Martina Campi, Le dita di frontiera sono lasciate tese

Le dita di frontiera sono lasciate tese
nel silenzio spacciato d’uranio
come scheletro del ritorno senza inizio, senza approdo
perché domani tutto andrà bene perché
come sempre, come comunque, come da quando.

È la sera senza confini
che precipita ferite dentro al buio,
spessore d’ossa a peso d’aria, combustibile
che innalza la temperatura formando
le nanoparticelle dei suoi ossidi, così
sufficientemente pura e discretamente insolubile,

del tempo e della vicinanza,
del meccanismo come regola.
Della gratitudine in solitaria risucchiata,
disinfettando ogni smarrimento.

Sempre troppo lontani, lunga
dimensione al confine precipitato
di ogni, anche casuale, leggero sfioramento,
dettaglio annebbiato di un tempo quasi eterno.

Strapparsi il cuore per metafora
da spessori appassiti sulla soglia del margine
che siamo diventati, scomparsi e inattendibili,
(fa) il male vero della transizione, e
abusare del buio per dormire.

 

(Da

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