Fausto Paolo Filograna, Questo è un pianto, o Iscariota

III

Stabat mater
dolorosa, iuxta crucem lacrimosa
dum pendebat filium

Questo è un pianto, o Iscariota,
che non conosce mutamenti, come noi
non conosceremo salvezza: qui
è possibile soltanto acqua
e sabbia
sabbia
e acqua.
Come dirti tutto, Alice?
Come dirti
niente? Mentre il sole tramonta
e chiudo la finestra per guardarti,
mentre il mare
urla là fuori e mi è indifferente
perché tu
sei qui.
E penso VITA, VITA, VITA
VITA VITA VITA
vita santa,
vita grande, vita immortale
vita spogliata,
malata, abnegata,
storpiata,
putrefatta. Ma l’uomo, ti dico
l’uomo
è un fascio di responsabilità.
Svegliati, Alice
da questo sonno io e te non usciremo, da questo sogno
cantilenante. Un canto di madri proviene dall’eterno
portando l’eco dell’imprimatur.
Come i preti che cantano Dio
esse cantano il pianto
senza secolo,
senza giorno. Noi
imparammo una sola stagione:
quella che è tutte le stagioni:
quella del grano maturo
e del grano mietuto. Tutte ridicolezze,
momentaneità. Viene il sonno
piano piano, viene scuro; forse
un giorno ci riuniremo
nell’invenzione di un passato
o di un futuro.
Ma questa volta chiamiamolo
responsabilità.
Un rimasuglio di voce
ti arriva sbagliando incrociatore. Dici per sbaglio
è arrivato, non era per me, e intanto passa tutto
tutto passa e restano i miei errori
iuxta crucem
stabat mater.
Qualcuno guardandomi
penserà
in fondo è solo
un individuo.
E andrà via.

 

(Da Persona, Ladolfi Editore 2017)

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