Mauro Lamantia, Come di marea

Poi questo alzarsi poco a poco
come di marea, dentro
un magma
un irradiarsi di folgore
come la rivelazione che giunge
cogliere un segreto che dev’esserci
un segreto che s’avverte
un segreto

(Da Formulario, Nulla Die Edizioni 2021)

Marco Esposito, Un getto liquido di ferro

Un getto liquido di ferro
sotto il manto terroso,
vita che ribolle negli alvei
di un magnetismo confuso.

La sfera – che non è sfera –
più deforme e persa
nel ghiaccio disfatto
ed io come orso bianco
che si mastica le zampe
nell’oblio sempre più vasto.

Ogni milione di anni
la Terra capovolge la sua presa
sul mondo:
un guardarsi da sotto le gambe.

Tutto potrebbe scottare
come brucia il mio dubbio,
il dirsi spietato che siamo
aliti di vento tra due parentesi.

(Da Prima di spegnersi, Eretica Edizioni 2020]

Canio Mancuso, Anniversario

Tutto il provvisorio
messo tra parentesi
(il resto del rancore
insieme alla tenerezza)
osserva il marito
che si fa la barba
passando il rasoio
piano sullo specchio
per non farsi male.
Aggiorna il promemoria:
proteggere gli uomini
e i cani dalla fame
avvolgere in una benda
il taglio nel costato
tenere lontani
dall’ombra delle camelie
la stagione in rivolta
il dio che annienta.
Sente nelle narici
il fiato di chi le dorme
accanto l’ultima notte.
Dal covo in cui resiste
il fuoco e non si spegne
neanche al soffio del phon
sui bigodini, sente
il marito che esercita
il mestiere di uomo
il prepuzio che si apre
dentro le sue cosce.
Nel luogo in cui si ostina
la bugia dell’essere
si arrende un’altra volta
alle carezze vuote
ascolta le parole
scritte con le dita
lo scrocchio del sale
sotto la pantofola.

(Inedito)

Ksenja Laginja, Esploriamoci adesso

Esploriamoci adesso
all’incrocio dei punti.
Siamo il cambiamento
che avanza quando tutto
il resto non si muove.

Il cerchio ci contiene tutti
insieme alla reliquia del pasto,
i lupi non compresero il mistero
e la preda non conosce
la propria sorte.

(Da Ventitré modi per sopravvivere, Kipple Officina Libraria 2021)

Anna Maria Curci, Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.

(Da Opera Incerta, L’Arcolaio 2020)

Elisabetta Destasio, Cos’è questo plumbeo del cielo

Cos’è questo plumbeo del cielo
se non l’arco teso
per finire la battaglia
e poi deporre ogni arma
arrendersi, stendersi a terra –
accoppiarsi come le gazze – ovunque,
non fare nessun nodo, nessun nido –
godere appieno, essere leggiadri e senza morte
essere finestra, lago, spazio, prato
liberi di dire:
ecco, senti come ti lavo dalla bocca alla cresta iliaca –
senti ancora esplodere primavera.

(Inedito)

Antonio Nazzaro, Perché mi piacciono i ciuffi

perché mi piacciono i ciuffi
d’erba che graffiano i muri

perché ho imparato ad appoggiare
gli occhi sul cemento e farlo cielo

perché il viaggio è una strada ferrata
sempre anche senza tram o treni

perché nei quadri di cielo dei palazzi
ne sento l’abbraccio e il loro piegarsi
a farmi ombra che nella notte ospita
neon brillanti a trafiggere la luna
e passi lontani che sempre si perdono

perché mi piace la città?

(Inedito)

Giuseppe Carlo Airaghi, Dicono che la natura dell’uomo segua

Dicono che la natura dell’uomo segua
le regole dei fiumi, persi in percorsi
tre volte superiori al necessario.

