Francesco Lorusso, Anche il fiato lungo delle tue parole

Anche il fiato lungo delle tue parole
e per identico principio ogni termine
fattosi poi pensiero corto fra le pareti
soffocherà presto in queste strette stanze.
Rimarrà così il pasto potutosi masticare
patteggiato solo per il medesimo posto
dove sopra sorseggi di scomodi giorni
si è apparecchiato ogni tuo lauto sforzo.

 

(Da Maceria, Arcipelago Itaca 2020)

Andrea Astolfi, Se penso agli amori

se penso gli amori
della mia vita
rivedo certe scene
pezzi di ristoranti
capelli legati mani
colli lobi
se penso
gli amori della
mia vita sento
un odore di cucina
cinese un vetro
il suono di
musica dei
pesci rossi in
una vasca nuotano
non annegano
mai

(Inedito)

Giorgio Casali, Quasi una piazzola

La poesia non è una cosa astratta ma
un singolo verso scritto di sbieco
che lascia due macchine dietro a
strombazzare
quando sul ciglio mi son fermato male.

(Da Domestiche Abitudini, Contatti Edizioni 2020)

Davide Castiglione, C’è un passare di gente

C’è un passare di gente,
di visi in vetrina e sotto i portici
l’arco più basso delle labbra.

Non è l’inverno ad abbottonarla,
mi convinco, se i cappotti
stringono i gesti a farli simili
a un viale senza deviazioni;

sarà la paura di urtarsi
pari al desiderio di urtarsi,
sui marciapiedi un vestirsi a sorriso
che più eccede e più lascia

nudi: così, per non sentirci
assenza o incrocio mancato,
gente a passarsi in mezzo,
in vetrina, a passare, a non conoscersi.

(Da Per ogni frazione, Campanotto 2010)

Davide Valecchi, Il tuo più grande insegnamento

Il tuo più grande insegnamento
è questo noi depositato nel guardare
attentamente dove nasce l’erba,
nella zona tra terra e verde che ospita
città costruite di steli,
gusci vuoti di chiocciole, pietruzze,
fanghiglia. Nella nostra vita niente
differisce, il passato è nelle ossa,
da qui in avanti vedremo soltanto
ciò che la luce ci concederà,
fedeli ai movimenti del pianeta.

(Inedito)

Fabio Strinati, Scarpe

Scarpe

A terra i passi forti della donna che s’invola
alla vita in un petto d’alloggio e un chiaro
segno che nel cielo un lago vi discende,
le ore libere che nel tempo
sguazzano al domani corni e fiati
in un bosco al buio dell’ovatta
il tuo notturno incedere nei passi
una lacrima.

(Inedito)

Cinzia Marulli, Voi credete che sia tutto così

Voi credete che sia tutto così
come l’immagine ferma di una foto
con i sorrisi sui volti di cera
ma dietro ci sono le cose invisibili
il tremare delle mani
le gambe che non sorreggono più
neanche il ricordo

e ogni cosa diventa peso
ma tutto questo è nascosto
in quel pannolone che si è portato via
la dignità della vita.

(Da La casa delle fate, La Vita Felice 2017)

Francesca Moro, I miei piedi in una sola mano

I miei piedi in una sola mano
e un camino, bianco come fili di marmo,
come i fili di ricamo per i calzini.
Stavi lì e mi leggevi
di come i ricordi possano essere a puntini
sospesi nel vischio che intrappolava gli uccelli.
Il suono ogni tanto tremava
al ritmo degli scoppi nella brace
quando mi ricordavi come scrivere col fumo.
Ogni tanto girava la voce nel telefono,
i numeri sospesi in una giostra,
ed era una lenta danza verso la voce
dondolante di stoffa alle caviglie
che inseguivano i fichi secchi ai bordi delle strade
quando l’unico copricapo era una legna in equilibrio.

Ora i piedi sono ruote ma con il freno
e li tengo in due mani ma senza riscaldamento:
non arriva la fiamma a toccare i fili di neve sulle spalle
e la mano collinare è diventata coperta al vento
non più custode di scritte di carbone.
I segreti della porta sul retro non li sai più raccontare,
e ora la vita è in uno specchio smussato
e chi ti guarda è un volto di cenere.

