Elisabetta Destasio, Facciamo così

Facciamo così,
metto un coltello
al posto della penna.
Poi arriva mattina:
sotto la luce non si smuovono
le ombre che la notte
si ostina a mettermi in braccio.
Esistere solo per
la vertigine, le braccia livide
le vene che si rompono
lo sguardo
compassionevole dell’infermiere che si concentra sull’ultimo tentativo per la flebo.
E intanto il tempo
diventa una lama
senza inchiostro,
sempre più sottile.

Cosa è stato,
cos’era quel piacere che mi batteva in testa,
mentre tutto fuori
sembrava arrestarsi – non esistere fuori dal tempo
dell’unione di due corpi?

Non lo ricordo:
c’è caduto sopra un secolo e mezzo di assenze,
e la certezza di essere di troppo, in un luogo che è
questa vita – come una vite
ammalata.
Gli altri respirano, tu soffochi
in attesa che sia concesso, vostro onore la Morte, un qualche finale meno tragico di tutta questa bestia
che mi divora
[di tutto l’amore che ho dato
senza averne un briciolo di ritorno: silenzio].

Ho dimorato anche io,
sola,
in estranee cose.

(Inedito)

Pubblicato da

Critica Impura

Letteratura, filosofia, arte e critica globale.

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