Presa la distanza tra la fonte e la foce
moltiplicata per pi greco, il risultato
è un dipanarsi di anse, deviazioni

ansie, timori di essersi perduto
matematicamente corrispondenti
alla strada esatta da percorrere

in questo sbandare di fiumi indecisi
verso il destino, il mare che attende,
preciso alla virgola come un teorema.

(Inedito)

Fabia Ghenzovich, Lupa solitaria una donna

Lupa solitaria una donna
seduta sulla panchina nel parco
ha una pepsi nella mano
un sogno smarrito nel grembo
che potrebbe svelare un bambino
una risposta innocente
assoluta e stretta alla prima ferita
celata nel buio spinta nell’abisso
dietro una pupilla
a margine della luce altrimenti luce

(Da Totem, puntoacapo Editrice 2015)

Lucia Brandoli, Paura

A me fanno paura queste persone
che con gli occhi cattivi ci parlano d’amore,
che vogliono ferocemente
veder riconosciuto il loro impegno,
distinguersi dagli altri.

E siamo tutti uguali.

(Da Una minima stupenda, Interno Poesia 2019)

Antonella Anedda, Nomi

Qual è la parola per dire che non si hanno più sentimenti
negativi verso chi ti ha ferito?
Perdono, mi hanno risposto. Ma io volevo, al contrario, parlare
del rancore.
Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.
Ogni giorno c’è una parola nuova di cui non ricordo il senso
e il cui suono tintinna un motivo percepito a brani
familiare una volta, ora perduto.
La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,
provo rancore, perdono chi prova rancore, mi perdono?
C’è un alfabeto incomprensibile, un linguaggio dimenticato.
I nomi ruotano privi della loro materia fin dal mattino.
Come chiamare la stoffa bianca che il vento muove davanti
alla vetrata?
Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.
Lei, cioè io, tende a cosa?
Qui so rispondere: tendo alla terza persona
alla grazia sperimentata una volta sola
di un dolore sdoppiato e spinto fuori
poi fissato, ascoltato perfino nello scroscio delle lacrime
ma da un’altra me stessa
capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra.

Giudica tu ora chi parla:

“I nomi la confondono eppure la sua attenzione si è moltiplicata, lo sguardo si è fatto prensile, capace di rischiarare il pensiero: vai verso la morte. E mentre nota la macchia di oleandro contro l’edera ecco il secondo pensiero: come guardare meglio, come raccogliere quel dettato dal silenzio. E mentre resta immobile ecco il terzo, ultimo pensiero: può sopportare la perdita, può non catturare”.

(Da Dal balcone del corpo, Mondadori 2007)

Maria Grazia Calandrone, La materia ha il peso e l’esattezza che ci serve

La materia ha il peso e l’esattezza che ci serve
a dividerci come nuotando, come arcieri che scoccano. Abbiamo
convincimenti da laboratorio angelico: nell’acuto, nel perno
del cronografo, nel
fulgido. La sfoglia calda della superficie sostiene
una comune interezza, l’incedere
lauto e canoro delle pallonate – spezzoni: curve, torsioni della vela
dell’esistenza tutta che non si vorrebbe
pronta. O sangue malinconico o vascello legato
a cose come – la schiuma
– l’ombra – la consistenza agrosalina del sangue, la miseria climatica
dell’unghia, la midolla
radiografica dell’osso
quasi scoperto – o
l’argilla che rode
il tubo
gommato – il vulnere
ingoiato
nella ferma
poderosa. Questo volto rifatto sconosciuto è una cosa
che rimbomba e approssima a niente
l’automatismo del respiro. Entra
nella memoria
nella fermezza della caccia
e nella discriminazione senza profitto
dell’amore. Datele
coscienza:
la pietà che apre gli occhi. Sempre, sopra
ogni fortuna, avrei chiesto che tu non fossi morta.

(Da Come per mezzo di una briglia ardente, Atelier 2005)

Ksenja Laginja, Ti insegnano ad amare

Ti insegnano ad amare
fino al giorno in cui tutto
verrà spazzato via e non potrai
disporti alla tassonomia
della casa, resterà la calce
a suturare i buchi nel petto,
ci toccherà separarci
cedere il peso agli altri.