(Inedito)

Davide Colletta, Ora ricordo le notti rotte

Ora ricordo le notti rotte, quell’aporia
Non avere ciò che cercavamo
Nel fondo secco dei bicchieri:
Tuo padre e la sua voce
La poesia della vita
una strada.
Ora il tuo vuoto ha altri nomi
Una geografia: è una scarpata,
Il rumore sadico della morte
nelle sterpaglie, un’emorragia
A nord-est dell’addome

Ma santa Cecilia del mio mondo
Devo ascoltare un’ultima volta
Il carillon dei tuoi occhi nel fracasso
Delle vie, per dirti che vive ancora
Qui, dove viviamo noi
E forse canterà nei cieli
La pioggia del suo addio

(Inedito)

Alessia Bronico, Ci siamo cosparsi di rosmarino

ci siamo cosparsi di rosmarino
nell’oasi, in mezzo al nulla
amarsi: costruirsi innocenti
tra semi – radici – frutti,
maturo pasto per uccelli

nostalgia
è uncino – squarcia la carne

mi carezzi con la precisa delicatezza
che concedi alla melissa, profumiamo
come il giallo dei limoni, mi guardi
sono calendula fiorita d’arancio
in questo ventre: zolla aperta ai baci

(Inedito)

Giorgio Casali, ‘96

È morto prima di morire,
guarito un giorno per andare
avanti a morire un altro giorno.
E lì, bambino, ho saputo
della fine, che cosa è terra
e cosa Cielo: muore, mio padre,
prima di morire.

(Da Domestiche Abitudini, Contatti Edizioni 2020)

Tommaso Urselli, Timshel

Fratello, tu sei mio fratello: ogni tanto
tra fratelli capita la guerra, e questo
fa dolore. Una guerra non di armi
ma di parole e parole, infinite
elucubrazioni. Ma la parola viva
genera azioni e non solo il nominare –
proprio come il Tao che ami di cui dice
Lao-Tse: il Tao di cui si può parlare non
è l’eterno Tao –. Qualche settimana
fa ne ho imparata un’altra: Timshel.
Questa è la parola che dice Max
amico e attore in “La valle dell’Eden”
dove interpreta il ruolo del cinese
e mi fa sorridere raccontarlo ora
a te, da poco ritornato dalla
Cina che ami, la Cina con le sue
contraddizioni: i templi taoisti su
montagne che quasi toccano il cielo,
i grattacieli modernisti, la
rivoluzione rossa di ieri, quella
degli ombrelli di oggi, la repressione:
tutto nel medesimo posto come
fossero posti diversi, invece è uno.
Come noi: diversi ogni momento
ma sempre noi, e per fortuna: Timshel!
Così ogni tanto ripete Max, amico
attore, fratello di una famiglia
più grande, quella del teatro del mondo
dove si vive e si muore. Timshel:
tu puoi… possiamo scegliere.
Non è una parola del taoismo a te
caro e nemmeno del buddismo a cui
mi sono avvicinato, è dell’antico
testamento da cui per tanto mi
ero allontanato e ora lo reincontro,
guarda un po’, sulle scene di un teatro.
È poi anche la parola del padre e
della madre che ci hanno generato.
Ma è anche tua è anche mia: una parola
senza confini senza razze senza
muri se non quelli che scegliamo
– lo sappiamo o non lo sappiamo poco
conta – di costruirci da noi stessi,
si chiamino essi taoismi buddismi
cristianesimi ateismi… gli “ismi”
non portano da nessuna parte, sono
vicoli ciechi, parola che si ferma
alla parola e non genera azione:
muore.
Gli “ismi” sono muri da
abbattere – dopo una Berlino
ce n’è sempre un’altra – se vogliamo
arrivare a noi e alla nostra pelle
e carne, al pensiero che suona: Timshel,
possiamo scegliere.
È una parola
– non lo sapevo prima d’ora, prima
di parlarti in questa lingua-musica
un po’ storta un po’ contorta: che ci
vuoi fare, è l’unica in cui in me
sono collegati bocca e cuore – è
una parola, dicevo, che viene
forse dal mare: invento ma così
mi piace pensare. Lo stesso mare
dove nostra madre ci ha tenuti
e ci ha “imparati” a nuotare. La stessa
acqua in cui a nostro padre piaceva
stare e stare ore a mollo, fermo
a pensare: nuotavano i pensieri
al posto suo, i suoi pesci-parole,
tracciando poi la loro forma viva
sui fogli di poesia che ci ha lasciato.
La stessa acqua, dolce salata o col
cloro, come quella della piscina
davanti a cui ora mi trovo, parlandoti
in musica prima di entrare.

(Da Oggi ti sono passato vicino, Ensemble 2020)

 

Mauro Pierno, Dal muro scorta

Dal muro scorta, diradata e liquida,
nel flusso rapido di un marciapiede enorme,
la nebbia ha gli arti fradici,
l’ululare stanco dei pixel in rivolta.

 

(Da Compostaggi, Edizioni Progetto Cultura 2020)

Massimiliano Perrotta, Estate

Ci deve essere una fine
alla fine di tutto questo inverno
corroso dall’attesa dell’estate.

Vegliando le farfalle addormentate
due vite scorrono avvitate
da un capo all’altro dell’estate.

