Manuel Paolino, La Sera

Polverosa cresta collinare
sugli inguini giallo-azzurrini in fila
a cavallo del liquido umido
balenare che rinasce d’autunno;
sentieri di labbra carnose
come moltitudine di righe
s’un palmo; tempia che pulsa;
bastone calmo nella mano stretto
dentro terra boscosa; cannocchiale
sopra un’ombra di tomba: vita
su una marcia fischiante
come crepuscolo di nave.

 

(Da L’idromele, Il seme bianco Editore 2017)

Manuel Paolino, Canzone del fiume e dei semi d’arancia

Stavo sulla riva col vecchio,

tra me e me un pesce morto

a pancia in su con una rotonda

capriola di luna spinse la corrente

con la coda fino a tuffare le ali

da una palpebra all’altra del chiarore

di vino rosso al fondo nero

dei nostri occhi in fila:

 

i miei e quelli di Mieses che come

i suoi versi pareva dipinto con tinta

di stelle, d’alghe, di una pena bianca

che lassù nel cielo non era la luna;

 

sputavamo semi d’arancia nel fiume,

il suo sorriso era dolce

come quello dell’arcangelo bambina

che voleva essere sirena salata

e non si mangiava le unghie.

 

Quanto ho amato la cristalleria

sorta da quelle labbra di raggi

doloranti!

 

Sputavamo parole rotonde

nell’acqua del fiume:

 

– mi insegnavi a costruire

la statua di me stesso sul tempo.

 

(Da L’Idromele Parte Prima, Il Seme Bianco Edizioni 2017)

Manuel Paolino, Con il mio amore con un amore in grembo

Εἰμὶ δ’ἐγὼ θεράπων μὲν Ἐνυαλίοιο ἄνακτος

καὶ Μουσέων ἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος.

 

Finché non ti vedrò correre con un

ramoscello di mirto e un bel fiore di rosa

non ti chiederò di custodire il mio

Archilocheion.

 

Per te che nascerai.

Ho visto le montagne del Parnaso aprire

gli occhi dalle strane forme d’acqua e

galleggiare riempiendo valli strette tra

l’oro scuro; ho sentito lo sbattere bruno

lucente echeggiare dal passato fra quei

colossi; e il sangue d’una capra ricoprire

l’aria di una piccola tenuta poi, le vesti

d’una donna vibrare s’una collina intera.

Mille sogni che si mischiano insieme

come in un boccale di Nestore, fulminei

compaiono nel mio animo quando in un

lembo libero di spiaggia calpesto pietre

antiche, sopra le quali tra i flutti, vivono

ancora le memorie di tutti gli eroi, degli

opliti, e le gocce – di sudore e lacrime –

dei rematori e delle donne d’Atene.

 

Baie racchiuse in un cratere di vento,

che si presenta al corpo senza nessun

permesso; costante lui non cede, né

infastidisce la sua spinta ch’appare

sempre una carezza e mai uno schiaffo;

eppure accende tra le sue vene correndo

privo d’incertezza la melodia delle glorie,

e dei suoi giochi, comandati dagli dei.

Sono passato per le strade di Atene con

nascosto il viso dal mio elmo, stretto alla

mano del mio amore con un amore in

grembo tra il mercato dove l’oro diviene

aria fino al copricapo roccioso di Ares

sotto il tempio, dove per due volte sono

morto e poi rinato; dove nel tuo Caos il

sole e la polvere sono arrivate insieme.

 

(Da L’idromele Parte SecondaNuove Poesie – Mortali e dei, in uscita editoriale l’anno prossimo)