(Da Ventitré modi per sopravvivere, Kipple Officina Libraria 2021)

Giovanna Rosadini, Respiro nel respiro

Respiro nel respiro, ascolto la notte.
Ombre lunghe tendono abbracci,
invitano a proseguire oltre la siepe
sul confine dello sguardo. Accade,
ancora, di ritrovarsi nudi, esposti.
Restare allora nella notte, accogliere
la sua lusinga è un balsamo per chi
non lascia tempo alla paura, tenebra
è una parola che risolve e cura.


(Da Fioriture capovolte, Einaudi 2018)

Franco Loi, La gàbia del leun

La gàbia del leun l’era de aria,
de aria la mia mama, quèl cappell,
el brasc del mè papà l’era de aria
sü la mia spalla, i mè man che streng,
e aria el rìd di öcc e duls de aria
de quèla vita ch’ù insugnȃ, l’azerb.
Eren de aria lur, e mì, chissà,
che sun stȃ, fermu a vardàj andà.

*

La gabbia del leone era di aria,
di aria la mia mamma, quel cappello,
il braccio di mio padre era di aria
sulla mia spalla, le mie mani che stringono,
e aria il ridere degli occhi e dolce d’aria
di quella vita di cui ho sognato l’acerbo.
Erano d’aria loro, e io, chissà,
che sono stato fermo a guardarli andare.

(Da L’aria, Einaudi 1981)

Emanuele Martinuzzi, Perla

Se non fosse per l’architettura assente
di queste stelle, giunte al buio come questue
di nubi, non ci saremmo eclissati, nuda
preghiera che brucia, l’uno nell’altro.

Se non fosse per i nomi di queste pietre,
martiri che brancolano nei nostri sguardi
come aridi gorghi, non saremmo
letto di fiume, l’uno per l’altro.

Radici di vuote mani il tetto che ci custodisce,
polvere il simulacro del nostro viaggiare,
calice rotto il ventre, l’ebbrezza del nostro riposo
insonne e morente.

Quello che cerchiamo è il calore di perdersi,
una parola in rovina che annaspi nel sentimento,
ira e fuga, mosaico di labbra, aurora
dipinta con ciò che scolora.

(Inedito)

Daniele Barbieri, in una conchiglia

in una conchiglia soffocante, chiusa e troppo chiusa,
dove le parole riecheggiano, rimbombano, macchiano

ripetutamente il discorso, da dove non si esce,
da dove non parlano le cose ma gli echi della pura
voce, dentro muri neri, illuminazioni improvvise,
lampi, grida gialle, bianche, umidità stagnante attorno,

muffa, muffa, nomi di sapidità improvvise, ritmi
nel piede e nel corpo, si rivelano i destini, adesso

(Inedito)

Mark Tarren, Pilgrims Roof

Pilgrims Roof

There are voices

just below birdsong
and above the winds

that have travelled within me;
that inhabit the silent self.

A path of movement
just outside the forest

where I softly tread
the floating world
of the time before.

A Journey Past —

the voices of the ancestors,
beyond

The Old Exodus
sailing through Byzantium
away from Yeats’ tattered coat,

who loved the pilgrim soul in me
and the changing face of longing.

Exhaling the breath
of Byron’s softened spirit

that flowed through the blood
of his rocky heart
and the late remorse of love.

Past,

Shelley’s gentle hands
that unbound Prometheus

and held the fallen sands
of Ozymandias.

Past,

Keats’ tender ink
and Dante’s fire,

through Delphi and Dodona,
beyond the small gods
of my childhood.

Away from Dylan’s
singing chains
and the crafted ebb
of living and dying.

Carried in the arms
of Odysseus,

his strength cut from the memory
of sacred texts.

