Giuseppe Nibali, Generazione attuale

carcasse, visi morti: si agita luce nei cavi
un màglio sfronda il consorzio umano e
ne nascono. Ne muoiono.

La placenta respinge i colori più antichi, altri
piovono sulla terra chimica: una piccola duna cede
un altro grumo è caduto, bambina, non è il Male,
solo andiamo verso il tempo dal tempo. Tua pelle
forse del viso quella che guardi stesa sul corpo
tua pelle forse del dorso, e così scopri in petto
una gabbia in polimeri ciano e oro, un cuore
in poliuretano. Non gridare. I seritteri filano maglie
di sangue coagulato, coprono il cratere deserto
del ventre, suturano la struttura.

 

(Inedito)

Giuseppe Nibali, Tutto questo rumore umano che ti canto

Tutto questo rumore umano che ti canto
è il dolore bambino dei giorni nel sorriso
da rivista, col rossetto ora mi parli sicura
dei treni e hai la mano a coprire la luce del
viaggio, dei baci alla fronte nel segreto delle vie.
Io faccio tutto per dirti, per chiamare lo spicchio
di sole sui tuoi occhi e penso sia fisso in te
il bene che si muove per il mondo.

Come ti chiudi a tenere il reggiseno nel volo
dell’acqua o sui balconi dove si svolge una
solitudine che non senti ma spaventa,
spaventa chiunque, anche gli altri (ed erano molti)
a buttare il dolore dalle ringhiere, e sporti
anche noi, amore, in questo alveare guardiamo
insieme la partita, ora io sono tornato,
ma forse è più importante la partita, non rimane
altra metafisica, neanche la finzione
della risposta, della domanda:
«ti disturba questa storia?»

«No, aspetto ancora tutto il tempo. E poi dopo, altro tempo, per abbracciarti. Tu rilassati Ti porto qualcosa, qui sul balcone, un’insalata di mare Ma divertiti, guarda la partita, ché ha ripreso a piovere, e c’è un silenzio perfetto, non dobbiamo annaffiare il giardino, si sta bene così oggi, i bambini sono a scuola, dopo magari, più tardi, sarebbe bello fare l’amore».

 

(Da La consolazione della poesia, a cura di Federica D’Amato, Ianieri Edizioni 2015)

Giuseppe Nibali, Dal lato

Dal lato filtra l’acquenere nel cemento, passa rifugi antiaerei, tracce di ferrovia. Ai liquami arriva, alle ossa degli antichi. Di qua un nuovo cimitero: cavi molti, un prato. Per lo scopo i piedi premono sul vetro, le mani stanno in preghiera. Mio e comune il giorno in cui ho pisciato via dalla fica il flare, il colpo del sole sulle labbra. Un silenzio primitivo, il viso è morto, non vedi? Le strade, anche le strade, le gallerie come arterie di donna, le vedi? Le sorveglia un’altra volontà. Allora nulla si è sfatto da quanto siamo, non hai da cercare, né manca in TV di guardare i fiati sfiniti degli amanti, il collo che si curva di un airone. Così è fino alla matrice, allorché del maschio e della femmina farete un unico essere sicché non vi sia più né maschio né femmina. Così è fino alla matrice, alla prima carne strappata da uno stomaco.

Giuseppe Nibali, Sei un nome e un corpo

Sei un nome e un corpo
a parziale conforto, un salice:
la tua schiena come a dire già
l’inascoltato. Non siamo ancora, Cassandra,
uomini nuovi, perché si muore senza sepoltura
così accetti prima l’essere nuda
aperta sul letto, da sola in un lampo di guerra,
senza baci, eppure qui e familiare.

Non ha nessuna novità questo tuo stato
esiste per sempre il tuo grembo
che arrochisce, che copri con la mano.

 

(Da La Voce di Cassandra. Studi sul corpo di una vergine, Origini Edizioni 2015)