I sicari lucidano assorti
le armi invisibili affilate
per vendicare la fine dell’estate.

Qualcuno ci vendicherà.

(Da Dopoguerra, Torri Del Vento Edizioni 2020)

Lella De Marchi, Eva


raro è seminare in questo mondo la tua logica distorta
di vuoto-donna che rinasce da se stessa ogni volta.
ogni volta c’è qualcuno che non mente, tranne te
nella caduta non voluta ti attorcigli al ciglio della strada
non senti che spiragli. madre-cellula in un contenitore
perfetta dentro gli angoli degli organi aderisci.
ti cerchi in uno sbaglio della vista avanzi col tuo passo
nel cammino vuoi far nido del tuo nido dire
il concavo e il convesso della tua dimora.
tradire senza mai tradire veramente perché niente
c’era prima di te, Eva. neanche il serpente neanche la mela.
creare l’amore con l’amore. creare per creare ancora
con la forza della mente l’immagine e la somiglianza.

(Da  Ipotesi per una bambina cyborg, Transeuropa Edizioni 2020)

Mauro Barbetti, Quadro d’insieme

Seguire palazzi a incastro
lungo linee di fuga
in prospettiva meridiana.

La virgola nera delle sopracciglia
si orienta verso l’estremità dell’inquadratura.

Completa il tutto
un transito di nuvole attraverso.

Non si hanno sofferenze.
Non se ne possono avere
nel “migliore dei mondi possibili”.

 

(Da Retro Schermo, Tempra Edizioni 2020)

Maria Antonietta Pinna, Qua, su Marte

Sarà il sorriso dell’albero caduto,
l’inverno freddo, bargigliuto
di rami secchi grado zero,
sarà che forse c’ero e forse no,
ma il bosco mi attraversa parte a parte,
qua,
su Marte.

 

(Inedito)

Francesco Di Benedetto, Vengo in mezzo al nulla

Vengo in mezzo
al nulla
brancolando l’asfalto
restio.

La vergogna nella
mia lingua
la paura di non sopravvivermi.


(Da Lettera a mia madre, Ensemble 2018)

 

Rita Pacilio, L’assenza ha una forma inquieta

L’assenza ha una forma quieta
dischiusa, indecifrabile, bianchissima
un tumulto di cellule nella gravità delle spalle
fino a riaprire un rumore spezzettato

fermato nell’ansietà del chiarore tra due costole
nello stesso istante piegate alla redenzione
mansueta. Sembra possibile la partecipazione
la prima appartenenza fuori da queste cose

in cui metto le mani, un bicchiere, un rosario,
un libro, tante voci e mai la tua.

 

(Da Quel grido raggrumato, La Vita Felice 2014)

Vittorio Sereni, Capo d’Anno

Aggiorna sul nevaio.
Ad altro dosso di monte
un ignoto paese
mormorando mi va primavera
dalle sue rosse fontane,
da rivi scaturiti a giorno chiaro;
dove uscirono donne sulla neve
e ora cantano al sole.

(Da Tutte le poesie, Meridiani Mondadori 1994)

Eugenio Montale, Fine del ’68

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

(Da Tutte le poesie, Mondadori 1996)

Francesca Moro, L’inverno è tardo

L’inverno è tardo
come le ultime foglie di dicembre.

Ho portato un respiro nello zaino
e il soffio del ginepro.
Mi siedo in un parco a cercare fra i tigli
le pagine di un racconto (i fratelli
Grimm, se questo caldo non è nebbia alla memoria),
lo leggevi accanto al letto quando
una trapunta arancione era il solo legame con il sonno.
È ancora con me sai? Ma l’ho capovolta,
i segni dei bambini vanno preservati,
eppure ancora è custodia al mio riposo.
Il tuo invece non ha protezione:
stai in attesa del mattino con gli occhi aperti
e la sveglia non ti disturba ma è scusa
alla tua frenesia.

Ho portato la radice del ginepro nello zaino
ma questa terra tra i tigli è magra,
il ricordo non si innesta in questi rami
e questo verde in ritardo è solitario.

È tardi,
il nuovo orario lascia poco spazio a questo sole strozzato.
Forse un giorno sarà sfrontato anche
questo odore di tiglio e di camino.