Crossing the desert dreamscape
of Anonymity,

unable to quite hold
the hand that finally failed him,

I found a country inside
the map of his face —

Sam’s uncharted lines,
across the borderless West,

who vanished like a swan,
leaving a scar inside.

So now, here I stand before
The Wayfarer at the Wicket Gate

as the shoulder of Bunyan
falls behind me

like a burning sun
into the shadows of the sea,

I abdicate my throne
as the Emperor of
my own dispossession

and finally find rest,
falling into

the folded ache of tenderness,
beneath the far wooded heaven.

*

Tetto dei pellegrini

Ci sono voci

appena sotto il canto d’uccelli
e al di sopra dei venti

che hanno viaggiato dentro me;
che abitano il silenzioso sé.

Un sentiero di movimento
appena fuori la foresta

dove mollemente calpesto
il mondo fluttuante
del tempo anteriore.

Un Viaggio Oltre —

le voci degli avi,
di là dal

Vecchio Esodo
che naviga per Bisanzio
lontano dal paltò lacero di Yeats,

che amava l’anima del pellegrino in me
e il volto cangiante della brama.

Esalando il respiro
dello spirito smorzato di Byron

che scorreva nel sangue
del suo cuore roccioso
e il rimorso tardivo d’amore.

Passate,

le mani gentili di Shelley
che liberarono Prometeo

e trattennero le sabbie cadute
di Ozymandias.

Passato,

l’inchiostro tenue di Keats
e il fuoco di Dante,

per Delfi e Dodona,
oltre li dei minori
della mia infanzia.

Via dalle catene del canto
di Dylan
e la marea artefatta
di vivi e morti.

Portata tra le braccia
d’Odisseo,

la sua forza tagliata dalla memoria
di testi sacri.

Passando per il luogo onirico del deserto
dell’Anonimia,

inetto a trattenere
la mano che infine lo tradì,

un paese trovai dentro
la mappa del suo volto —

le rotte inesplorate di Sam,
per l’Ovest senza frontiere,

lui che svanì come un cigno,
lasciandoci dentro un solco.

Così, ora, eccomi qua
il Viandante a Wicket Gate

mentre la spalla di Bunyan
mi cade dietro

come un sole ardente
dentro le ombre del mare,

abdico il mio trono
come l’Imperatore del
mio spossessamento

e trovo infine pace,
cadendo nelle

pieghe del dolore della tenerezza,
sotto il remoto paradiso boscoso.

(Traduzione di Angela D’Ambra)

Antonio Nazzaro, Difetti di scrittura

la dislessia e la disgrafia
non sono un problema

la macchina da scrivere e i trucchi d’usare altre lingue

adesso lo spagnolo
da bambino il poco dialetto piemontese –
insegnamento di mia madre per farmi sentire gli accenti e il verbo essere
vanno sempre bene

per le virgole ne faccio a meno
il difetto sta nel sentire profondamente quello che scrivo
è come passare un dito sulle vene sulle cicatrici e sulle rughe
di trovare in questi asfalti buchi e crepe della pelle un ritmo
un’armonia
una città

la mia
nomade casa senza ruote dalle finestre sui mondi
inquadrature infinite di questo film che chiamano vita ed io Antonio

non c’è passione o amore o vaneggiamento
che non scorre nell’inchiostro digitale di questi giorni
né un respiro ansante d’angoscia paura o emozione o amoroso
che non scompagini i versi
un po’ meno i capelli

questi panni stendo sul tetto o cortile di dietro della poesia
non spiego ma racconto
il vivere quotidiano nella sua infernale bellezza

quindi amore mio e amici non stupitevi del mio silenzio
sono solo scene ancora da musicare
ma vivo sempre tutto me e tutti voi

è un difetto di scrittura

(Inedito)

