Canio Mancuso, Scienza degli addii

La luce dell’inverno
che nell’androne
cancella i nostri passi
annebbia la moviola
e non chiede elemosine
di carezze e abbandoni.
Cerchiamo riparo nella sua occhiata
scambiamo frasi che rintoccano
a vuoto: a domani a presto a mai.
Se avesse il senso della realtà, pensi.
Se avesse i denti un po’ meno larghi, penso.
È facile nella foschia confondere
l’aldilà con il nostro primo incontro,
il ricordo si sbriciola
senza un lamento.
Ciò che a volte siamo stati,
ciò che a volte abbiamo amato
ci chiama indietro e si allontana
senza fare rumore. Per questo
rigiro nella tasca
rotta della memoria
le parole dimenticabili
che dicevamo allora.

 

(Da Fiammiferi, Salento Books – Besa Editrice 2016)

Canio Mancuso, Pirra

Ti aspettavo sotto il temporale.
Così raccolta nella sua gioia
venivi all’incrocio.
Certo chiedevi poco,
quello che si chiede
prima che il mondo
scompaia nel diluvio
ma non sapevi
quanto ti avremmo amata
io, tuo padre, Dio
la stagione appassita
se fossi stata bella.
Smetti di impazzire.
Non vedi come tutto lo fa intorno a noi?
I neon che sfrigolano dalle insegne
la frenesia degli orifiamma negli acquari
l’enfasi del mattino
il senso del dovere,
tutto questo non può toccarti.
Eri nuda nella tua adolescenza
perenne, sapevi che la castità
non è un prět-à-porter
bisogna pure regalarla a qualcuno
(dico la nudità: la castità
non ti aveva mai molestata).
Smetti di gridare,
lascialo fare ai quadri e ai libri
che non ti piacciono.
Avrai lo stesso qualcosa da odiare.
Conservalo per l’inverno.
So perché mi porti primizie:
ciò che giustifica ogni tuo gesto
è lo sguardo della Vergine
sul tuo capezzale
sul tuo sonno, sul sudore
condiviso dalla fede e dall’inguine.
Non conosci la gratuità
mi hai detto una volta,
ma non c’è gratuità nella devozione
non c’era nelle rughe
che stringevi nel pugno
né in quel po’ di amore che annusavi,
la tua povera questua di piccione.
Il temporale non ti spaventa
se lo attraversi assorta nella sera,
le primizie che volevi regalarmi
si raffreddano tra le mani
sono biglie di vetro
eppure continui a credere
che ne nasceranno uomini.

 

(Da Fiammiferi, Besa Editrice 2016)

Marthia Carrozzo, Pentesilea

Pentesilea

Regina delle amazzoni, vestirà armi ed elmo da guerriero, con una mammella costretta dalla nascita all’atrofia e compressa sotto il peso di una fascia d’oro ad agevolare il trasporto della faretra e dare più forza al braccio di tendere l’arco. Schieratasi al fianco dei troiani, incontrerà un Achille ignaro della sua identità. Tra i due, però, riscrivendo la versione che del mito riprende von Kleist, sarà lei, ad uscire vittoriosa dallo scontro, nel duello più  temuto e irrinunciabile.

attraverso Pentesilea  (o della resa che umana e che svela)

Non è più nessuna geografia.

Non è e non sa.

Non sa di terra, se lo lecco nel palmo,

non sa la terra, la geometria sghemba delle mie

linee che nessuna zingara riuscì mai a computare.

Nemmeno quella volta

che le mie cagne le fiutarono la gonna,

ringhiandole in cerchio a tenermela lontana.

Nemmeno quella in cui mi disse che l’avrei incontrato.

Non lui, certo. Non allora.

Eppure, già da allora, sin da allora, certo.

E ora.

Non è più nessuna geografia.

Non è e non sa.

Non sa la mappa che apre la rotta

tra le mie pleure e il cuore,

come fossero stati per ore in apnea e affiorassero ora

a ingorgarmi la gola.

Non è più la geometria sbavata delle mie labbra

così ebbre di lui solo un attimo prima.

Non è più la breccia, il varco, il trampolino,

il cavo teso su cui osavo i passi.

Non è e non sa. Eppure.

Eppure sono io più certa. Più che pura.

E sporca del suo sangue e già per questo.

