Mark Bedin, Come un pescatore

III.

Come un pescatore,
nel fiumiciattolo che scorre
-escrementi, carte di snack, rampicanti-,
dagli argini decidui

-febbre-,
sente lo strascichio del giubbotto
per la pioggia, gonfio dalla pigiatura
dei muscoli affaticati per l’uso
delle pertiche.

La piroga irrobustita
-pelli di selvaggina, chiodi, filo di ferro-,
fluisce con lentezza primordiale
tra i ventri dei pesci ristagnati
in superficie;
-simulacro del relitto, benché
tentarne l’afferro è l’assiduo tocco
che disvela l’irraggiungibile
scintillio e giace desertico-.

-Antica-, dice: il tuo richiamo è balbettio
raffermo: l’impronta che a stento volgi dissipa:
come il bramito dei cervi nel mezzo della radura,
per assodata sfida, quando si è incrociati i palchi di corna
al modo dello scherma ma già viene l’inverno.
Di Euridice e Orfeo è l’inconvenienza che palesa
l’impossibilità di ciò che non -tra il duplice riflesso-,
si può carpire, che non si può intuire;
e il pensiero della morte mi accompagna in questo modo
-mastice punto fermo tarlo-;
all’interno insorge, crespo a scorza di polvere
e calura, alle piegature che provengono dall’ombra
affidata alle fiamme nelle patere
ai bordi d’un recondito pensiero,
innanzi a contesti ceramici
che s’aprono a guscio e incrinano e irradiano,
con l’odore dei buoi al macello.

(Da Il fallout degli Dei, RPLibri 2020)