Corrado Aiello, Un giorno scriverò della penna

Un giorno scriverò della penna
Offesa, umiliata, sputtanata
Ancora dalle tribù agelaste
Del verso ridicolo e abbrutito
Fin troppo falso, severo e insulso
Fasullo o semplicemente brutto
Al cuore freddo, alla mente opaco.
Non me ne voglia il critico, il savio
Il professore, quello scrivente
Comune privo di gusto e grazia
Che il filosofico osanna, poi
Il genio altrui misconosce e ammazza.
Del pari eviterei anche lo sciocco
Il rozzo, il goffo, lo stereotipo
Sciancato del nevrotico illuso
E disperato, devoto al manico
Di scopa (che non vola e non lava).
Soprattutto mi terrei lontano
Dalla femmina ribelle e santa
Che fiera lotta però non sfoga;
Dai giullari astemi e originali;
Dai precari tronfi dello spirito;
Dai violinisti senza violino;
Da tutti quei vili e quei meschini
Slavati, venduti, riciclati
A un’arte che lodano e non amano
L’odiano, sì, senza disprezzarla.

(Inedito)

Giuseppe Carlo Airaghi, Ora che tutto mi appare più chiaro

Ora che tutto mi appare più chiaro,
il velo della foschia si è sollevato,
dissolta è la miopia che mi induce

a provare vergogna nel chiedere
se quelle intuite all’orizzonte siano
nuvole basse o profili consumati di montagne,

quale sia la consistenza vera
sospesa tra l’immanenza dei monti
e l’evanescenza delle nubi.

(Inedito)

Luigi Siviero, Rigore formale

Realtà e finzione si guardano
gli anni passano
le cose accadono
la merce viene prodotta
milioni di maschere si fanno coraggio come possono.
L’abisso del passato
faro al centro degli eventi nell’universo primordiale
si nutre di saggezza, lussuria, avidità
perversioni estreme di una donna innamorata.
La crescente richiesta di fare ogni cosa con leggerezza
rende la tenerezza
disarmante
impegnativa a livelli assoluti.
Quanti baci mancano
penso sempre ai più grandi incontri
relazioni dimenticate spente nel buio.


(Da Un’astrazione linguistica dai toni freddi, Montag Edizioni 2019)

Andrea Astolfi, quando / leggevo i libri di gorz

quando
leggevo i libri di gorz
ti vedevo
tutti i giorni
e
caffè aperitivi qualche
bacio

forse – mi convinco
ha ragione marx
la caduta
tendenziale
del saggio
di
profitto
non è
un’eventualità
ma
una fatalità
del capitale
a
rivalutare
capitale
ad un certo punto
il marginale cede
al massimale?

(Inedito)

Lucia Brandoli, In tempo

Un orologio scarico
il mio cuore che zoppica,
nel silenzio di notte,
un passo ancora.

Finché l’orecchio ascolta: un passo.
Finché il mio palmo sente, tumefatto,
una carezza antica, una falsa credenza.

Ma se l’orecchio sarà sordo e il cuore stanco
io con il sangue ancora ti potrò sentire.
L’orologio, leale, ti batterà sul petto
le mie ore, il ritmo di una vita.

(Da Una minima stupenda, Interno Poesia 2019)

Matteo Piergigli, Ti cerco

ti cerco, nella distanza
esatta dal nome
in alfabeti addormentati
di una stagione calpesta
appena un muro di lenzuola
contro il bianco del cielo

(Inedito)

Mariella Bettarini, Che ne sappiamo? (Haiku)

Che ne sappiamo?
Troppo saputi noi
troppo superbi

(Da Haiku Alfabetici, Il ramo e la foglia Edizioni 2021)

Paolo Venditti, Stella

Di te mi sono rimaste armoniche, biglietti, stelle marine nella pancia
e un centrifugatore per ricordarmi che sai di frutta.
Quel poco che avevi di me, me lo hai portato in una busta,
dentro assieme al cappellino e alla felpa,
c’era la maglia che mi hai regalato tu.
Ma restavi dietro ogni angolo, eri fantasma.
E ho ripensato…
a perché mai?
Non ti ho più accarezzato i capelli.

