi avvoltoi feroci, occulti, urlanti

slogan del cazzo da pubblicità,

azzimati, puliti, benestanti,

che ti verrebbe voglia di provare

a ribellarti,

a uccidere, a sparare,

ma questo è un gioco che non sai giocare

ed è perciò che devi rassegnarti

ad una desolante verità:

piegarti, sottometterti, umiliarti

è il centro dell’odierna civiltà.

 

Questa è la civiltà. Già da bambini

si inizia a bere, a fottere, a drogarsi,

si inizia a professare

un credo di sopruso e di violenza,

o di semplice fredda indifferenza,

il che è lo stesso,

ed è così che vedi propagarsi

nuove generazioni di assassini,

il cui unico scopo è sopraffare

il proprio simile dandogli tormento,

il cui solo morboso godimento

è guadagnare la notorietà,

buttando al cesso

qualunque umanità

per un passaggio in una trasmissione

che le brillanti reti nazionali

mettono ormai a tua disposizione

con una inesauribile dovizia:

e questo triste zoo di barracuda

è nei talk show, è nei telegiornali,

dimostrazione cruda

di ciò che al giorno d’oggi fa notizia.

 

Questa è la civiltà. Banche che crollano

seppellendo milioni di persone,

che all’improvviso, senza una ragione

anche pur vagamente comprensibile,

si trovano privati

di ogni speranza di sopravvivenza,

mentre i pochi avvoltoi che controllano

appollaiati

le sorti del pianeta si arricchiscono

in modo permanente e irreversibile,

scarnificando senza continenza

miliardi di persone che subiscono.

Questi avvoltoi, necrofagi, rapaci,

appollaiati sulla connivenza

di governi fantoccio e compiacenti,

prodotti da politici voraci

senza coscienza e senza dignità,

però dotati di creatività,

di feconda, geniale fantasia,

e inventano spauracchi di emergenza

che sono inesistenti,

fatti di odio, di xenofobia,

di terrorismo e criminalità,

così terrorizzando la nazione

continuano a sviare

l’attenzione

da ciò che conta, dalla verità:

che siamo cibo, roba da mangiare,

che non contiamo un cazzo, siamo massa

spolpata all’osso, come una carcassa.

 

E i politici, non uomini, ma iene,

necrofagi incapaci di volare,

spinti dall’ingordigia del potere

stanno lì a sorvegliare

le masse, col preciso dovere

di mantenerle ottuse, addormentate,

con le menti annebbiate

e indifferenti a tutto ciò che avviene.

Questa loro missione

è certamente molto impegnativa,

e per il suo successo è decisiva

la spinta data dall’informazione.

I giornalisti, questi scarafaggi

mangiatori di cacca

che quotidianamente è rievacuata

sotto la forma innocua di giornali,

dotati di coscienza, ma baldracca,

che vende il culo per quei pochi vantaggi

che le deriva dalla professione.

Ma in fondo pure questa è una missione.

Così tra notiziari e quotidiani,

attraverso decine di canali

la coscienza di tutti è bombardata

da servizi ed articoli  svianti,

ed i loro messaggi

partigiani

sono ormai sempre più terrorizzanti.

Con il loro mestiere

sanno bene

essere i portavoce del potere,

kapò bastardi senza più decenza,

cacatori di pagine ormai piene

solo di allarme, solo di violenza,

con il solo obiettivo

di renderci insicuri e manovrabili.

In questo il loro apporto è decisivo,

sono maestri, sono insuperabili,

dando sempre di più la percezione

di una realtà distorta

dirigono la pubblica opinione,

celebrando

il funerale di un’informazione

scomparsa, inesistente, andata, morta,

e la paura che vanno seminando

è parte di un disegno di potere,

che per cieco egoismo narcisista

forse neppure riescono a vedere:

la massa si controlla col terrore.

Questo dice davvero il giornalista:

“non disturbate il manovratore”.

 

Questa è la civiltà. Masse sfruttate

ridotte a cibo, e in più cibo incosciente,

che quotidianamente

sono spolpate, sono dilaniate

da quei pochi avvoltoi che ci si ingrassano

scarnificandole sistematicamente.

I loro avanzi toccano alle iene,

fameliche, sbavanti, che si ammassano

sui resti sbrandellati del banchetto.

E la merda di entrambi poi mantiene

una torma di blatte che si sfama.

Il quadro è questo, lucido, perfetto:

questa è la civiltà. Così si chiama.

E le masse, milioni di persone,

non si avvedono

di ciò che gli succede, controllate

nel loro stesso modo di pensare,

tranquillamente siedono

sulle loro poltrone,

e danno ascolto alla televisione,

drogate, intorpidite, addormentate,

continuano a comprare

i soliti giornali del mattino,

e credono perfino

di formarsi una libera opinione:

ridotte in uno stato di apatia

continuano a cullare

l’illusione

della democrazia,

pensando di essere loro che decidono.

E gli avvoltoi, dall’alto, se la ridono.

 

(inedito in volume)