Marko Miladinović, Autoritratto dal busto in su

Si articola appena ciò che vedo
un oggetto si piega, una pianta secca
un insetto altrove, una parola
si rifiuta di essere – pronunciata
bivocchierto da bivocchiare
tra tavolo e bicchiere un bivacco
vivacchiare piaciuti e fomatigli
tra un foglio e la matita
ssh ssh schioccano le dita e un dito
non scocca
si tenta rompere ma si difende
l’appetinna come un appetito
disarticola le dita e le allea
in una mano il pettine
nell’altra la penna
mi vogliono ferire, ah!
È la gioia, un foglio
sulla faccia

 

(Da L’umanità gentile, Miraggi Edizioni 2016)

Rodolfo Cernilogar, Gli Spietati

Abbiamo tradito senza pietà
tutti gli orari. Senza di noi
i treni sono partiti per naturale
destinazione, gli uffici postali
e le code sono defluite
senza intoppi apparenti,
le macchine ferme al rosso
per il bene dei passanti.
Tutto questo, senza di noi.
Senza chiedere perdono
per i ritardi sulla tabella
di marcia, lo rifaremo
con buona coscienza.
Se ancora il mattino
farà fatica a lasciarci
andare per le nostre
strade e ci terrà
il posto più vicino.

 

(Da Parlando d’altro, Cicorivolta Edizioni 2014)

Rosa Montoro, Sottrazione

Si comincia col mettere in fila
in ordine decrescente
le persone che hanno un valore
un peso nella nostra vita.
A volte cambia e cambiano
il cuore ha le sue stagioni.
Ma il tempo è sottrazione
Che, a poco a poco, le lascia
nel passato.
Nella terra che abbiamo coltivato
ardono sterpaglie
fuochi si alzano al cielo
che lasciano soltanto un po’ di cenere.
Nell’aria si sente ancora
qualche zoppicante preghiera
gli uomini malati resistono
negando a Dio ogni potere terreno.

(Da La voce di mia madre, Il mio libro – GEE 2017)

Renzo Piccoli, Sono nella calura

***

Sono nella calura del semi and Rifredi e con gocce
per un freddo e il presepe ancora voci
l’atrio del ristoro, voce serena solo la tua
discussione si muove in buffo tanto chiara bel profilo –
Al costume coltre lapilli lanciata visita di forni e mortai
manca la sigaretta – lo scuro incombe sopra un tuono dolce
fregata empia rematrice che nutri un’ombra
avvolgi la tua bontà – nella concomitanza dei miei passaggi
ardente e fedele ti amo.

Stazione Napoli-Vesuvio 28-29 dicembre

(Da Assiomi del Negeb, Sovera Edizioni 2012)

Wisława Szymborska, Autotomia

Autotomia

Pamięci Haliny Poświałowskiej

W niebezpieczeństwie strzykwa dzieli się na dwoje:
jedną siebie oddaje na pożarcie światu,
drugą sobą ucieka.

Rozpada się gwałtownie na zgubę i ratunek,
na grzywnę i nagrodę, na co było i będzie.

W połowie ciała strzykwy roztwiera się przepaść
o dwóch natychmiast obcych sobie brzegach.

Na jednym brzegu śmierć, na drugim życie.
Tu rozpacz, tam otucha.

Jeśli istnieje waga, szale się nie chwieją.
Jeśli jest sprawiedliwość, oto ona.

Umrzeć ile konieczne, nie przebrawszy miary.
Odrosnąć ile trzeba z ocalonej reszty.

Potrafimy się dzielić, och prawda, my także.
Ale tylko na ciało i urwany szept.
Na ciało i poezję.

Po jednej stronie gardło, śmiech po drugiej,
lekki, szybko milknący.

Tu ciężkie serce, tam non omnis moriar,
trzy tylko słówka jak trzy piórka wzlotu.

Przepaść nas nie przecina.
Przepaść nas otacza.

(Da Wszelki wypadek, Czytelnik 1972)

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Autotomia

Alla memoria di Halina Poświatowska

In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:
dà un sé in pasto al mondo,
e con l’altro fugge.

Si scinde d’un colpo in rovina e salvezza,
in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà.

Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
con due sponde subito estranee.

Su una la morte, sull’altra la vita.
Qui la disperazione, là la fiducia.

Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
Se c’è una giustizia, eccola.

Morire quanto necessario, senza eccedere.
Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
Ma solo in corpo e sussurro interrotto.
In corpo e poesia.

Da un lato la gola, il riso dall’altro,
un riso leggero, di già soffocato.

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,
tre piccole parole, soltanto, tre piume d’un volo.

L’abisso non ci divide.
L’abisso circonda.

(Da Ogni caso, Scheiwiller 2009; traduzione di Pietro Marchesani)

Derek Walcott, Il Naufrago

The Castaway

The starved eye devours the seascape for the morsel
of a sail.

The horizon threads it infinitely.

Action breeds frenzy. I lie,
sailing the ribbed shadow of a palm,
afraid lest my own footprints multiply.

Blowing sand, thin as smoke,
bored, shifts its dunes.
The surf tires of its castles like a child.

The salt green vine with yellow trumpet-flower,
a net, inches across nothing.
Nothing: the rage with which the sandfly’s head is filled.

Pleasures of an old man:
morning: contemplative evacuation, considering
the dried leaf, nature’s plan.

In the sun, the dog’s feces
crusts, whitens like coral.
We end in earth, from earth began.
In our own entrails, genesis.

