Patrick Williamson, Outhouse

Outhouse

open, the air chills my neck,
pare the gloom, take down
the old scythe. Papers damp.
This is the burden. Burn them.
Blinkers, halters, take them
off the hook. These boxes,
yellow with crumbling stone,
collapse at the sides. Smoke.
That clock has struck its last,
but irons still clatter, look
through a glass, darkly, love,
billowing, more acrid. Be rid.
Emerge into sunlight. Squint.
you stand there, you swish
as tracks shuffle, light up,
outstretched hands. Ask me in.

Capanno

Apri, l’aria mi rinfresca il collo,
sbuccia le tenebre, tira giù
la vecchia falce. giornali umidi.
Ecco il fardello. Bruciali.
Paraocchi, briglie, levali
dall’uncino. Queste scatole,
gialle di pietra in briciole,
si sfasciano ai lati. Fumo.
L’orologio ha battuto l’ultimo colpo,
ma i ferri tintinnano ancora, guarda,
attraverso un vetro, oscuro, amore,
in volute, più acre. Liberatene.
Emergi nel sole. Strizza gli occhi.
Te ne stai lì, un fruscìo mentre i brani
scorrono a caso, accendi una sigaretta,
le mani spalancate. Invitami.

 

(Da Crossings / Traversi, traduzione di Guido Cupani, Samuele Editore 2018)

Pubblicato da

Critica Impura

Letteratura, filosofia, arte e critica globale.

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