(Inedito)

Claudio Pagelli, Nemmeno da qui

Nemmeno da qui
si vede bene il futuro
solo il passato, meno oscuro.
Tolti i chiodi dei rimorsi
ritorna d’aria il cuore, senza paura
nel vento dei cipressi…
*
Nanca da chì
se ved ben el doman
domà el passaa, men scur.
Des’ciodaa i ciòd dei rimòrs
torna d’aria el coeur, senza paura
in del vent dei cipress…

(Da Campo 87, traduzione in dialetto milanese di Giovanna Sommariva, puntoacapo 2021)

Ksenja Laginja, Incompiuti e rari

Incompiuti e rari
come il vanadio
siamo metalli saldati
nella rabbia, processo
ossidativo in esilio.

Chimica atomica ventitré
la bilancia pende
nomina 50,94.
Hanno peso le vocali
indugiano sulla lettera
la consonante in bilico
nella periodica sconfitta.

(Da Ventitré modi per sopravvivere, Kipple Officina Libraria 2021)

Patrizia Sardisco, Tra spume di dialetto

Nubi di voce, accumuli per piovere.
Alonati silenzi
altissimi
su un pianeta di acque antenate.
Faretre d’aria, dita su corda e coda
schiocco, fischio, parabola
parola. Altissima
ficcante tra spume di dialetto
sull’arenaria accesa.
Incendiaria
l’aurora meridiana di scirocco
trasla un’idea di polvere
dalle giaciture agli amaranti.

(Inedito)

Bertolt Brecht, Frühling 1938

Frühling 1938

Heute, Ostersonntag früh
ging ein plötzlicher Schneesturm über die Insel.‎
Zwischen den grünenden Hecken lag Schnee.
Mein junger Sohn holte mich
zu einem Aprikosenbäumchen an der Hausmauer
von einem Vers weg, in dem ich auf diejenigen mit dem Finger deutete‎
die einen Krieg vorbereiteten, der
den Kontinent, diese Insel, mein Volk, meine Familie und mich
vertilgen mag. Schweigend‎
legten wir einen Sack
über den frierenden Baum.

*

Primavera 1938

Oggi, domenica di Pasqua, presto,
un’improvvisa tempesta di neve si è abbattuta sull’isola.
Tra le siepi verdeggianti c’era neve.
Il mio giovane figlio mi ha portato
verso un piccolo albicocco presso il muro di casa
strappandomi ad un verso in cui puntavo il dito
contro coloro che stanno preparando una guerra
che può distruggere il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo steso un sacco
sopra l’albero tremante di freddo.

(Trad. Luigia Oberrauch Madella)

Roberto Ariagno, Sotto le nuvole l’azzurro

sotto le nuvole l’azzurro, il ferro del paese
le corse per la muta, la peristalsi, è qui
che morde la primavera, agli inizi della conoscenza
                 (il vento sui piazzali
le facciate mosse da un transito di luce
quando la fame era già manifesta
e una corrente agitava i risvegli
                poi la svolta di un’allegria
se dai corridoi esterni portano aria
schiudono gli spazi tra le parole
zitti riempiono di bianco la stanza

(Da Il tempo di una muta, Kurumuny Edizioni 2020)

Manuel Paolino, Un’ultima notte insieme

Avevamo una chitarra di ron piena,
e la notte.
Mantello nerissimo appena appoggiato sulle spalle.
Avevamo poche sedie per pochi amici, gli ultimi.

Avevamo una chitarra di ron quasi piena.
Schegge di lampioni notturni riflesse sull’ambra.
Avevamo la ragazza comparsa
dal nulla a farci compagnia,
con i suoi lamenti,
le lacrime d’amore e il fuoco tra le gambe.