If I listen I can hear the polyp build,
the silence thwanged by two waves of the sea.
Cracking a sea-louse, I make thunder split.
Godlike, annihilating godhead, art
and self, I abandon
dead metaphors: the almond’s leaf-like heart,

the ripe brain rotting like a yellow nut
hatching
its babel of sea-lice, sandfly, and maggot,

that green wine bottle’s gospel choked with sand,
labelled, a wrecked ship,
clenched sea-wood nailed and white as a man’s hand.

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Il naufrago

L’occhio affamato divora la marina per un tozzo
di vela.

L’orizzonte la percorre all’infinito.

L’azione nutre la frenesia. Io giaccio,
veleggiando l’ombra nervata di una palma,
temendo il moltiplicarsi delle mie impronte.

Sabbia che vola, esile come fumo,
annoiata, sposta le sue dune.
La risacca si stanca dei suoi castelli come un bambino.

La verde vite salata con gialle bignonie,
una rete, attraversa lenta il nulla.
Nulla: la rabbia di cui è piena la testa del flebotomo.

Piaceri di un vecchio:
mattino: contemplativa evacuazione, rimirando
la foglia secca, progetto di natura.

Al sole, le feci del cane
s’incrostano, sbiancano come corallo.
Finiamo nella terra, dalla terra siamo cominciati.
Nelle nostre viscere, genesi.

Se ascolto posso udire il polipo al lavoro,
il silenzio infranto da due onde del mare.
Schiacciando un pidocchio marino, faccio schiantare il tuono.

Come un Dio, annullando la divinità, l’arte
e l’Io, abbandono
morte metafore: il cuore simile a foglia di mandorlo,

il cervello maturo che marcisce come una noce gialla
covando
la sua babele di pidocchi marini, flebotomi e bruchi,

quel vangelo della bottiglia verde, soffocato di sabbia,
con l’etichetta, una nave affondata,
serranti legni marini inchiodati e bianchi come la mano di un uomo.

 

(Da Mappa del nuovo mondo, Adelphi 1992; Traduzione di Barbara Bianchi)

Pierluigi Cappello, Assetto di Volo

A Gino Lorio, in memoria

Con lui venivano una determinazione feroce
dalla camera alla palestra
i cento metri percorsi in cinque minuti,
con una tensione di motore imballato
tutta la forza del suo corpo spastico
ribellata alla forza di gravità.

Sant’Agostino diceva che perfezione
è la carne che si fa spirito, lo spirito che si fa carne
ma non è vero: ogni mattina i puntali delle stampelle
scivolano metro a metro per guadagnarne cento
ogni mattina lo spirito è tagliato via da quel corpo,
dalle suole strascicanti e dalle nocche strette,
bianche sull’impugnatura,
ogni mattina dal dorso di lottatore
si stacca un collo di tendini tesi e redini allentate
un urlo chiuso nella sua profondità,
perfetto nella sua separazione.

E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti
e dentro la parola andare la parola compimento
e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento
mentre la volontà conquista le giornate a morsi,
schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera
schiaffo dopo schiaffo chiglia in piena bufera.

Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,
un dio non assiso in mezzo agli sconfitti
ma così in tutta bellezza lo posso immaginare
come un bambino alle prime pedalate,
reggilo, eccolo, tienilo così – adesso tiene
uniti la terra e il cielo dell’estate
non sbanda più, vince, è in equilibrio,
vola via.

 

(Da Assetto di volo, Crocetti Editore, Milano 2006)

Maurizio Brusa, Primi Versi

Una memoria di mani
la canapa indiana lasciata sull’acqua.

Volevo parlarne…
spiegartelo almeno
che la poca distanza
mi costringe più vecchio
dimenticando
questo darsi d’anima
navigato per anni sottovento.

So bene che tornare è la meta
che il sonno a meno voce
può scegliere
mentre cerco distratto
l’imperfezione dei cristalli.

La strada è una piega
fra l’ombra del ponte e la terra scucita.
Non dice
la sera spostata
questa pioggia forte
che protegge il nome…
la voglia ostinata di restare.

Il Capitano teneva il vento
tra la giacca e l’orecchio ferito.
Non ho mai capito
se avesse il mare
o muovesse la terra
ma ricordo,
nel sapore chiaro,
il suo vino di Giudecca.

 

(Da Grammatica del Silenzio, Manni Editore 2008)

Michela Zanarella, Raccontami

Raccontami
come cambia direzione il vento
e di come si consola l’erba
del bianco della neve.
Io so del gergo della terra
che hai calpestato,
di quei passi
che hai riempito di sudore
tra i rovi di montagna.
Non sono stata capace
di gridare a cuore aperto
quanto manca la tua voce
al mio respiro.
Raccontami
quale meta spetta
al nostro tempo
e quale ragione
sta nella mia sete
di silenzio.

(Da Le parole accanto, Interno Poesia 2017)

Biagio Cepollaro, Da strato a strato

pare che due siano i versanti
i lati combacianti di ogni bocca:
l’opera stesa tra la festa
della sua vita solitaria
e l’attesa del suo svolgersi
nel mondo
e pare che il mondo invece
non poggi su se stesso
ma tiri per schegge
e per strattoni dove poco
conti il lavoro il saper
fare ma una generalizzata
logica dell’audience:
qui in rete tutti si mettono
a parlare e più nessuno
o quasi ascolta

(Da Da strato a strato, La Camera Verde 2009)