Come un frutto guasto, liberato della buccia,

la polpa molliccia, spremuta, espressa

nelle espressioni urlate del mio viso

fatte distorte da un piacere così forte

da non poterlo più celare.

Che mi torcevo le mani minute, puntute,

conficcando le falangi all’approdo dei suoi fianchi,

senza temere la mia nudità,

se mi teneva e mi tenevo a lui,

nell’assedio assetato delle nostre pelvi inesperte,

ansiose di fiorire.

E ci colammo addosso, addossati alla parete,

lui, Ierofante, di fronte,

a sgranare l’agguato,

a sferrare in più salmi ansimanti il battesimo fiero

ai miei seni votati, vuotati,

alle derive della mia monca maternità,

dove pesava la faretra di traverso.

Strapparmi il verso. Ultimo. Essenziale.

Quasi un vagito, a fare tremule le anche.

E ci cademmo addosso, entrambi retti alla parete,

tessendo trame inaudite di gemiti e zucchero cotto

che candisce al tatto.

Ci spingemmo l’un l’altra sul limite esatto

di un salto slargato che presto lumeggia,

diaframma slentato

da un’eco frammista di fremiti e fama e visioni.

Quell’ultimo verso che albeggia.

Che eravamo divisi, in un tempo, e distanti,

tanto quanto è feroce, nell’ora, la fame

e ferina di assalti e tranelli, ai suoi fianchi,

al costato, cui ora mi accosto in un tango

di lingua e di denti sonanti a segnarlo,

assegnare il mio nome al suo sterno

e saperlo, sapere il sapore nemico

che stride e stordisce,

che mi volta, mai vile, mi tende riversa,

che si versa, alle coste di reni spiazzate

e spezzate a ridurmi polena al mio stesso salpare.

Lui nemico, né amico più caro del cardio che porta,

che più stretto, implorava le dita di batterlo ancora

e percuoterlo al ritmo ossessivo del fiato da sotto,

che chiedeva a gran voce la luce. Tornarci.

E un latrato, fu il solo accadere che orecchio ricordi,

l’indecenza lavata tra lacrime e umori imperlati,

che saliva di freddo alla fronte, trovandomi inetta

a quel taglio di netto e di giorno, che netta le ombre

e le pose concesse, gli incastri perfetti,

come in guerra e in amore soltanto.

Fatto il netto tra i muscoli laceri, sfatti

e i suoi tendini spinti a cercarmi più vera,

a lasciare le orme pregresse al tallone

che tollera ancora l’invidia di chi non ha scelta,

che la preme nel salto e ne schiaccia la testa.

Che la sua è qui con me, tra le braccia

e scolora al passare dell’aria,

con le iridi cielo puntate ai miei occhi

che ora svelano tutto il suo regno,

mi rivelano santa e assassina

mentre veglio il suo corpo e ne vaglio ogni anfratto,

senza fretta, a cercare il passaggio,

il tratteggio che è stato il mio guado.

Feritoia strettissima e cuneo tagliente a far leva,

far levare sui giusti il nitore.

Non è più nessuna geografia.

Non occorre che lui sia.

Non occorre.

Non accorro più, spavalda,

alla conquista del suo campo.

Solo la sua solitudine mi spaventava.

Solo da quella mi difendevo, dal confrontarla

con la mia, ma ora.

Non è più nessuna geografia.

Lui è e lui sa.

Lui è la terra, se lo lecco nel palmo,

che sa di terra, per la geometria sghemba delle mie

linee che nessuna zingara riuscì mai a computare.

Nemmeno quella volta

che le mie cagne le fiutarono la gonna,

ringhiandole in cerchio a tenermela lontana.

Nemmeno quella in cui mi disse che l’avrei incontrato.

Non lui, certo. Non allora.

Eppure già da allora, sin da allora, certo.

E ora.

Che ora sono io.

Che sono io più certa. Più che pura.

Tornata infante a non poterlo raccontare

– Ode alle rose, a non poterne dire il puzzo,

il patio ingombro degli avanzi della festa –

Si torna

per serbare la felicità mancandola di poco.

Rinuncio a lui. Con lei. Non vi trafiggo.

Rinuncio a lei. Con me. Che non si scorda.

Resta.

Mi prostro sul suo sangue e già per questo.

Mi lavo col suo sangue e già per questo.

Mi ama dal suo sangue, sì e per questo.

Vive.

(da Piccolissimo compianto all’incompiuto, Besa Editrice 2016)