Andrea Astolfi, Ti ho tenuto la mano stretta

Ti ho tenuto la mano stretta
ti ho passato la bocca sulla faccia
come i cani col gelato del padrone.
Ti ho scattato una foto quella sera.
Sorridi piano, ti copri la bocca
con la mano bianca
come quando
con la mano prossima venivi alle labbra belle.

(Da Abbiamo visto un film, Finalista Premio Letterario Beppe Salvia 2018, autoproduzione 2018)

Alessia D’Errigo, E tu ringrazia me

E tu ringrazia me, ringrazia l’altro che tutti si ringraziano
nella gogna dei loro giochi, la fatica è la forma del male più noto
un’incisione sulla schiena a suonare preghiere e organi,
a mangiarci l’ossa, inginocchiati sui ceci della speranza.
E tu ringrazia me, ringrazia l’altro che tutti si ringraziano
a passarsi i fili tra i polsi nel teatro dei ciechi come scudieri
delle paure duellanti con lance di frassino. Chi cadrà?
E’ l’editto dei morti che monta a cavallo col suo esercito sbieco
a scrosciare sul mondo liquidi santi: la castità per una croce!
La castità per una croce! (è tutto un urlo di guerra).
E che parlo se tu non ascolti oltre le prostrazioni del corpo,
se parlo senz’ugola di pietate per questo crocicchio nudo e informe:
ancora è l’inferno senza pensiero, ancora è l’inferno senza l’azione del
pensiero.

 

(Da Pasto Vergine, autoproduzione 2015)

Francesco Terzago, Non è qualcosa che abbia un’importanza

Non è qualcosa che abbia un’importanza
secondaria, considerare la torsione
degli astri che comprime la notte
ricordandoci il sottile discrimine
tra l’esistenza e la mancanza, l’ostensione
delle distanze cosmiche tra i radiofari.
Non è qualcosa che abbia un’importanza
secondaria, conoscere il nome delle piante
che mettono un balzo verde tra le discontinuità
del porfido, dell’asfalto. Se ci cerchi
l’osmanto o lo statice troverai la pratolina
e la mammola. Bisogna saper riconoscere
i segni premonitori di un rigido inverno e
tirare avanti, fare come i giardinieri planetari che,
anche se non li hai mai visti, non vengono meno
al loro dovere. Non sono degli spettri
quelli che pettinano l’erba del prato, nel parco pubblico,
quelli che la pareggiano eliminando ogni discontinuità.

 

(Da Caratteri, silloge autoprodotta 2016)

Francesco Terzago, Il corriere è passato questo pomeriggio

Il corriere è passato questo pomeriggio. Ci vorranno
quattro giorni, ti dico al telefono, perché tutto sia da te.
A Shanghai la pelle del viso ti si screpola, il clima
è più secco che a Canton. Nel vano di carico, i tuoi
dodici colli vengono mischiati ad altri cento colli.
Cerco di tenere a mente quali siano quelli
che contengono le tue cose ma non ci riesco,
si confondono. È la tua vita, quella nei dodici colli
che si mischia ad altra vita. Divisa, per il momento,
dalla nostra vita. Bianchi erano bianchi, i nostri armadi
– ora sembrano di fredda pietra lunare, l’umida brezza
è arrivata dal balcone, si è posata sulle mie spalle
come una vecchia coperta. Se ne stanno nell’altra stanza,
uno affianco all’altro, ritti come menhir, i miei armadi,
la luce che tracima dalla finestra si spalma sul pavimento,
loro si sono messi sulle punte dei piedi ed è
per questa ragione che con le loro teste arrivano
a sfiorare il soffitto. Cerco di non andarci, di là, nella
stanza dei menhir, ho paura che vedendomi possano
prendere paura – perderebbero l’equilibrio, non voglio
che mi cadano addosso. Ho spostato il computer
in soggiorno, ora lavoro su quel tavolo dove
abbiamo cenato senza dirci altre parole che
buon appetito. – La porta che divide il soggiorno
dalla stanza dei menhir ha un sigillo di quiete. Eppure
se ora la spalancassi, d’improvviso, e raggiungessi uno
di quegli armadi – se io poi lo aprissi, senza tentennamenti,
chissà con quale maleficio, vi troverei dentro le tue cose,
nel disordine e nei colori caldi che contraddistinguo l’esistenza,
là come nelle giornate che hanno preceduto la tua partenza.
Sarebbero le stesse cose, io credo, ma non sarebbe la stessa vita.
L’odore dell’asfalto bagnato, l’odore dell’ultimo taxi
per l’aeroporto, per un momento, si alzerebbe davanti a me,
si dissolverebbe nelle lingue della mia memoria, su tutto
scenderebbe la stessa sonnolenza.

 

(Da Caratteri, silloge autoprodotta 2016)