Domenico Arturo Ingenito, Quando al mattino sento le voci vostre

Quando al mattino sento le voci vostre
rifluire dal basso, odore di caffè
le luci piene del giorno veritiero
– la vittoria del legno sopra l’acqua –
non temo più il senso della fine;
e la bellezza dei vostri capelli
miele d’azzurro carbone innamorato
mi riporta alle campane virili del mezzodì
quando da casa di Carmen a finestre aperte
Tommaso è fratello del sole
e io cammino nelle sue scarpe
ché mi portino in dono la sincerità della sera.

(Da Poeti della lontananza, a cura di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, Marco Saya Edizioni 2014)

Omar Ghiani, Partenze

La fronte bianca sul vetro, le cose che forzano. Per loro il sole
riempie le camere di fresco. Per loro si scolorisce il libro, il libro
che ascolta crescere altre foglie.

Sui libri le tracce
il margine con le firme leggere
le mani sono annerite da una rete.

Dicembre – isola
lo stoppino si slega
al confine tra terra e acqua
la terra è acqua infinitamente.

Così sulle ciglia la ghiaia si fa vetro
così il vetro è sabbia e respiro
un ritorno pieno
ai tralicci di vischio
contro un filo di cinghia
sul campo stringato
sul corpo marrone della terra.

L’immortalità agli orti.

 

(Da Poeti della Lontananza, a cura di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, Marco Saya Edizioni 2014)

Francesco Terzago, Vorrei dire, agli altri passeggeri che mi sono vicini

***

Vorrei dire, agli altri passeggeri che mi sono vicini,
che spettacolo, che gran spettacolo, quest’ala
che ondeggia al mio fianco, pare quasi che
il suo vertice sia una lama puntata alla giugulare
del crepuscolo, ma è un’illusione. Che spettacolo,
vorrei che lo sapessero ma alcuni di loro
stanno rimettendo, altri stanno soffocando
il finestrino con una coperta viola. Qualcuno
se ne sta con gli occhi chiusi, fingendo
di dormire e allora me ne sto zitto a contemplare
l’ala. Mi accorgo che è simile al corpo flessuoso
di un pesce gatto, un pesce gatto che stia
risalendo la pigra corrente di un canale di irrigazione,
è un morbido movimento, una lenta esse.
Da una buona mezzora il nostro aereo è scosso
in ogni direzione. Tutto è cominciato non appena
abbiamo concluso il pasto: noodle con piselli
e cubetti rosa di carne di maiale. Ho sempre trovato
curioso il fatto che le compagnie aeree cinesi
distribuiscano queste grigie posate di plastica –
d’altronde sarebbe una scena poco edificante
una baruffa ad alta quota che veda i suoi contendenti
brandire bacchette lunghe come spilloni. L’aereo
sul quale sto viaggiando, per un istante, affonda.
Ora, un istante dopo, è più giù di alcune decine
di metri (centinaia?), un altro istante, ancora affonda.
È quasi come se questa nostra esistenza avesse
lasciato la presa, avesse ritratto, delle due,
la sua mano munifica. Il vuoto d’aria. Il vuoto d’aria
è un silenzio che si diffonde lungo tutta la cabina,
che scende come un balsamo bianco e ci segna
la fronte; anche il ragazzino, tre file avanti a me,
ha smesso di parlottare con sua madre e di fare
i capricci per avere il tè. Ognuno dei passeggeri
stipati con me in questa siringa di metallo, nell’aereo
della Shanghai Airlines, meraviglioso esemplare
di Boeing 767, sta pensando che il senso di ogni cosa
stia in quel segreto che risponde al nome di ‘peso’
– mentre cadiamo ci pare di non averne più, sentiamo
qualsiasi cosa dentro il nostro corpo diffondersi
e rivoltarsi. Quando, alcuni secondi più tardi
l’aereo riprende quota, so per certo che ognuno
di noi si sta sentendo gonfio d’elettricità. Sono
gonfio di elettricità, sono un rospo elettrico.
Sudo elettricità. Ho invocato, con le mie preghiere
il dio benigno dell’alluminio e ora mi sento gonfio
di elettricità. Ala, ala mia – flessuosa come il corpo
di un pesce gatto, te ne prego, ala che stai
sempre al mio fianco, che sei tutta attorno a me. Ala
che raggiungi l’orizzonte, che buchi l’orizzonte,
che lo fondi, che lo pieghi e che lo intrecci
in un canestro di scie di condensazione… ala, flessuosa
come il corpo di un pesce gatto. Una forza,
frankensteiniana, aveva consegnato all’ala una vita
apparente. Come se lei fosse divenuta, per un poco,
carne e lega metallica. Uomo e macchina
nel medesimo istante, nel medesimo luogo,
l’ala fu tutt’attorno a noi e noi fummo lei, trascesi
alle giunture metalliche, ai cilindri idraulici,
ai flap, agli slat e agli spoiler – ogni bullone,
ogni singolo bullone, sino al carburante, pompato
nelle turbine come sangue, e ai bluastri
circuiti elettrici. E fu forse troppo facile, in quei
minuti euforici, dimenticare che c’era un altro mondo
in attesa, al disotto delle sconvolgenti nubi, un mondo
spaventoso e amato. C’era l’ala, il tintinnio
della carlinga, i motori sagomati dalla velocità, c’erano
le nubi ribollenti come quando, nella torrida estate,
uscimmo dimenticandoci il pane a lievitare. Quando
la sera tornammo una massa ribollente aveva inondato
il tavolaccio dandoci prova del fatto che la vita
non è, sola, un principio – è il mutamento.

 

da Poeti della lontananza (a cura di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, Marco Saya Editore, 2014)