 

(Inedito)

Massimiliano Chiamenti, La morte

non si presenta donna orrenda e con la falce
ma con sembianze leggiadre
le più belle che puoi desiderare
ti si avvicina soave
come una camera bene arredata dove entrare
ti lasci prendere per mano
e ti conduce con sé nel male nel mare
le luci si spengono ad una ad una
e l’angelo della morte ti porta via
tu devi solo rilassarti
lasciarti dolcemente guidare
annullarti lasciarti fasciare
dal suo dolce sguardo omicida

 

(Da Suicidal Poems, 4 agosto 2011)

Gianpaolo G. Mastropasqua, Ascensore piano Terra

Dove i numeri sono piani e piani
sono mondi, vertigini attendibili
come zeri o silenzi appena nati
da preistoriche innocenze che guardano
senza tregua dai cespugli matematici:
un condominio di zolfo e lavanda
di nomi muriatici e scalinate
di innumerevoli porte girevoli
con mura passeggere e variabili
con passaggi a livello improvvisi
e qualche campanello di nebbia;
le macchine si vestono da uomini
e sfrecciano nella solitudine
dei campi, dove nessuno parla.
Parenti prossimi senza volto
soffiano sulle candele dei compleanni
nel fiato che avanza come un assassino:
entrano ed escono figure di marmo
con l’aria indifferente dei ciechi
e il trucco sbavato delle vedove.

(Da Viaggio Salvatico, Fallone Editore 2018)

Mauro Pierno, Il bello è che le noci nella busta

Il bello è che le noci nella busta aspettano tranquillamente.
Il loro morso è duro solo all’inizio
poi le due metà perfette che in miniatura assemblano un
cervello,
cedono. I pensieri si frantumano tra i gherigli.
Diventano assaporabili, la velocità atterra nella
[masticazione.
Il profumo di un’idea la rende eterna. Il vento violento di
[una intuizione.

 

(Da Compostaggi, Edizioni Progetto Cultura 2020)

Alfonso Gatto, C’era ai vetri di freddo del Natale

 

C’era ai vetri di freddo del Natale
tra i graffi dei bambini anche il tuo nome.
Io bevevo il caffè, dicevo come
potrò vederla, càpita che il male
paziente all’improvviso m’allontani
nell’ansia dell’averti ove non sei.

Ma sei dovunque l’ora dei cortei
che passano, la festa del domani.

(Da Poesie d’amore, Mondadori 1973)
 

Pauline Maure, Mi mancano le mani

Mi mancano le mani, quelle che ho visto, alla gipsoteca,
Calchi lisci e puliti, placidi e tranquilli di pietre antiche.
Mi manca il tenero abbraccio, la presa estranea sulla mia costola,
Il tocco impresso sul mio torso nudo, schermato dal freddo.
Mi mancano le braccia della madre, la culla della carne che mi tiene il collo.
Mi manca il palmo che prevede, le mani chiromanti del narratore:
Le linee sono lunghe, i segni sono buoni, diceva.
Mi restano le mie due mani, la magra coppia che mi è stata data.
Non riesco a distinguere la mia destra dalla mia sinistra, sembrano sorelle.
Perché ho una sola testa? È tutto quello che avrò?
Mi rimane il contorno del pensiero di un tocco,
Mi rimane l’ombra di un abbraccio su una superficie retroilluminata,
Mi rimane la presa dei pixel, uno sciame di vespe che mi trascina il torso attraverso
la griglia,
Mi rimane il palmo che rispecchia la carne del mio viso,
La copia di un occhio bendato nella mia mano,
Le mie nocche per giocare, dico io.

 

(Da AA. VV., Lonely at the party, a cura di Camilla Mazzocato e Martina Citarella Correa, Adriatico Book Club 2020)

Davide Colletta, Io e gli altri, tu ed io

 

C’è sempre una galassia dentro
In mezzo un divisorio da pensare
Una miopia; e capirti chiaro
(Come sei davvero) è rinunciare
Alla misura del tuo nome, povera
Come la mia; galleggiare in andata
E in ritorno dopo lo schianto –
Pelle contro pelle – di uno scoglio
Ma San Martino del mio mondo
Dimmi che tutti mendichiamo
Scalzi su un selciato, a tutti
Darai la grazia di un mantello
Il perdono di uno straccio
E ovunque andremo, i conti
Dell’incompreso saranno sempre
In questa forma individuale
L’umano destino, l’universo.

(Inedito)

Maria Laura Valente, Se provo a farmi verbo

se provo a farmi verbo
da annotare a margine
della tua prossemica
impeccabile
mi scopro deponente
paradigma difettivo
congiuntivo
frustrazione d’ottativo
conativo
aoristo debole e passivo
iterativo
asemantico ausiliare
irregolare
forse omesso o sottinteso
a ben guardare
resto frase nominale

 

(Inedito)

Maria Grazia Galatà, ambrata è quella vita sepolta

ambrata è quella vita sepolta
oltre il muro dell’innocenza
scandita nei secondi dei secoli

taci o brivido
all’acuirsi del sonno
retto appena nel nudo silenzio

luce che penetri l’abisso
trepida
questa vita sospesa

(Da Quintessenza, Marco Saya Edizioni 2018)