Davide Galipò, Pleistocene

Aveva qualcosa in cui
sperare guardando di lato
il primate sorride cantando
le gesta del cielo e del fuoco.
Nuvola dolce è il sereno
contadino che spacca la legna
incurante del rumore di fondo
del significante fuori sincrono.
La nuova carne è nel registratore
congela l’istante come certe fotografie
ed ecco le proteste dei vecchi paesaggisti
“il linguaggio è mio e lo gestisco io.”
Ma la parola non è mai conservazione:
di solito nasce per avere una chance
tra il machete ed il piombo;
non muore con te – ti sopravvive
la parola – che oscuro presagio –
può fare a meno del corpo:
basta trovare un altro organismo
ospitante. La parola è endemica.

(Inedito)

Pubblicato da

Critica Impura

Letteratura, filosofia, arte e critica globale.

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