Guido Turco, Il piccolo pianeta n° 2817

Per G.P.

Immagina un uomo che ti chieda di immaginare un uomo che ti sta guardando immaginare. Immaginalo alle prese con un palindromo di cinquemila lettere, nell’intento di scrivere un romanzo dove la lettera “e” non compare mai, o un romanzo dove la lettera “e” sia l’unica vocale usata. Figurati il rumore di fondo della vita, l’infra-ordinario come la radice di tutto ciò che è lecito apprendere, immagina qualcuno padrone di un segreto che nessuno vuole sapere ma che tutti devono indovinare. Pensa a qualcosa come il vapore che si condensa in nuvole, alla muta sospensione della pioggia sulla seta degli ombrelli, soffermati sui percorsi dell’altezza che diventa pozzanghera. Ora disegna uno sguardo, due occhi sorridenti, ripeti qualcosa come una rosa non è una rosa dunque è una rosa, ovvero le costellazioni si perdono chissà dove, i numeri dall’aria, i fulmini come scale a salire, gli alfabeti del cuore, la mano stesa affinché gli uccelletti ci arrivino a becchettare per poi volare più in là, da qualche parte, al 24 dell’Argine dell’Eternità.
Per dodici anni, alla stessa ora dello stesso giorno dello stesso mese, munito di una tabella bi-quadrato ortogonale di ordine 12 che gli aveva fornito un matematico indù, G.P. tornò a sedersi nello stesso luogo. Una volta sul posto, si soffermava a considerare la crescita di un albero, il via vai delle persone oppure in che modo la disposizione delle panchine fosse cambiata. E le scritte sui muri, le insegne dipinte ora tubi al neon, il pavé sostituito con losanghe grigie, una vetrina dove prima si trattenevano i riflessi diventata un muro con affissi gli annunci degli studenti. Una volta arrivato nel suo studio G.P. ripeteva a memoria lo stesso luogo, tirava l’acqua che il secchio del ricordo sapeva cavare da ognuno di quei dodici pozzi: il taglio di un abito, i colori del camion dei pompieri, la segreta complicità nell’incrociarsi dello sguardo di due passanti. Per dodici anni, nello stesso luogo, alla stessa ora dello stesso giorno, con la leggerezza dell’intonaco che cade da un muro, egli rinchiuse i Soli Loci in una busta, sigillandoli con la ceralacca, mittente e destinatario di un metafisico divertissement teso a scovare il carattere immobile della ripetizione, l’inebriante della vertigine della compiutezza.

 

(Inedito)

Pubblicato da

Critica Impura

Letteratura, filosofia, arte e critica globale.

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