Avevamo una chitarra enorme di ron
molto piena.
Avevamo la nostra amicizia vecchia
ed eterna, estesa nello spazio dall’oceano
della costa dominicana
fin sopra le case al di là della frontiera haitiana.
Avevamo tutti i racconti, gli aneddoti, le risate,
che solo noi possediamo; noi e quelli
che non ci sono più ma che erano lì,

dentro la chitarra con ancora ron fra i vetri.
Avevamo la polizia che ci controllava poi,
infine, quella fanciulla con le curve
dure. Troppo dure
per il mio fratellino affogato nel ron.

Avevamo una chitarra enorme
con pochi sorsi e una croce sul fondo.
Avevamo l’alba.

Avevamo poche sedie
per pochi amici.

(Inedito)

Sergio Rotino, Ogni cosa

ogni cosa
ogni cosa è già stata scritta quindi
ogni cosa è
ma non vuol dire nulla perché ogni parola è cosa ogni cosa è detta nell’ombra sta aspetta e appena la
[maledetta cade fuori
dalla nostra bocca imperfetta ci culla afferra il nostro peso lo afferma cancellandone le forme dice che è
[vero il vero anche se no anche se tutto si vede non è ha colore
del nero abisso addosso ci resta veste i nostri nessi di quel vero coraggio per quanto nero sia sincero nel
[moto della menzogna appare
sempre lo ripete sempre ci svuota sia o meno il nostro volere ci crea vita attorno la smonta la ricompone
[afferma quanto sia vera pur calata
dentro il nero colore gli aggiunge valore ogni tanto ci rende leggeri dentro il nero affondati coscienti del vero
[incoscienti

(Da Narrazioni, Seri Editore 2021)

Michela Gorini, sul lato bianco del muro

si consuma la notte dell’attesa
[di tempo si consuma] e vedo
solo ombre nella luce
sul lato bianco del muro

il tuo silenzio mi tocca mi sceglie
si posa incognita la notte finita
i segni svaniti sul lato bianco del muro

[ovunque]

i miei interrogativi indisciplinatamente diversi e tu
gentile, ad accostare

[gli inquilini sbattono la porta]

compari poi scompari
in questa anomalìa non torni
mai, sui tuoi passi

[la casa dice che non basti]

fasci e riduci a tua dismisura
sospensioni e oscillazioni del cuore

e non sono pratica, se dipenda,
se la causa son parti di me
o sei tu che sempre parti

tu, gentile
tu che scendi in certo
tra due flussi e poi ti spargi
fuori della porta sulla scala
sui tuoi passi irrimediabili e

[chiusa] dentro dimentichi me

(Inedito)

Monia Gaita, A mio padre

Un altro giorno dal corpo sfiancato,
ancora cieco di un occhio, le vesti strappate,
i campi riarsi senza fili d’erba.

Un altro giorno impraticabile
con il tuo nome confitto nella terra,
il resto della cena che raffredda
e l’esercizio di spargerti in granturco produttivo
su ogni luogo.

E la distanza è una puntura dolorosa,
mi tiene in bilico tra gli sbadigli della sedia
e il foglio bianco.

Non so se arriverà una fortuna postuma per me,
qualche provento di consolazione
su questi ettari di buio
che hanno perduto la lingua e la parola.

Intanto la tua voce continua a fabbricarmi
tuniche di caldo.

La morte refrattaria non si espugna,
il bene reclama una rimessa,
estirpa il cancro dalla base,
ti fa salvo.

(Inedito)

Luciano Mastrocola, Parfum de printemps

parfum de printemps
tra le dodici linee del tuo viso
opiacé vif esala passioni

mi spiace tu non possa sentirlo
dormir! proteggerò entrambi
basta un segno in difetto di prove

le désir pour toi
un’escursione senza inversione
nelle gole d’una cascata primitiva

nell’assoluto per tanti utopia
io passo sciatto
tumulto délicieux senza meta

il centro del mondo
illumina ogni opera
                      sospesa

(Da Fiducia nel nulla, Transeuropa 2020)